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Omelia dell’Arcivescovo presso la Chiesa Cattedrale

Pentecoste
31-05-2020

31 maggio 2020

Omelia dell’Arcivescovo nella Chiesa Cattedrale

Messa Crismale
30-05-2020

30 maggio 2020, in Vigilia Pentecostes

Amati fratelli, sorelle benedette:

siamo chiamati nella Chiesa della Cattedra

per invocare il dono dello Spirito su questo popolo che ci è affidato.

 

Desidero anzitutto esprimere la mia gratitudine a Dio che, pur nell’ultimo giorno del tempo pasquale, ci consente di riunirci per la Messa Crismale. Gratitudine a tutti voi miei fratelli nel sacerdozio che, anche nella dura prova di questi mesi di scompiglio, non avete abbandonato il popolo. Avete dato buona testimonianza che questo presbiterio è ricco di veri e generosi pastori. Dio ricompensi anche tutti voi che nei vari ministeri laicali avete cercato di fare la vostra parte di battezzati.

 

  1. Il servizio a Dio passa per il servizio al suo popolo

Questa assemblea ecclesiale raccoglie la molteplicità delle vocazioni, che si esplicitano nei segni dei tre olii santi: dei catecumeni, degli infermi e del Sacro Crisma. Rievocano l’annunzio della fede, la consolazione degli afflitti, la regalità della consacrazione, ad un tempo modello di una antropologia nuova, profetica e sacerdotale.

La Chiesa, sul modello della Santa Trinità – “una potenza da cui tutto procede; una prole per la quale tutto è stato fatto; uno il dono della perfetta speranza[1] – è se stessa quando sa combinare la molteplicità delle situazioni, la diversità delle persone e delle culture con l’unità tra di noi e soprattutto con Dio. Siamo popolo, cioè tanti, se si diventa segno perché siamo “un cuor solo e un’anima sola[2].

L’esperienza cristiana valorizza la persona nel progressivo percorso verso la santità, approfondendo la qualità delle relazioni, nel quadro di un’umanità che è la famiglia di Dio, come insegna il Vaticano II “insieme di fratelli animati da un solo spirito, per mezzo di Cristo nello Spirito[3].

Non si è cristiani da soli. Una delle prove più dure di questi mesi è stata quella di aver lacerato la comunità, pensando che bastasse ridurla a un’esperienza virtuale e mediatica, quasi non fosse una storia reale, fisica come quella che in questo momento stiamo vivendo. Un’unica Messa di tanti celebranti, ciascuno con il proprio contributo identitario e sacerdotale, ma tutti presenti attorno all’unico altare.

Questa celebrazione ha il compito di rivelare la gioia nel concento dell’anno liturgico: “Ecco quant’è buono e quant’è piacevole, che i fratelli vivano insieme! È come olio profumato che, sparso sul capo, scende sulla barba, sulla barba d’Aaronne, che scende fino all’orlo dei suoi vestiti; è come la rugiada dell’Ermon, che scende sui monti di Sion[4].

         Questa fraternità, che lenisce le aridità del nostro tempo, accompagna alla fede quanti incontriamo, perché è in sé una proposta. Ministeri e carismi animano il servizio da rendere al mondo. Tocca ai genitori far scoprire la famiglia come Grazia di Dio. È compito degli educatori far riconoscere la poesia del creato, lo splendore della scienza per scrutare le meraviglie che il Creatore ci ha affidato. A noi sacerdoti è chiesto di guidare quanti sono alla ricerca del senso della vita, perché si mettano in cammino verso la piena adesione alla Chiesa. Raccogliamo il senso del catecumenato e dell’olio che la Chiesa offre a chi vuol diventare “atleta di Cristo[5] perché, come gli antichi lottatori prima di scendere in gara, si ungano per sfuggire alla presa dell’avversario.

