Omelia dell’Arcivescovo per la Messa in Cæna Domini

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Fratelli e sorelle nel Signore
Iddio ci dia pace in questo giorno santo!
1. Il memoriale, dono della Chiesa nascente attorno a Gesù 
In quell’ultima notte, in compagnia dei suoi amici, Gesù volle che il seme gettato nel cuore dell’uomo non avesse fine con la sua vicenda terrena. È quella la notte in cui la Chiesa, da avventura di un gruppo di discepoli nella lontana Palestina, diventa una storia universale e bellissima. Gesù interviene con le sue prerogative da Dio e assicura nei secoli la sua presenza in mezzo a noi, prolungando fino ad oggi l’avventura meravigliosa di Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea. Al posto dei loro nomi stasera, in questo rinnovato cenacolo, ci sono i nostri nomi.

A questo altare siamo venuti per strade diverse. Ciascuno ha fatto un suo particolare percorso; tutti ricordiamo le tribolazioni, le difficoltà, le prove. Ma anche è doveroso fare memoria della Grazia, della gioia, delle bellissime storie che il Signore ci ha fatto vivere. 
La nostra comunità diocesana diventa sempre più concreta per la collaborazione di tutti voi. La realtà è ben più grande che la somma delle nostre volontà e dei nostri intenti: da attenti osservatori, ci accorgiamo che a sostenere le nostre fatiche c’è il costante aiuto di Dio: nel santo orticello che ci è affidato a noi tocca seminare, annaffiare, zappare e pulire; far crescere e fruttificare è opera del Signore.  
Di giorno in giorno, durante l’anno, la nostra Chiesa riprenderà i suoi ritmi: la nostra fede ci fa essere presenti, l’Eucarestia fa presente il Signore. Al popolo di Dio pellegrino sulla terra, non viene meno l’aiuto del Cielo. 
La potenza di Dio si è chinata su di noi e ha concesso che anche noi avessimo accesso a quell’avventura favolosa iniziata la sera del cenacolo quando Gesù disse ai suoi amici: “Fate questo in memoria di me” [1]. E da allora che un filo d’oro sottile come la nostra disponibilità al sevizio, prezioso come la Grazia divina, forte come ogni opera di Dio ci congiunge alla compagnia degli apostoli raccolti nel Cenacolo, per la cena pasquale.
2. L’utopia della fede 
Credo la Chiesa, una, santa, cattolica, apostolica, ma anche aretina, cortonese, biturgense. È come spiegare ai nostri amici, che l’esperienza di fare Chiesa insieme, per chi l’ha provata, è irrinunciabile e entusiasmante. 
Credo la Chiesa una. Come ripetere, senza alterigia, che non vi è altra via, per essere salvati, che passare attraverso la Chiesa di Gesù, che è ben più larga che le apparenze. Il suo momento istituzionale, con i suoi pregi e i suoi limiti -“Ecclesia semper reformanda” [2] – è come la punta di un iceberg, fa capire che esiste, ma non ne puoi neppure immaginare le dimensioni. Come dire a noi stessi e ai nostri amici che non vi è salvezza, senza passare attraverso la comunità che il Signore ci ha donato. Questa Chiesa, così come esiste nel tempo, ci chiede collaborazione per essere il più possibile fedele al Vangelo. I matrimoni celebrati in quest’anno nel nome del Signore, i battesimi, le numerose volte che abbiamo avuto il dono di riconciliarvi con il Signore sono le perle che offriamo stasera a Dio, come segno di una fede concreta, di una mediazione sicura che noi abbiamo riconosciuto alla santa madre Chiesa.
Credo la Chiesa santa. Stasera davanti all’altare rinnoviamo la nostra certezza che il limite che ci trasciniamo sulle spalle è grande. Ma più grande è la Grazia di Dio. 
Nel segno della lavanda dei piedi rinnoviamo l’impegno al servizio del prossimo, che è la misura del nostro somigliare al Cristo. Chiediamo perdono al Signore per tutte le persone che abbiamo incontrato in questo anno e non siamo riusciti a servire in nomine Domini. Sappiamo bene, fratelli miei, che la grazia del Signore rimedia anche i nostri errori. Tre volte santo è Gesù, noi siamo solo un pallida immagine riflessa della sua santità, come la luna, rispetto al sole.
