Fratelli e sorelle nel Signore:
Dio ci dia pace
in questa quinta tappa del cammino quaresimale!
I. Il nostro Dio è misericordia
Il cammino quaresimale ci ha condotto anche quest’anno alle soglie della Settimana Santa. Domenica prossima ricorderemo l’ingresso festoso di Gesù a Gerusalemme e poi i giorni della passione, morte e resurrezione del Signore, nostra Pasqua.
In questa quinta tappa del percorso penitenziale, la Chiesa ci propone il modo concreto perché la Pasqua che stiamo per celebrare abbia una valenza efficace per la nostra esistenza, segni un rinnovamento vero e profondo della nostra vita: un’alleanza nuova per essere graditi a Dio.
La misericordia del Signore ci viene incontro, prendendoci per mano nell’ascolto della voce dei Profeti, nell’amicizia nuova con Gesù. Dio con bontà infinita cancella il nostro peccato, donandoci il suo Spirito. Purché nell’esercizio della nostra libertà siamo disposti a interiorizzare la Parola di Dio veniamo trasformati si cancellano i danni del peccato, si recupera la nostra identità di figli di Dio: a immagine di Lui siamo stati creati. Solo la fede ci libera dal formalismo della ritualità e dà consistenza alla nostra stessa volontà di conversione.
La coscienza di ogni uomo è il santuario interiore da rendere mondo e libero, con quella fatica che è il prezzo della nostra dignità. Il cuore è il luogo d’incontro dell’uomo con Dio: ci liberi il Signore dalla banalità che pervade molta parte della vita del tempo che viviamo, dalla superficialità che dà importanza alle apparenze più che alla verità di noi stessi. Chiediamo al Signore in questa Pasqua che viene di farci passare dalla religiosità solo esteriore, dai riti che soddisfano il gusto del mistero ed esaltano la fragilità dell’uomo e le sue paure e di farci approdare al porto della salvezza, a incontrare Lui, il Signore. Il Profeta ci chiama a liberarci dal dominio degli istinti per convertirci al Dio vivente. I martiri cristiani furono condannati per essere “irreligiosi”, mai disponibili a gesti di culto, senza un vero riscontro interiore. Insegna la Scrittura religione pura e senza macchia davanti a Dio e Padre è questa: “Visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo”[1].
Il messaggio di Gesù fu chiamato Evangelo, notizia buona e bella: agli amici di Gesù in questo tempo complesso è chiesto di assomigliare a Lui, “mite e umile di cuore”. Pronti a perdonare, ad accogliere tutti, a non condannare nessuno. Si assomiglia a Gesù con un percorso di discepolato che non finisce che in Cielo. La poca frequentazione della Parola del Vangelo genera moralismo, non misericordia; allora quello che si dice e si fa, non è più né bella né “buona novella”.
La frequentazione costante della Parola di Dio dà dinamismo alla nostra vita e creatività alla Chiesa. Un’antica preghiera cristiana recita “la parola del Vangelo cancelli i nostri peccati”. La novità intrinseca del Vangelo infrange il male che vi è in noi. Ci fa alternativi alla logica del mondo, cambia le fondamenta della nostra esperienza umana: ci fa capaci di costruire una civiltà dell’amore.
II. Gesù, il Maestro, ci insegna a confrontarci con il male e a vincerlo
L’amarezza di Dio si trasforma in misericordia: il tradimento dell’Orto degli Ulivi a opera di un amico; la violenza fisica della flagellazione; la beffa della coronazione di spine, il crollo del mito della giustizia nella condanna del sinedrio; la volubilità della folla che grida: “Crocifiggilo”; la sofferenza fisica, il male, la morte. La risposta di Gesù è: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”[2].
La Chiesa, che è il corpo mistico di Cristo, riesce ad apprendere la lezione di Gesù? Al suo interno, di fronte al tradimento degli ideali: perché tanti ragazzi che hanno ricevuto il Vangelo se ne lavano le mani, nell’indifferenza? Perché il torpore e la flemma di tanti ministri e consacrati?