Questi tempi di grande dolore coinvolgono tutta la Chiesa nella vicinanza a chi soffre, nel conforto a chi è duramente provato, nella preghiera per gli infermi che, come insegna la Scrittura, alla maniera del Buon Samaritano dobbiamo offrire a chi è colpito dal male: “C’è tra di voi qualcuno che soffre? Preghi. C’è qualcuno d’animo lieto? Canti degli inni. C’è qualcuno che è malato? Chiami gli anziani della chiesa ed essi preghino per lui, ungendolo d’olio nel nome del Signore[6].

Non si scioglierà questa grande Assemblea senza aver rivisitato la bellezza di essere cristiani e di quel sacerdozio comune che, come frutto del Battesimo, ci unisce a Cristo unico e sommo sacerdote. Il Sacro Crisma è il segno visibile del dono dello Spirito, nell’antica tradizione della Chiesa. Dove arriva porta gioia, anzi: festa! La festa nel cuore di noi sacerdoti qui riuniti nel ricordo sì delle mani che ci furono unte il giorno della nostra ordinazione, facendole diventare la carezza di Dio per il suo popolo.

Cari presbiteri, tra breve rinnoveremo le promesse fatte in quel giorno in cui fu cambiata la nostra identità con il carattere del sacerdozio ministeriale, che ci rende capaci, al di là delle nostre indegnità, di agire “in persona Christi capitis[7] nell’edificazione della Comunità ecclesiale di cui l’Eucarestia è il Sacramento per eccellenza.

 

  1. Dio parla attraverso gli eventi

Nella Chiesa del Signore non esistono storie uguali: a ciascuno Iddio assicura un’attenzione particolare, unica e irripetibile. Lo stesso fa con ogni comunità e con ogni Chiesa particolare riunita insieme con i successori degli Apostoli. A noi tutti chiede di partecipare con il tesoro delle diversità, che sono la nota identitaria della nostra dimensione di credenti.

Occorre praticare una pietà cristiana, antica e sempre nuova: il dialogo con il Signore, nell’ascolto interiore della sua Parola è la preghiera che avvia alla ricerca di chi siamo e, attraverso i doni ricevuti, quale sia la risposta che l’eterno Padre attende da ciascuno. Il rapporto vicendevole si fonda sullo Spirito di Cristo, che, sempre e comunque, ci è offerto come fondamento della carità, nell’amore reciproco che ha come misura il Crocifisso Risorto. Sta a noi dialogare, valorizzando la Grazia ed evitando le chiusure, che sono i tanti nomi del peccato. Sì, ciascuno ha una sua propria vocazione, giacché Dio non ci massifica, non ci considera per categorie, ma sempre ci stima e ci ama come figli. È stata una vera sofferenza in questi mesi abitare nello stesso luogo, costretti ad essere lontani. Mi siete mancati figli carissimi. Ci siamo mancati vicendevolmente e percepiamo la gioia del ritrovarci insieme nella chiesa madre come dono di Dio.

La risposta al Signore è il servizio: il sacrificium laudis, che nella preghiera esprime la coralità della Chiesa e, nel fare la propria parte secondo il ministero che ci è chiesto, manifesta la carità, che è l’impronta dei famuli Dei, cioè di coloro che sono parte della famiglia di Dio e sono riconoscibili per il bene che si portano l’un l’altro[8].

La sofferenza di questi mesi di forzata clausura ha determinato una situazione nuova che ci interpella non solo nell’ordine dell’essere, ma anche in quello del fare. Occorre riannodare i legami che trasformano in comunità ogni parrocchia, dando valenza teologica alla dimensione istituzionale e giuridica. Bisogna rimettere insieme le Unità Pastorali, che aggregano popolazioni con necessità comuni. I Vicari Foranei, che mi sono stati vicinissimi in questi mesi e che ringrazio, sono pienamente all’opera per rendere anche visibile l’identità della nostra Chiesa diocesana. Per tutti, un gran lavoro da fare.

