Omelia dell’Arcivescovo per la Messa Crismale

Arcivescovo--Messa-crismale
Fratelli e sorelle nel Signore:
Iddio ci dia pace in questo Santo giorno, 
che ci vede tutti uniti nella Chiesa madre!
1. L’unzione dello Spirito
L’Apostolo Pietro ci ricorda la nostra identità: “Siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa” [1].
Come nella sinagoga di Nazareth, anche noi riuniti stamani al cospetto di Dio, riconosciamo l’unzione dello Spirito, il nostro carattere battesimale, come segno indelebile dell’appartenenza al popolo di Dio. Questa grande preghiera che raccoglie tutte le componenti dell’assemblea santa attorno a Cristo ci induce a rinnovare il nostro impegno “a portare ai poveri il lieto annunzio, a proclamare ai prigionieri la liberazione, e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi” [2] . Nel cuore di quest’anno il successore di Pietro ha promulgato l’Anno Santo, anno di Grazia e di misericordia del Signore.

Siamo raccolti nell’unità innanzitutto per riconoscerci e valorizzarci nei carismi e nei ministeri che lo Spirito effonde su questa Chiesa: il vescovo con il suo presbiterio, il collegio diaconale, coniugi cristiani, Religiosi e Religiose, accoliti, lettori, catechisti, ministri straordinari della comunione, animatori della pastorale giovanile, ma anche quanti si fanno prossimi agli anziani e ai malati, ai poveri, a chi ha perduto il lavoro e comunque chi nella Comunità ha un compito da svolgere. 
In questa Messa che tutti ci riunisce diciamo al Signore una preghiera bella: che possiamo diventare sempre più una Chiesa tutta ministeriale, nella quale ciascuno fa la sua parte raccogliendo la specifica vocazione che ha ricevuto all’Ordine Sacro, al Patto Sponsale, all’animazione della società con quei doni che comunque vengono dallo Spirito. Come l’olio ha la naturale capacità di spargersi fino a raggiungere tendenzialmente ogni parte della realtà dove è versato, così siamo a chiedere d’essere strumenti di quella unzione spirituale, che è il dono dello Spirito Santo, perché il profumo di Cristo ci faccia capaci di “consolare tutti gli afflitti, per dare …olio di letizia invece dell’abito di lutti, veste di lode invece di uno spirito mesto” [3] . 
Siamo il “popolo sacerdotale” a cui il Signore affida il suo Evangelo in questo anno di grazia, perché sia strumento di misericordia e di pace per gli uomini e le donne del nostro tempo, per la famiglia ferita, per chi non trova la propria strada, per chi è assetato di speranza.
All’uscita dall’Egitto dell’oppressione e della schiavitù, all’antico popolo d’Israele fu comandato di apporre un segno sullo stipite della propria porta, perché ogni casa segnata dal sigillo di Dio fosse preservata dallo sterminio [4]. Quelle antiche vicende dell’Esodo sono figura del “carattere battesimale” che è l’identità cristiana. Anche nella complessità di questo tempo il “giusto fiorirà come palma” [5]: il Signore non abbandona il suo popolo. La pace e la concordia sono ancora possibili, purché anche per questo anno siamo disposti ad essere “affamati e assetati di giustizia” [6], senza perdere il coraggio della fede.
Il Nuovo Testamento chiama “segnati con il sigillo” [7] dello Spirito i cristiani, membri del popolo di Dio [8]. Al dono che viene dall’alto fa eco quella risposta che da questa Cattedrale arriva ad ogni comunità della nostra Chiesa. 
Il sigillo dello Spirito, di cui il Sacro Crisma è il segno nel Battesimo, nella Cresima e nell’Ordine Sacro, ci chiede di vivere da cristiani. Al primato della Parola corrisponda il primato della preghiera. Siamo il popolo di Dio perché Dio ci ha scelto “il Signore è nostra parte di eredità” [9] e il calice della nostra gioia. Siamo a ridirci l’un l’altro e tutti insieme diciamo a Dio, come l’Israele antico in Sichem  [10], che non vogliamo che passi un solo giorno dell’anno che si avvia con la Pasqua, senza che ciascuno di noi si dedichi con cuore giocondo alla preghiera che è lode a Dio per le meraviglie che compie, è ringraziamento per averci voluto figli nel Figlio, è intercessione e richiesta per questo mondo provato dalle difficoltà del vivere e dal consueto armamentario del male: fame, guerra, malattie, divisioni e insicurezza. 
“Riconosci cristiano la tua dignità” [11] esorta Papa Leone, che è motivata dall’amore di speciale predilezione che Dio ha per noi. L’olio di letizia che raggiungerà questo pomeriggio tutte le nostre comunità, sia il segno del primato della preghiera e dell’impegno a farci docili all’azione dello Spirito. 
