La forza della fede

“La forza della fede” è il messaggio che l’Arcivescovo ha dedicato non solo ai malati e a quanti si trovano in situazioni clinicamente difficili, ma anche tutti gli operatori sanitari che, in questo anno particolare segnato dalla pandemia, si sono spesi – e lo fanno tuttora senza riserve – a fornire assistenza e cure a tutti.

  1. La fede salva

Cari aretini, la Madonna anche questa volta ha fatto la sua parte per il conforto della nostra gente. Un gran numero di persone, chiedendomi di pregare per i malati, ha frequentato in modo intenso la nostra Cattedrale, perché, partecipando alla Liturgia, la preghiera comune fosse sostenuta e sempre più efficace.

Certamente, nessuno può consolare facilmente con parole i figli che hanno perso i loro genitori e quanti si sono dovuti misurare con il distacco da parenti e da amici cari. Il nostro popolo è stato molto responsabile e, come i dati ufficiali confermano, i contagi non hanno determinato, con il segno della morte, un numero di persone comparabile con il resto d’Italia.

La  fede,  l’aiuto  della  Madonna  e  la  dimensione  soprannaturale  non  intervengono  necessariamente  sull’or-dine della natura, ma, con pari certezza, concedono a chi si affida a Dio la forza di resistere al male e la speranza necessaria per far bene la propria parte. Credo che non giovi a noi il senso di disfatta e di impotenza che si è diffuso nella Nazione più che altrove. La responsabilità della nostra gente ha suscitato riconoscenza verso la Madre di Dio, come nei momenti più difficili della nostra storia, dal prodigio del 1796 ad oggi.

Non siamo stati più bravi degli altri, ma molti dei nostri hanno pregato intensamente, affidando tutti al Signore – anche quelli che sono meno avvezzi ad appellarsi al soprannaturale –, perché insieme si ricomponesse quella comunità che connota il nostro popolo e quel clima di vicendevole aiuto che ha distinto i nostri operatori sanitari, mostrando che anche l’eroismo è ancora possibile.

  1. Dalla malattia si può guarire

Quando Israele antico, dopo sette settimane di anni, dalla schiavitù in Babilonia riuscì a ritornare a casa, solo con la poesia fu in grado di raccontare la terribile esperienza fatta. Lo fece perché non cadesse la memoria di quanta sofferenza siamo capaci di costruire insieme, quanta fatica per liberarcene e, soprattutto, quale coraggio per edificare il nuovo.

È una vicenda che si è ripetuta varie volte, dopo la grande guerra che aveva privato l’Europa di trentasette

milioni di giovani; poi la Shoah e tutte le altre sciagurate prove, che hanno indotto in giro per il mondo terrore e morte a centinaia di migliaia di persone.

Dall’inizio del ventesimo secolo ad oggi, occorre fare memoria per non dimenticare le vicissitudini drammatiche che ideologie, rivoluzioni, repressioni hanno segnato molte popolazioni e anche in queste ora stanno facendolo.

Con la pandemia da coronavirus è la prima volta che si riesce a mettere in sofferenza il mondo intero, conosciuto e meno, e a dover contare un numero esorbitante di morti, come neppure le guerre riuscirono a fare. Eppure, mai come prima, abbiamo visto una solidarietà larghissima che, senza guardare le frontiere politiche, ci ha fatto riscoprire tutti fratelli.

Guardando  avanti  con  fiducia,  come  quando  si  comincia a intravedere la luce alla fine del lungo tunnel che ci ha costretti a camminare nella speranza, realizziamo che anche il nostro tempo ha bisogno di una cultura nuova, non segnata soltanto dagli interessi di parte, ma capace di una visione d’insieme, come il Papa ci ha insegnato nella sua ultima Enciclica, “Fratelli tutti”.

  1. I semi di una cultura nuova da coltivare

Per la prima volta, c’è un largo consenso su alcuni punti fondamentali di questa vicenda di grande sofferenza. Nessuno ci ridarà indietro i nostri cari, anche perché il piccolo “nemico invisibile” venuto dalla Cina i danni li ha causati davvero. Sono elaborabili soltanto con la fede, che accomuna tutti noi credenti e la speranza certa che ci ritroveremo insieme, con i nostri, nella valle di Giosafat[1] .

Una seconda categoria che merita rispetto per il dolore subito e il male sopportato con fortezza sono i tanti

guariti, alcuni dei quali, in Arezzo come altrove, si sono già dati da fare per ringraziare il Signore e la Madonna, perché hanno dato supporto a chi era nella prova e sono venuti a capo di un percorso che sembrava a senso unico, orientato alla fine della vita.

C’è infine una categoria che ci rallegra molto e dona speranza  a  tutti:  i  medici,  che  non  si  sono  astenuti  dal prestare aiuto ai malati gravi, perché trovassero sollievo e vincessero i danni inflitti dal terribile virus. Sono ugualmente le tante espressioni del personale sanitario che ha curato e assistito chi era in preda al dolore, chi soffocava per il mancato funzionamento dell’organismo. Sono anche i  ricercatori  e  gli  scienziati  che  hanno  identificato  quali fossero le vie d’uscita per salvare il maggior numero possibile di persone dalla morte e, in tempi mai visti prima, hanno elaborato vaccini per bloccare il virus e perché la vis sanatrix naturae potesse recuperare le condizioni per riprendere vita.

Mi  piace  cogliere  in  questo  momento  l’occasione propizia per rinnovare la nostra vicinanza al Signore, per rinnovare la nostra Chiesa, che ritorni alla Sacra Scrittura come Maria, che capì la Volontà di Dio solo con la Bibbia in mano, e come, in Arezzo, è sempre raffigurata la Santissima Annunziata.

La fede viene prima della morale, che ne è la conseguenza. Dio conosce le nostre fragilità. Averne sperimentato il ritmo furibondo con l’infuriare della pandemia ci ha fatti più liberi: ha fatto venir meno tanti luoghi comuni.

Nella preghiera, ci siamo resi conto che nessuno ha diritto ad appropriarsi né di Dio né della sua Santissima

Madre, che da secoli, in Toscana, si chiama Madonna: Mea Domina.

Chiediamoci  ancora  una  volta  se  siamo  disposti  a metterci sotto la protezione di Maria nelle forme che il tempo presente richiede.  Fare evolvere la Pastorale della nostra Chiesa può essere uno dei punti positivi di questa terribile prova che abbiamo vinto. Anche nella fede, occorre andare avanti e passare il testimone ai nostri bambini e ai giovani che sono stati bravissimi, in questi mesi ristrettezze e limitazioni.

Alla considerazione comune di quanti mi furono affidati da San Giovanni Paolo II, venticinque anni fa – cattolici, cristiani d’ogni denominazione, ma anche credenti di altre religioni – convenuti in questa antica e bellissima terra “intra Tevero et Arno”, consegno questi pensieri, perché siano la ripresa di un dialogo da cui mi aspetto una nuova cultura del vivere insieme.

A tutti assicuro la mia preghiera e su tutti invoco la Benedizione del Signore.

[1] Cfr. Gioele 3,2