Il nuovo è soprattutto missione, come Papa Francesco ci ha chiesto in Evangelii Gaudium[9] e come il nostro Sinodo ci ha ripetuto. Occorre individuare i modi adatti alla situazione nuova, per praticare il servizio che ogni cristiano vuole rendere al Signore. I tanti carismi, per Grazia di Dio presenti nella nostra Chiesa diocesana, e i tanti ministeri sono al servizio della persona: del giovane figlio che incontriamo al quale, in questa estate difficile, vogliamo mostrare la cura che la sua Chiesa gli riserva, attuando, anche se con difficoltà e fatica, almeno una singola esperienza di quella pastorale giovanile che la CEI ci ha proposto.

Ci sono a cuore le famiglie nuove che speriamo di incontrare per donar loro il Sacramento, che è stato impedito dal divieto di assembramenti. Ci piace dire la nostra vicinanza ai padri e alle madri, che nella nostra Chiesa sono le colonne portanti: di un presente che non si spaventa di fronte alle difficoltà e di un futuro che potrà essere migliore, se sarà possibile presto riprendere a lavorare.

A tutti vogliamo riproporre il Vangelo, soprattutto a quelli che hanno una conoscenza della Chiesa come fenomeno che appartiene alla cultura, ma non ne hanno esperienza né partecipazione diretta.

Forti di queste risorse siamo saliti presso l’Arca di San Donato, per raccogliere una nuova chiamata, consapevoli della Grazia che ha risposto alla preghiera in questo terribile tempo. Anche la realtà del nostro territorio è profondamente cambiata. I ritmi e le modalità a cui la Chiesa si era abituata nel tempo sono diventati fragili. Per un verso, anche quelli che ci furono più vicini sono ora rimasti segnati dalla paura. Non si sono solo rinchiusi nelle loro case. C’è una sorta di individualismo interiore che sarà nostro compito far di nuovo convergere verso la comunità ecclesiale. Non stanchiamoci di ripetere che la Chiesa è il popolo di Dio. Costretti a comunicare attraverso gli strumenti mediatici, abbiamo favorito le devozioni personali e affievolito, nel sentire comune, la necessità di incontrarci personalmente ogni domenica a Messa. Non bastano i pii sentimenti, vogliamo tornare a condividere insieme la parola di Dio e a cibarci della Santissima Eucarestia.

La nostra fede comune ci fa cogliere questo momento come un kairos, un appuntamento con la storia. È facile cogliere l’affermazione del ritmo medievale: “mors et vita duello conflixere mirando”. Saremo capaci di aggiungere con il Monaco Wippone alla corte di Corrado II “dux vitae mortuus regnat vivus”? Sì, questa è la missione della Chiesa: annunziare che Gesù è Risorto, è vivo e presente nella Santa Assemblea. “Non temere piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno[10].

Come nella “Parabola dei lavoratori delle diverse ore[11] non importa che cosa abbiamo fatto finora. Il padrone della vigna anche in quest’ora torna a chiamarci a lavorare, facendo ciascuno la propria parte nella Chiesa in Terra d’Arezzo. Sarà questo il modo di trasformare il gran male che ci è venuto addosso in un’occasione propizia. Varie volte abbiamo fatto riflessioni sulle ingiustizie del mondo e sulla società malata del nostro tempo. Un piccolo essere, visibile solo al microscopio, nel giro di poche settimane, ha messo in ginocchio gli imperi della Terra, distruggendo certezze e mettendo tutti, paesi ricchi e paesi poveri, nel bisogno per sopravvivere. Lo stesso avviene anche nel nostro territorio.

In umiltà, consapevoli d’essere un piccolo gruppo armato solo della fede, vogliamo riprendere insieme il cammino. L’Apostolo ci ammonisce: “State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace.  Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio[12].

 

  1. Edificare il nuovo

Questa Messa vuole segnare la piena ripresa del servizio che la Chiesa rende al territorio, ma anche l’avvio di una storia tutta nuova, quale quella che abbiamo disegnato nel Sinodo. Mi pare di poter dire che è stato un dono del Signore aver potuto preparare il progetto del nuovo cammino che ci aspetta, prima che scoppiasse l’emergenza sociale che tutto ha sovvertito.

