L’omelia dell’Arcivescovo per San Donato

Figli e figlie di questa nostra chiesa in Terra d’Arezzo:

il ricordo delle gesta del Patrono

ci ottenga da Dio la Grazia della preghiera e della fede!

 

  1. San Donato, modello del Vescovo nell’antichità cristiana

La larga diffusione del culto di San Donato, soprattutto nell’Occidente cristiano, ha fatto riconoscere nel nostro secondo Vescovo il modello del ministero episcopale. Per questa Chiesa aretina, che da secoli lo riconosce Patrono, San Donato offre l’occasione per riflettere insieme sulla nostra identità ecclesiale.

Gli interventi della Santa Sede hanno esteso i nostri confini, riportandoli a quando la popolazione era molto inferiore e gli stessi centri abitati assai meno di oggi. Varie volte nella storia della nostra Chiesa ci siamo interrogati sulla nostra identità.  Le trasformazioni della società civile avvenute nei secoli sono state affrontate dalla Chiesa con risposte di volta in volta adeguate. L’era dei martiri, con San Donato in testa, che fece del suo nome il dono identitario del ministero in questa Chiesa, fu la risposta coraggiosa ed evangelica al paganesimo che ancora nel IV secolo insidiava la crescente diffusione del popolo di Dio. Il cambio della pastorale con l’arrivo dei monaci missionari dalla Germania, impresse uno stile nuovo, dal Casentino, fino alla Val di Chiana, sostituendo le devozioni con la Parola di Dio letta e praticata. Il Beato Rodolfo fece di Camaldoli il modello delle virtù, invitando i suoi monaci a raccogliere dalla foresta l’esempio di come praticare il Vangelo. I sette alberi delle virtù potrebbero ancor oggi affascinare quella parte di giovani che sta riscoprendo la creazione come medicina alle alienazioni del nostro tempo. Poi San Francesco e i suoi frati, che segnarono la nostra Chiesa con una positiva rivoluzione, modello della civiltà comunale, fortemente partecipata anche nella Chiesa. I grandi Santi che portarono amore per il sapere e il gusto della concretezza incisero nella cultura e nella solidarietà, che ancor oggi sono parte dell’identità aretina.

San Donato, secondo la tradizione, viene da altrove e diventa pienamente aretino con il suo martirio: ciò che conta dunque per i Sacri Ministri è donare la vita per il popolo di Dio, che è loro affidato. Questo principio appartiene alla nostra cultura ecclesiale ed è stato praticato lungo i secoli molte volte e spiega il legame speciale tra la Chiesa e la comunità civile, che esiste in Terra d’Arezzo.

Oggi non siamo solo in grado di offrire i pastori, ricorrendo a Sacri Ministri venuti da altre Chiese come fu San Donato, ma anche di promuovere la progressiva acquisizione che la nostra identità è composita di molte culture particolari. Tutte vanno rispettate e valorizzate, sia quelle antiche di secoli che quelle recentissime, frutto delle migrazioni di popoli dalle quali non è esente il nostro territorio.

 

  1. Il calice rotto chiama anche oggi il Vescovo a ricomporre la collaborazione identitaria della città

San Donato ci offre alcuni riferimenti identitari, di cui ebbe già a far sintesi Papa Gregorio Magno[1]. Il calice rotto è la città messa continuamente alla prova dal confronto tra le varie fazioni, talvolta anche violente, al punto di infrangere l’unità del nostro popolo. Al Vescovo e con lui a tutti i Sacri Ministri tocca di operare con la preghiera e con la pacificazione degli animi, per rafforzare l’impegno di tutti per il bene comune e di non perdersi d’animo per qualche falla, che resta inevitabile.

La mirabile Arca trecentesca raccoglie, nelle immagini, la vicenda soprannaturale di Donato. Fatto cristiano ed educato alla vita interiore dal Monaco Ilariano, Donato si fa apostolo con la cieca Siranna; poi, alla morte di Satiro, primo Vescovo della città, viene nominato da Papa Giulio Vescovo di questa Chiesa. Intrepido oppositore del paganesimo – interviene per salvare Eustasio, accusato di aver sottratto i soldi pubblici – e sollecito nel risolvere la disperazione degli agricoltori che, senza pioggia, perdono il raccolto, e invoca la pioggia. Salva il piccolo Asterio dal male e la figlia di quell’aretino colpita da un male sconosciuto.