2. “Chiamati” a essere Chiesa
La vocazione fondamentale che tutti noi abbiamo ricevuto è quella ad avere parte alla Chiesa di Gesù. L’iniziativa è di Dio. Da Lui proviene la Grazia delle virtù teologali: la luce della fede, il coraggio della speranza, la forza della carità. 
A noi compete la risposta attraverso La responsabilità delle nostre scelte. Alla Chiesa del Signore si appartiene non per personale decisione soltanto, ma per quel mirabile intreccio di Grazia di Dio e di libertà dell’uomo che ci fa diventare figli di Dio.
Pur essendo Gesù l’unico sommo sacerdote della nuova alleanza [12], questo popolo è tutto sacerdotale, in virtù dello Spirito Santo, è arricchito di tante diversità, che sono i ruoli a cui Dio chiama ciascuno di noi. Gesù ha reso “partecipe tutto il suo corpo mistico di quella unzione dello Spirito con la quale è stato unto: in esso tutti i fedeli formano un sacerdozio santo e regale” [13] . Questa mattina noi con il nostro amen ribadiamo l’assenso alla “alleanza eterna”, assumendocene la responsabilità, quali donne e uomini liberi che tornano ad impegnarsi davanti a Dio e ai fratelli. Tra breve il presbiterio rinnova le promesse sacerdotali, la vita di speciale consacrazione i propri voti, i coniugi il loro patto d’amore. Tutti torniamo a dire: “Signore puoi contare su di me”. 
Cari fratelli presbiteri, a nome di tutta la Chiesa ho la gioia di dirvi grazie per tutto quello che siete e per la montagna di lavoro che fate ogni giorno a servizio degli altri: Dio vi ricompensi! 
A noi che è dato di adunare la comunità, di rappresentare il Buon Pastore in mezzo al Suo popolo, è chiesto anzitutto di assomigliare più fortemente al Signore: vocazione sublime! Il primo dei nostri doveri, che oggi torniamo a promettere, è la preghiera per il popolo che ci è affidato: tutti insieme per questo popolo che ad un tempo è aretino, cortonese e biturgense, dovunque sia il luogo del tuo immediato ministero, qualunque sia la tua parrocchia, tenendo viva la dimensione soprannaturale, di cui tanta sete ha la gente del nostro tempo. 
La più antica rappresentazione del Buon Pastore nella catacomba di Domitilla, non è la placida immagine bucolica del pastore con in collo la pecorella, ma quella del pastore che fronteggia i lupi, a rischio della sua stessa vita. Come al pastore solerte che dà la vita per le sue pecore, anche a ciascuno di noi è chiesto di impegnarci nelle fatiche del servizio pastorale. L’antico biografo di san Martino di Tours, in tutto il Medioevo icona del ministro di Dio, di fronte all’ennesima fatica è posto sulle labbra una parola forte: “Non recuso laborem”. La virtù che è richiesta ai pastori della Chiesa nel nostro tempo è di farsi carico, insieme, del popolo di Dio, nella fiducia vicendevole, nella fraternità praticata, nella stima per il sacerdozio ministeriale che ti fa “agere in persona Christi capitis” solo se tu vivi con intensità l’appartenenza a questo popolo, senza fughe, senza ricerca del tuo comodo, della tua carriera, del tuo personale peculio. Ci è chiesto d’essere di buon esempio nella pratica dei consigli evangelici e nella fedeltà alle promesse sacerdotali.
Tutti apparteniamo al popolo sacerdotale; a tutti è chiesto, ciascuno nella propria condizione di vita. Di vivere l’appartenenza a Cristo in spirito di servizio gli uni verso gli altri: nella fedeltà coniugale per gli sposi, nella sequela di Cristo in conformità al carisma che ti è attribuito, nella qualità cristiana con cui vivi la professione e il lavoro, l’impegno politico e la responsabilità sociale, nella progettualità delle scelte che ti prepari a fare, cerando la volontà di Dio e non il tuo comodo personale. Tutto è grazia dice la Scrittura, ma alla grazia bisogna corrispondere.
3. Una Chiesa tutta ministeriale
I giovani cresimandi che sono a venuti a chiederci di consacrare per loro il Crisma con il quale saranno confermati, chiedono a questa Santa Chiesa, cioè ai convocati dallo Spirito, di usare il servizio del discernimento, che è di tutti gli adulti nella fede, discende dal ministero del vescovo successore degli apostoli, dall’esercizio del sacerdozio dei presbiteri, ai quali nella direzione spirituale, che è loro propria, hanno il compito di “discernere gli spiriti” [14] e di guidare al Signore ogni cristiano che a loro si affida. 