La Madonna, che abbiamo invocato con fede e alta coralità, ci ha protetto. La nostra Diocesi parrebbe che sia stata lambita dal male in misura modesta. In questa Messa, che idealmente raccoglie tutta la nostra Chiesa, vogliamo pregare per i defunti e le loro famiglie e ringraziare Dio per le tante persone che sono potute ritornare a casa grazie alla esemplare opera dei medici, degli infermieri, di tutti gli operatori che non si sono risparmiati in queste fasi pericolose del male. Ma anche di voi parroci che con sacrificio siete rimasti al pezzo.

La pausa estiva andrà valorizzata, rammendando gli strappi e ricomponendo, magari con forme nuove, la nostra Comunità diocesana.

Avviando questo percorso, chiediamo la Grazia del Signore, perché dono speciale di aver progettato il nuovo prima della tempesta ci faccia considerare l’esperienza sinodale e le decisioni prese insieme come l’Arca di Noè, che ci permetterà di passare oltre il diluvio universale e di recuperare il futuro che Dio ci dona.

 

[1] Sant’Ilario di Poitiers, Trattato sulla Trinità, Libro 2, 33

[2] At 4, 32

[3] Concilio Vaticano II, Costituzione Lumen gentium, n. 28

[4] Sal 133

[5] Papa Francesco, Copacabana, 27 luglio 2013

[6] Gc 5, 13-14

[7] Cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, “I presbiteri, in virtù dell’unzione dello Spirito Santo, sono marcati da uno speciale carattere che li configura a Cristo sacerdote, in modo da poter agire in nome di Cristo capo”, Decreto Presb. Ord. 1,2

[8] Cfr. Lettera a Diogneto, I

[9] Papa Francesco, Evangelii Gaudium, cap. 1, 20

[10] Lc 12, 32

[11] Mt 20, 1-16

[12] Ef 6, 14-17

Omelia dell’Arcivescovo nella Badia d’Arezzo

Festa di Santa Rita
22-05-2020

22 maggio 2020

  1. Il primato della formazione: la vita interiore alla scuola di Sant’Agostino

Il fascino di liberare la gente, dando a ciascuno la capacità di volare alto con una vita personale consapevole, fa diventare la fede la via del riscatto dalle miserie del tempo.

Nell’Italia dei liberi Comuni, un gruppo di preti alla ricerca del senso della loro dimensione sacerdotale riscoprì l’incanto della predicazione di Agostino, Vescovo d’Ippona. Provarono a mettere insieme la contemplazione nell’eremo e la formazione in mezzo al popolo. Si aggregarono tra di loro perché la rivisitazione di Sant’Agostino porta con sé l’ecclesiologia di comunione. Senza comunità non si progredisce. Sarebbe bello che in questo tempo di pandemia la nostra gente si rendesse conto che la Chiesa è popolo di Dio, capace di mettere insieme la dimensione personale e quella comunitaria: due risorse che si richiamano vicendevolmente e assicurano vitalità alla Chiesa.

Quei preti agostiniani in Terra d’Umbria, vent’anni dopo la morte di San Francesco che aveva riscoperto la fraternità come carisma, si danno un impegno reciproco che diventa una regola. Una settimana nel rigore dell’eremo a pane e acqua e tre settimane predicando al popolo: “contemplata aliis tradere[1].

In Terra di Cascia, nell’estremo sud est dell’Umbria, alle pendici dei Monti Sibillini ci sono ancora diversi siti di rifugio, che furono il luogo dello studio e della contemplazione di quei preti agostiniani. Le piccole comunità dei villaggi intorno furono in grado di godere dei frutti spirituali loro offerti durante il Ministero.