Poi il Vescovo San Donato diventa scomodo: lo si processa, lo si condanna e lo si uccide. Il nostro grande Pastore ancor oggi ci insegna che non contano gli applausi né il consenso artefatto, che esprimono la logica del mondo. Non servono preti e Vescovi che cercano se stessi. L’identità di questa Chiesa è puntare sul cambiamento, sul tentativo di arrivare a tutti per far attivare il Vangelo: nelle scuole dove siamo pochissimo presenti, nella società civile, che ci chiede identità cristiana, non solo tradizioni, carità non solo istituzioni. Occorre pluralità di linguaggi, concretezza di gesti, attenzioni verso tutti, soprattutto verso chi cerca il senso della propria vita.

Come San Donato la profezia non ottiene consenso, ma talvolta la via del contro corrente sempre richiede il sacrificio di sé. In questa Chiesa, a San Donato fu tagliata la testa, ma molti altri santi Vescovi hanno avuto un martirio incruento, sacrificando se stessi per affermare di grandi riforme.

In questo giorno santo mi piace ricordare, tra i tanti, tre miei predecessori che, sacrificando se stessi, servirono in modo esemplare questa Chiesa. Il Vescovo Albergotti (1802-1825) che seppe resistere, con generosità verso i poveri, e impegno a rilanciare la fede di fronte alla risorgente cultura pagana, lanciò il culto mariano con la nostra Madonna del Conforto. A Cortona il mio predecessore Ippoliti (1755-1776) “padre dei poveri e delle arti liberali”, con la sua Lettera parenetica, anticipò i tempi, in difesa dei contadini vessati dai proprietari terrieri. Ottimo pastore per 21 anni, fu rimosso per ragioni politiche dalla sede nel 1776, malgrado i suoi enormi meriti. A Sansepolcro il Vescovo Costaguti resse Sansepolcro dal 1778 al 1818. Riformò la diocesi, promuovendo la conoscenza della dottrina e la cultura, con l’impegno verso i poveri, cui lasciò il grande patrimonio ereditato dalla sua ricca famiglia genovese.

Il bene della Chiesa non si ottiene senza impegno e sacrificio personale.

 

  1. Il rapporto del Vescovo con la Chiesa che gli è affidata

I Padri del Concilio, quasi 60 anni fa, convennero che il rapporto tra il Vescovo e la Chiesa di cui è divenuto pastore sia una relazione quasi sponsale[2], dove al Vescovo compete di essere padre in grado di governare la famiglia di Cristo, insegnando la via giusta per la sequela di Cristo, che è la santificazione.

Il servizio che il Vescovo è tenuto a rendere alla porzione di popolo di Dio che gli è affidata è una storia d’amore. Tra le tante allegorie che sarebbe possibile adattarvi, il Concilio ritenne di scegliere l’analogia con il matrimonio, perché resta fermo l’incanto affettivo anche se non sempre nel tempo si realizza l’ideale armonia. Ferma restando la storia d’amore, ci sono talvolta momenti di difficoltà e di incomprensione.

San Paolo, in IICor, fa presente il dovere dell’apostolo di indicare la strada giusta per la fedeltà al Vangelo, anche se questo servizio contrasta talvolta con la popolarità e con il consenso. L’esercizio del dovere episcopale non fa venire meno la condizione di fondo e i rapporti con le persone che possono essere bizzarre come le onde del mare, ma non fanno cambiare la natura della relazione alla quale il Vescovo è tenuto a rimanere fedele.

L’Apostolo Paolo parla di una storia di cuore[3] e non può che essere così tra il popolo a cui il pastore ha annunziato il Vangelo e la libertà cristiana, che costituisce la novità, l’apporto singolare che ogni Vescovo dona al suo popolo, arricchendolo del suo carisma personale, che è sempre e comunque dono di Dio. In questo sta la differenza tra la logica del mondo e la politica che la esprime e il criterio soprannaturale della fede, dove la dimensione del dono prevale sul giudizio. C’è una sapienza del cuore che, di fronte a un dono, fa innanzitutto ringraziare.

Facendo prevalere la comunione tra il pastore e il popolo, l’Apostolo delle genti dice ai Corinzi: “Fateci posto nei vostri cuori![4].

Il calice infranto di San Donato è la città e il Ministero della Riconciliazione è lo strumento soprannaturale con cui ricomporre l’unità, ma che richiede il sacrificio di sé, il farsi da parte per il bene comune.

Il Santo Patrono ci ottenga la Grazia di una rinnovata primavera dello Spirito “intra Tevero e Arno[5] per offrire, attraverso il Ministero dell’insegnamento, esercitato da molti giovani della nostra Chiesa.

[1]Arretium seu sanctus Donatus qui fractum calicem pristinae incolumitati restituit”, Gregorio Magno, Dialoghi, I, VII, 3

[2] Cfr. LG 23

[3] Cfr. II Cor 7

[4] II Cor 7, 2

[5] Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, Canto XI, 106