Iddio ci dia pace e rinnovato impegno cristiano
In questa Notte Santa!
La Chiesa ci rammenta che questa è “la notte di veglia in onore del Signore” [1] (Es 12,42), la più santa di tutte le notti, nella quale Gesù passò dalla morte alla vita.
Vegliare per il Signore ha un singolare fascino: siamo convocati nel cuore della notte, come l’antico Israele all’uscita dall’Egitto, per riavviare un cammino d’uscita – “una Chiesa in uscita” -, sotto la guida di Gesù stesso, che ci chiede di ravvivare una vita diversa, gioiosa. Ci è chiesto di riprendere la nostra parte in mezzo al popolo di Dio.
Abbiamo ascoltato e meditato; abbiamo cantato e fatto festa. Tra breve alcune comunità parrocchiali ci presenteranno i frutti della Grazia e della loro testimonianza: un cospicuo novero di adulti ci chiedono di diventare cristiani. A loro dobbiamo riconoscere che hanno fatto una matura riflessione sul passo che si accingono a compiere; hanno ricevuto una catechesi essenziale di iniziazione cristiana. Tanta preghiera e le rinunzie del cammino quaresimale arricchiscono la loro esperienza.
In questa notte santa ai catecumeni si uniscono quanti si sono riconciliati con Dio nella confessione, tramite il ministero della Chiesa e i fedeli che nella veglia attendono i fratelli, come dono del Signore. Lo Spirito torna ad arricchire la Chiesa.
1. I segni della notte di Pasqua sono un programma di vita
Il fuoco richiama la trascendenza e santità di Dio, come quel roveto ardente della conversione di Mosè [2]. Attraverso la proprietà immateriale del fuoco siamo attratti a vedere aldilà delle apparenze; le fiamme che si alzano verso l’alto, danno il senso della purificazione di cui abbiamo bisogno: i nostri occhi sono perlopiù abbacinati dalla logica delle cose. Abbiamo il coraggio di cambiare vita e la volontà di essere trasformati dallo Spirito Santo.
“La luce del Cristo che risorge glorioso disperda le tenebre del cuore e dello spirito” [3]. L’assemblea è rischiarata dalla luce del Cristo che si diffonde poco alla volta giungendo a rischiarare il volto delle persone e l’ambiente intero. La via dell’illuminazione, la più antica forma di evangelizzazione, è far capire, rivelare il progetto di Dio: lo Spirito conferma ciò che la Chiesa annunzia e, per la via della conoscenza, dona la grazia della conversione dei cuori. Gesù stesso in croce aveva chiesto al Padre di perdonarci “perché non sanno quello che fanno”[4].
Ci è chiesto di evangelizzare. Il nostro impegno a portare il Vangelo agli altri trasformerà la nostra vita. Nella misura che ci dedichiamo con l’anima, il cuore e la mente al servizio del Vangelo la Grazia trasformerà le nostre tiepidezze e renderà possibile cancellare le nostre incoerenze.
L’acqua battesimale è il luogo voluto da Dio in cui far perire il male che è in noi e lavare le nostre colpe. Accanto all’acqua battesimale, la nostra scelta di diventare cristiani comporta di immergerci, di coinvolgerci nel progetto di Dio, nella ricerca della santità personale. I nostri catecumeni ci ripropongono l’ideale cristiano e, mentre ci chiedono di dare loro buona testimonianza con il comportamento quotidiano, ci aiutano a rinnovare le nostre scelte di fede.
Il pane che rifocilla per la vita eterna è il cuore della nostra esperienza di Chiesa: il pane che manca anche in questa nostra amata città non è solo quello materiale, per via del lavoro che è venuto meno a molti. La nostra stessa gente ha perso il senso cristiano della vita e corre ogni giorno senza sapere dove.
Siamo chiamati, dunque, a rievangelizzare Arezzo e questo servizio a Dio e ai nostri concittadini coinvolge tutti. Ognuno faccia la propria parte. Così sono i nostri propositi nella notte di Pasqua.
2. Una Chiesa in uscita
È la notte dell’esodo: del nostro esodo personale dal peccato e dalla tiepidezza nell’impegno cristiano. È anche “l’occasione propizia… il momento opportuno” [5] – come dice il Vangelo – per tornare a casa rinnovati dal Sacramento Pasquale. Chiediamo al Signore di risvegliare la nostra intera comunità diocesana, perché torni al Signore in santità di vita e con rinnovato fervore.