In quegli anni, in Umbria, il linguaggio è ricco di simboli che hanno la capacità di parlare ai semplici. Gli antichi biografi di Santa Rita, tutti concordi, annotano che fin dalla tenera giovinezza alla Margherita Lotti era stato insegnato nella predicazione a salire in alto. Ancor oggi si chiama “lo Scoglio” il luogo della contemplazione, ma anche l’alternativa alle misere gole dei pecorai. Il messaggio è chiaro: la preghiera costruisce la vita interiore. Se hai il coraggio, con fatica verrai fuori dall’oscura vita quotidiana: “Ciò che sento in modo non dubbio, anzi certo, Signore, è che ti amo. Folgorato al cuore da te mediante la tua parola, ti amai, e anche il cielo e la terra e tutte le cose in essi contenute, ecco, da ogni parte mi dicono di amarti, come lo dicono senza posa a tutti gli uomini, affinché non abbiano scuse[2].

Il perdono: una storia d’amore e di perdono

La Margherita Lotti – Rita ne è il diminutivo – ebbe la vicenda d’essere fisicamente molto bella e, giusto perché figlia del notaio, capace di scrivere, leggere e capire. Ai suoi 18 anni, Paolo Mancini è un giovane cavaliere. Una storia di amore forte e significativo, dove la dolcezza femminile e il vigore di un giovane piccolo capo di una fazione politica del luogo celebrano un matrimonio nella chiesa di San Montano a Roccaporena e nascono due ragazzi, Giangiacomo e Paulo. Parrebbe una storia qualunque, felice del poco e segnata dall’amore, che è una linea della spiritualità della vita interiore della discepola casciana di Sant’Agostino.

Un giorno terribile chiamano Rita al bivio fuori del paese, dove Paolo è stato ammazzato e solo il suo cavallo non lo ha abbandonato. Dolore grande per Rita, che chiede a Dio di preservare i figli dallo spirito di vendetta. Perdona gli assassini del marito e con ciò stesso si tira addosso l’odio dei parenti di lui. Tutti battezzati, ma il sangue grida sangue e Rita, che si oppone per amor di Gesù, inizia il suo calvario di incomprensione e alternativa alla logica del mondo.

La giovane sposa, perduti il marito per altrui violenza e i figli a causa di una delle tante epidemie di quel tempo, si dedica tutta al Signore. Nel monastero di Santa Maria Maddalena a Cascia, due sue cognate già monache non le perdonano di aver fermato la vendetta contro Paolo e cercano di renderle impossibile la vita in convento, ma Rita è forte e non si perde d’animo.

Erano tempi vivaci, dai grandi contrasti, e, come scrisse secoli dopo Ratzinger, la fede diventa una tentazione forte. Durante la Settimana Santa, dopo una predica a Cascia del francescano Giacomo della Marca – poi santo –, nella chiesa di San Francesco, Rita si propone di radicalizzare la sua adesione al Signore. Perfino i pittori del tempo rammentano questo episodio: Rita, meditando di fronte a un’immagine del Crocifisso nell’orto del monastero, fa un’operazione interiore di altissima valenza, che vorrei passasse anche ai nostri tempi. Si rende conto d’un gran dolore che ha sulla fronte: molto probabilmente è malata di cancro. Dice al Cristo: “prestami una spina della tua corona[3], cioè esorcizza il male fisico dando anche ad esso un significato, cioè dominandolo. Ecco ciò che manca alla passione di Cristo[4].

Giorno dopo giorno, Rita diventa un punto di riferimento per gli altri: prima per le monache del monastero, poi per i villaggi che ne fanno corona. Con linguaggio simbolico dei tempi, il biografo antico narra che alla morte di Rita le campane di tutto il Casciano, mosse dagli angeli, suonarono a festa, cioè il popolo riconobbe il segno di Dio.

  1. In via, in patria

Santa Rita ci insegna che la vita è un percorso, dove, migliorando se stessi, si cammina in avanti verso il paradiso. “La Chiesa conosce due vite che le sono state divinamente predicate e affidate: una è nella fede, l’altra nella visione; una nel tempo del pellegrinaggio, l’altra nell’eternità della dimora; una nella fatica, l’altra nel riposo; una lungo la via, l’altra nella patria; una nell’attività, l’altra nel premio della contemplazione[5].