Appartiene anche a tutti i battezzati, sia singulatim sia aggregati in associazioni e movimenti nelle varie aggregazioni ecclesiali di farsi carico gli uni degli altri. Principio di riferimento è il bene comune. I ministeri ricevuti creano un dovere. Alla Chiesa del nostro tempo per quell’unzione dello Spirito che oggi in modo speciale si celebra è chiesto di togliersi di dosso quel pesante fardello delle lagnanze continue, la tentazione di sostituire alla gioia del servizio la recriminazione per le difficoltà che esso inevitabilmente comporta, l’immagine di una continua stanchezza nel ruolo che si addice assai poco ai liberi figli di Dio. Abbiamo bisogno di pastori della Chiesa gioiosi e lieti perché Gesù si è messo nelle loro mani, assicurando la Sua presenza in mezzo al popolo nella divina Eucaristia che “sola gratia sua” [15] possiamo celebrare ogni giorno e nella multiforme dimensione sacramentale della Chiesa in cui, liberi da ogni attaccamento al denaro, al potere e al prestigio, siamo ministri della Grazia. Lo stesso ministero sacerdotale in questo tempo e in particolare in questa Chiesa particolare è necessario che sia vissuto in piena collaborazione tra presbiteri e laici, ciascuno nel proprio compito, tutti impegnati alla edificazione del Regno.
Abbiamo bisogno di sposi felici che, nutriti del vicendevole amore, mostrino ai figli la bellezza della famiglia cristiana e la sua alterità rispetto alle altre forme di convivenza umana, che rispettiamo, ma che non hanno il sigillo dello Spirito Santo nel Sacramento. Chiediamo ai fratelli e alle sorelle che vivono la speciale consacrazione a Cristo di darci il segno del Nuovo Umanesimo in Cristo Gesù, vivendo con piena realizzazione umana la paternità di Dio e la maternità della Chiesa, gioiosi e lieti pur nella continua offerta di sé, che la radicale pratica dei consigli evangelici comporta a immagine di Cristo crocifisso. 
A tutti i cristiani è chiesto di essere organici gli uni agli altri. Il nuovo popolo di Dio già nella teologia paolina assume per sé l’icona del corpo: un solo corpo in cui, se Gesù è la testa che coordina tutto, a noi è chiesto di essere membra strettamente collegate, non solo con il capo ma anche vicendevolmente. La organicità del corpo ci consente di essere immagine di Dio; venir meno a questa relazione costitutiva della Chiesa costruisce mostri, manifesta il peccato, è ragione di scandalo per chi ci incontra. 
Fino dai Padri Apostolici è cara ai cristiani la relazione tra il pane eucaristico e il corpo ecclesiale. Agostino di Ippona, proprio in riferimento alla Mistero Pasquale, elabora la similitudine tra l’Eucaristia della quale ci ciberemo tra breve, e il nostro essere Chiesa [16]. Come il pane è frutto di tanti chicchi di grano, ma, per diventare cibo che sfama ogni uomo, è necessario che essi si liberino del loro involucro, accettino d’essere molati per diventare farina, hanno bisogno dell’acqua che li fonda in unità, della fatica dell’uomo che li impasti: solo il fuoco li fa diventare cibo profumato che sazia la fame. Così ai cristiani è chiesto di rinunziare al proprio individualismo, di tollerare con letizia d’essere molati dalle fatiche del vivere d’ogni giorno e dai sacrifici che comporta il servizio al mondo; hanno necessità dell’acqua del battesimo che li coinvolga nell’unica Chiesa; solo il fuoco dello Spirito, significato nell’unzione spirituale del Crisma, li rende evangelizzatori e testimoni credibili, cibo per gli altri come il pene eucaristico senza il quale non possono vivere.
Questa rinnovata coesione della nostra Chiesa, laici e presbiteri in armoniosa collaborazione, noi domandiamo al Signore nella Messa del Crisma che stiamo celebrando, perché effonda il Suo Spirito, ci ricrei e ringiovanisca questa nostra Chiesa che, in comunione con la Chiesa di Roma e con tutte le Chiese sparse nel mondo, vuole annunziare a tutti la misericordia del Signore e l’Evangelo di Cristo, fonte e culmine della nostra speranza.
Guarda la fotogallery della Messa Crismale 2015.
[1] 1Pt 2,9
[2] Lc 4,18
[3] Is 61,2-3
[4] Cfr. Es 12,12-13
[5] Sal 92,13
[6] Mt 5,6
[7] Apoc 7,3.5
[8] Cfr. 2Cor 1,22
[9] Sal 16,5
[10] Gios 24,1ss
[11] Leone Magno, Discorso 1° per il Natale, n°3
[12] Cfr. Ebr 5,1ss
[13] Concilio Ecumenico Vaticano II, Presbyterorum Ordinis, 2
[14] Cfr. 1Cor 12,10
[15] Cfr. Ef 2,8
[16] Sant’Agostino, Discorso 229/A nella Domenica della Santa Pasqua, 1.2