È necessario recuperare la nostra identità interiore come un unico popolo che, sgorgato dalla predicazione e dalla santità di san Donato, torna ad aggregarsi. Occorre prima recuperare i pezzi di quel “calice infranto” che a noi tutti è noto e che Gregorio Magno attribuisce al nostro Patrono.
Vogliamo andare a recuperare al cammino ideale di questa notte tutte le persone che incontrammo e che non sono ora con noi. Innanzi tutto gli “sfiduciati di cuore”, quanti sono senza speranza e hanno perduto la familiarità con questa Chiesa. Forse in qualche caso fummo noi a far perdere loro la comunanza con noi. Siamo pronti a rivedere i nostri comportamenti e a mettere in pratica il precetto del Signore: “Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono” [6].
Tra i doni pasquali che il Signore ci fa vi è anzitutto il perdono: Dio perdona a noi le nostre colpe e ci chiede di riconciliarci vicendevolmente. È Pasqua! Questo precetto vogliamo davvero praticarlo in umiltà. Ha un enorme valore in sé; spesso è la condizione per riaprire la comunicazione e la relazione di fede con le persone che più ti sono vicine.
Se la Chiesa riuscirà a manifestare la propria maternità, molti saranno messi in grado di riscoprire la paternità di Dio. Ci è chiesto di non giudicare e tanto meno di condannare. Occorre che come frutto pasquale offriamo al Signore l’umiltà di farci “istrumento della sua pace”, secondo la felice espressione della preghiera di ispirazione francescana.
3. La misericordia
Dio è “il misericordioso”. Il Papa ha già comunicato che intende indire domenica prossima il Giubileo della Misericordia. Affronta con coraggio e passione la crisi di fede di un mondo che rischia di smarrire il volto di Dio, che appare a molti distante, freddo, o comunque sbiadito, talvolta proprio dall’ombra di un “giudizio” non rettamente inteso.
Ci è chiesto in questa Pasqua di renderci disponibili a far risplendere il Vangelo nella sua piena luce, liberarci dalla mentalità spietata e pagana, tanto diffusa attorno a noi.
Insegna il Papa: “Nessuno può essere escluso dalla misericordia di Dio. Tutti conoscono la strada per accedervi, e la Chiesa è la casa che tutti accoglie e nessuno rifiuta. Le sue porte rimangono spalancate, perché quanti sono toccati dalla Grazia possano trovare la certezza del perdono” [7].
Dobbiamo interiorizzare il senso della Pasqua, dove la misura della misericordia di Dio è Gesù, crocifisso e risorto. Gli uomini riuscirono, innocente Figlio di Dio, a metterlo in croce. Dio che non abbandona il giusto nella prova, lo ha resuscitato. Quante persone sono nella prova nella nostra città, disperate, affrante, ai margini perché hanno sbagliato nelle scelte della vita, nel lavoro, negli affetti, nelle relazioni? Ci è chiesto come dono pasquale a Dio, che è tanto buono, di fare da ponte tra il dolore e la fede.
Nel Medioevo, proprio in Toscana, in Altopascio, di fronte ai barbari che avevano reso impossibili le comunicazioni in Europa, un gruppo di cristiani come noi, decise di ricostruire i ponti per aiutare la gente. Ci è chiesto anche a noi, non di ricostruire ponti di pietra, ma di essere noi stessi facilitatori di relazioni tra i nostri conoscenti e Dio, tra quanti sono in difficoltà e questa Chiesa aretina.
Occorre far nostra la logica di Dio, il suo modo di guardare al mondo, alla storia, all’umanità e al singolo essere umano. La logica di Dio è che con la sua misericordia, abbraccia e accoglie tutti, trasfigurando il male in bene, la condanna in salvezza e l’esclusione in annunzio. La misericordia è la sostanza stessa del Vangelo.
In questa notte santissima, ricca di dono per la nostra comunità, il Signore ci faccia solerti operatori di pace.
[1] Es 12,42
[2] Es 3,2ss
[3] Messale Romano, Liturgia della Veglia Pasquale
[4] Lc 23,33-34
[5] Mc 1,14
[6] Mt 5,23-24
[7] Papa Francesco, Omelia del 13 marzo 2015