Credo la chiesa cattolica. L’esperienza della fede è per sua natura pluralista. Liberaci Signore dalla tentazione di far ghetto, che sorge di frequente nelle realtà ecclesiali. Nei confronti della Chiesa non è lecito fare appropriazioni: Ecclesiam suam, cioè del Signore; così titolava la sua prima enciclica, il beato Paolo VI [3]. La Chiesa è una proposta, un sogno, una storia di amore. Nel santo campicello del Signore, vi sono molti spazi, molti metodi, molte storie, molta grazia per tutti. In questo Giovedì Santo, pur consapevole del dono che è questo nostro stare insieme, vi invito a ripetere nel vostro cuore il senso profondo di apertura che è legato alla fede: possa la nostra Chiesa diocesana essere una compagnia di amici di Gesù, non un tentativo di appropriarci di lui, gli uni a danno degli altri. Dice l’Apostolo: “Un solo pane, un solo corpo, siamo molti.” [4]
Credo la Chiesa apostolica. A questo altare, dove si fa memoria dei vivi e dei defunti della comunità, arriva il percorso che ci ricollega al cenacolo. Attraverso la successione apostolica siamo collegati alla compagnia degli apostoli e uniti con la Chiesa universale, con tutti i cristiani che sono nel mondo. Ma nessuno di noi è pago di ciò che ha visto sinora: a tutti noi è chiesto di fare la nostra parte. Voglio ancora trovare dal Signore questa sera la forza perché questo nostro ritrovarci, sia di una comunità di apostoli. È il Signore che ti chiede, fratello mio, stasera di riprendere la missione che egli stesso ti ha affidato, a vantaggio dei vicini e dei lontani. A tutti noi è chiesto di riaggregare la comunità, di rammagliare gli strappi, di ricollegare le tiepidezze che ci hanno fatto allentare il forte vincolo di unità che vuole essere l’identità della nostra Chiesa in Arezzo. Ma non basta. Occorre servire il Signore anche altrove; occorre rinnovare l’esperienza di quei dodici, chiamati a stare con lui per annunziare il Vangelo. La nostra storia personale diventa storia di apostoli se sapremo rispondere con intelligenza e disponibilità alla chiamata del Signore e portare la sua Parola nel nostro ambiente.
Credo la Chiesa aretina. È un’esperienza particolare essere parte della Chiesa di Arezzo-Cortona-Sansepolcro. Questa mattina abbiamo celebrato la comunione della nostra Chiesa particolare. Tutto il presbiterio ha rinnovato la disponibilità a Cristo, nelle mie povere mani. Anch’io ho rinnovato la mia obbedienza a Lui. Questa sera voglio ringraziare il Signore anche per il gran dono che mi ha fatto, facendomi diventare vostro Pastore.
3. La presenza di Gesù in mezzo a noi
Egli, in quell’ultima sera, ha voluto essere presente in mezzo ai Suoi, nel segno del pane e del vino. Questo segno, questo santissimo Sacramento che ogni domenica rinnoviamo su questo altare. Ci è chiesto stasera di recuperare la dimensione soprannaturale della nostra storia di fede.
Da sempre noi sappiamo di poter contare sulla presenza reale del Signore. Da sempre siamo in comunione e facciamo la comunione. Ma stasera vi chiedo di recuperare un senso in più, la capacità di comunicare tra di noi aldilà delle nostre piccole storie, come il Corpo Mistico del Signore. 
Onorare la presenza reale di Cristo è riprendere il cammino in nomine Domini, sapendo che neppure la morte ci può separare; ma che il peccato, le omissioni, le cattiverie sono invece capaci di spezzare la nostra unità. Cosa vuol dire in nomine Domini. Vuol dire che la segreta forza delle nostre storie, non è il nostro impegno, la nostra volontà le nostre capacità, ma è la preghiera con la quale riusciamo a percepire la presenza di Dio e a essere sicuri che esiste una parte della nostra storia che non si vede, ma che, per questo, non è meno reale. Credo che il Signore opera in mezzo a noi, chiedendoci di recuperare una particolare attenzione verso le povertà del nostro tempo. 
Sull’altare abbiamo assunto l’impegno di fare Chiesa insieme. All’altare riprendiamo la forza per rinnovare e perfezionare e migliorare un’esperienza che è la lontana eco della parola di Gesù: “Fate questo in memoria di me”.
[1] Lc 22,19
[2] Papa Francesco, Omelia a santa Marta, nella dedicazione della Basilica Lateranense
[3] Paolo VI, Lettera Enciclica, Ecclesiam Suam, 6 agosto 1964
[4] 1Cor 10,17