Il nostro tempo così attento all’economia ci ha fatto confluire in questo antico chiostro dei monaci cassinesi, per tornare ad essere consapevoli che i soldi sono necessari per vivere, ma se diventano un impero ci fanno schiavi di un mondo improbabile. È bastato un “piccolo esserino” a forma di “corona” a mettere in difficoltà gran parte dell’umanità, a partire da quelli che dei soldi fanno la ragione della loro vita.

Santa Rita ci insegna questa sera a non perderci la vita accanto a Cristo Risorto nella Gerusalemme del Cielo. C’è di più e c’è di meglio delle tribolazioni di questo mondo. Ci si appropria del dono del Signore che è la vita beata, se, giorno per giorno, impariamo a fare la nostra parte nelle condizioni in cui siamo.

Rita, giovane sullo scoglio della preghiera, è bellissima sposa del cavaliere più ammirato del territorio, madre felice, ma anche, tutto di seguito, vedova senza dramma. Certa di ritrovare Paolo in Cielo, assieme ai figli. Capace di continua conversione, fino a sfidare e vincere perfino il cancro con la forza della fede.

Chi va in Cielo? Ci vanno quelli che, nel girotondo dei giorni, sanno amare tutti, perdonare le offese, offrirsi a Dio negli umili gesti quotidiani per recuperare le ferite del tempo, in mezzo agli uomini e alle donne, dove ti è capitato di vivere: “beati gli operatori di pace, perché di essi è il Regno dei Cieli[6].

[1] San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae II IIae, q. 188, a. 6.

[2] Sant’Agostino, Le Confessioni, X, 6

[3] Cfr. “La Beata Rita da Cascia divenne in vita partecipe della Passione di Cristo, sopportò una delle sue spine. Brillando per molti miracoli, diventa di giorno in giorno di luce più viva”, iscrizione sulla Cassa Solenne

[4] Cfr. Col 1, 24

[5] Sant’Agostino, commento al Vangelo di San Giovanni, Tratt. 124, 5, 7, Opera Omnia, Città Nuova, XXIV, II

[6] Mt 5, 9

Santa Messa del Patrono

Prima Celebrazione Eucaristica con il popolo dopo l’emergenza Coronavirus
18-05-2020

Omelia dell’Arcivescovo nella Chiesa Cattedrale +++ 18 maggio 2020

Venerati Fratelli miei nell’Episcopato,

Carissimi Vicari Foranei,

Sorelle e Fratelli nel Signore: Dio ci dia pace in questa occasione gioiosa!

Vi ho chiamato presso l’Arca di San Donato in questo primo giorno in cui è consentito adunare il popolo di Dio, per celebrare insieme la Messa dopo quasi tre mesi. Abbiamo dato esempio di obbedienza, nella ricerca del bene comune e nella prevenzione della pericolosa epidemia.

Si avvia, in qualche modo, una nuova pagina della storia anche di questa Chiesa aretina. Non basta riaprire le chiese, riattivare il culto con la Santa Assemblea, riprendere i ritmi consueti in ogni parrocchia della Diocesi.

 

  1. Il popolo di Dio è in cammino

Siamo consapevoli del tanto bene che è stato seminato prima di noi e siamo pieni di gratitudine per chi ci ha preceduto. Ora occorre avviare il nuovo.

Mi piace cogliere tre immagini della Scrittura con cui illuminare questo momento complesso e delicato. Tocca esplorare una realtà poco conosciuta. È stato violentemente interrotto lo stile pastorale, che da decenni avevamo praticato. Ci siamo resi conto che la Parola di Dio meditata è divenuta per molti recupero di uno spazio interiore e di preghiera. Dio non abbandona il suo popolo.

Era tempo che non si riproponeva la famiglia come piccola chiesa. Mi commuove pensare ai giovani sposi accanto al loro bambino che, nel riserbo che si addice alle cose delicate, hanno pregato Dio di proteggere la creatura e di farli capaci di un’educazione necessariamente rinnovata. Mi piace pensare alle famiglie cristiane, dove, senza pompa, figli adolescenti con i loro genitori non avranno passato Pasqua senza pregare almeno un momento insieme. La Chiesa vera è più consistente di quella che appare.