Nel consesso delle nazioni, perché ancora esiste la barbarie della tortura, della pena di morte, degli olocausti? Perché i poveri non hanno ancora giustizia sulla terra? Perché miracolismi ed empietà camminano insieme anche nel nostro tempo? Perché tanti malati ancora inguaribili, tanti handicappati, perché si muore a vent’anni?
La nostra preghiera, unita a quella di Gesù, è ancora capace di salvare la terra.
Ecco cosa non sapeva Dio: l’esperienza dell’assurdo! “Imparò l’obbedienza dalle cose che patì”[3]: imparò quanto siamo capaci di farci del male: innocente fu perseguitato, benefattore fu ucciso. Ebbe pietà di noi e seguitiamo a non prenderlo in considerazione. Eppure l’amore di Gesù vince anche le nostre incongruenze, “rimane fedele”[4].
La fede insegnava Joseph Ratzinger quaranta anni fa, per il non credente è una grande tentazione . Affascina, fa riconoscere la novità del Vangelo di Gesù, che viene scoperto come “buono e bello”. È tentazione perché è atto dell’intelligenza e della volontà, di Dio e dell’uomo. È una partita che ogni generazione gioca, assieme al gioco della libertà.
La forza dell’obbedienza, come ci è insegnata dal Signore Gesù, è collaborazione con Dio e dunque efficacissima azione dell’uomo, che con la sua scelta diventa grande e significativo: il Figlio di Dio si fidò del Padre e riuscì a beffare il Maligno, sull’albero della croce.
L’obbedienza dei cristiani, che vuol dire farsi carico della situazione in cui la Provvidenza ti ha fatto trovare, diventa via di liberazione per il mondo che hai intorno, ma anche fonte di ogni personale dignità. La via cristiana per migliorare il mondo parte dall’impegno dalla persona.
III. Dal Vangelo tre lezioni
L’evangelista Giovanni ci offre tre maniere perché la Pasqua che tra breve celebreremo ancora non si esaurisca nella tradizione e nella ritualità.
Il chicco di grano se non cade in terra e non muore non dà frutto.
Nessuna esperienza che non passi attraverso la persona è vera e significativa per chi la prova.
Come in natura il seme per generare la vita deve rinunziare alla propria protezione e liberarsi dell’involucro, così ogni uomo e ogni donna, se vuole essere utile agli altri deve coinvolgersi nelle situazioni in cui si trova.
Occorre far scoppiare l’involucro delle contraddizioni che ciascuno si porta dentro e mettersi al servizio dell’altro, di chi è nel bisogno. Se fai come il bruco, esce ancora la farfalla che vola. Ma tu sei ben più che un piccolo insetto: non vi è nelle tue scelte il determinismo che presiede ai comportamenti degli animali. La persona umana è dotata di intelligenza e capace di libertà. Anche alla solidarietà è necessario essere educati pazientemente attraverso scelte etiche e allenamento alle responsabilità.
L’ora della glorificazione è il momento in cui risplende l’amore e si manifesta la tua verità. Gloria è una categoria biblica che connota il momento in cui tutti possono vedere la realtà delle cose. La gloria di Cristo è vedere che per noi va in croce e muore, affidandosi al Padre che, dopo tre giorni, lo farà risorgere. Noi siamo privi di pazienza: non sappiamo aspettare che Dio, vera guida della storia, valorizzi ciascuno dei suoi figli. Bonaventura da Bagnoregio insegna che la croce del Signore è l’unico legno capace di farci passare il mare rosso delle nostre contraddizioni e delle insicurezze che ci attanagliano [6].
La gloria di Cristo è la sua regalità, perché con la coerenza del suo amore conquista ancora oggi la nostra fiducia. Così nasce la fede.
Infine, il giudizio di questo mondo. La verità giudica le cose con la sua solarità. “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta” [7].
[1] Gc 1,27
[2] Lc 23,34
[3] Ebr 5,8
[4] 2Tim 2,13
[5] Ratzinger J., Introduzione al cristianesimo, Quesrininana 2014, pag. 38
[6] Bonaventura da Bagnoregio, Itinerarium mentis in Deum, cap. 7
[7] Gv 1,4-5