I media hanno riproposto teatro e musica con la scritta “registrato prima della chiusura…”. Hanno fatto riscoprire che, pur cambiando la scena, si può valorizzare ancor di più l’opera d’arte. Sono state sospese le manifestazioni religiose esteriori. Siamo stati aiutati a comprendere che la fede è capolavoro di Dio e dell’uomo. È nostro compito di pastori cercare di capire, di valutare insieme la risorsa che ci hanno portato i Social e i collegamenti streaming. Ci siamo anche resi conto che siamo poco preparati ad esprimerci con linguaggi del nostro tempo. Ci siamo accorti che c’è un popolo nuovo. Siamo forse nella condizione degli esploratori che Mosè mandò avanti prima di entrare nella valle del Giordano. Anche noi abbiamo la speranza di aver di fronte non solo la terra “permessa” – non si torna indietro –, ma anche la terra “promessa” ad Abramo, in cui occorrerà faticare, ma dove nessuno ci impedisce di pensare che vi “scorra latte e miele[1]. La sfida è che ciascuno in questa Chiesa recuperi la prospettiva dei Patriarchi: “Mosè li mandò a esplorare il paese di Canaan, e disse loro: «Andate su di qua per il mezzogiorno; poi salirete sui monti e vedrete che paese è, che popolo lo abita»[2].

Papa Francesco, in Evangelii Gaudium, ci ha invitato alla missione: “tutti siamo chiamati a questa nuova “uscita” missionaria. […] uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo[3]. Abbiamo sperimentato che si può essere Chiesa anche nel nuovo, dentro il quale occorre entrare. Il compito che ora ci è affidato è incontrare una realtà diversa da quella che avevamo attorno prima di questa grande pandemia.

C’è una tentazione che con la forza di Dio vorremmo evitare. Il rimpianto non solo è peccato, ma fa svanire la nostra identità di cristiani nel tempo presente. Occorre ricordare la vicenda della moglie di Lot, che, a suon di voltarsi indietro per rimpiangere la città perduta, diventò di sale[4], cioè una figura che perde le proprie sembianze, perché si dissolve dentro le tempeste del mondo reale.

Dobbiamo invece fare come Gesù con i discepoli di Emmaus e avvalerci dei 5 verbi della pericope di Luca 24: avvicinare, ascoltare, spiegare, condividere e spezzare il pane dell’Eucarestia e della carità[5]. È l’identità della nostra Chiesa, che anche in questa vicenda ha saputo tenere forte la fede, praticare l’amore per il prossimo, pur rinnovandosi nel linguaggio e nelle prospettive. È una bella sfida essere significativi per la generazione futura.

  1. Ci è chiesto di farci modelli del gregge

L’intera Assemblea adunata nella Cattedrale ha qualche Ministero da esercitare in Terra d’Arezzo. Mi piace ricordare con gratitudine che il Signore ci ha ispirato a celebrare il Sinodo diocesano prima dello scoppio della disastrosa epidemia. Siamo bersagliati dalla continua narrazione degli effetti malefici di questo piccolo essere a forma di “corona”, che ha messo in ginocchio gli imperi della Terra.

Perfino gli Stati economicamente più avanzati del pianeta si sono dovuti rendere conto della fragilità, che, in 80 anni di non belligeranza, ci aveva illuso che la cosa più importante nella vita fosse il benessere economico e finanziario.

Dopo il virus, la crisi economica. Cos’è che fa superare le prove? L’uomo regge, se ha uno spessore interiore, se mette i rapporti affettivi tra i tesori preziosi da preservare ad ogni costo, se pretende dai politici di non dimenticare il bene comune, l’eguaglianza e la pari dignità di tutti i membri del genere umano, il valore inequivocabile della libertà. Questa è la civiltà cristiana.

I mesi di forzata riflessione hanno quantomeno fatto dubitare del valore apodittico dei luoghi comuni del pensiero diffuso. Di fronte alla caduta dell’impero romano, Sant’Agostino diceva ai suoi cristiani: “Qualsiasi evento storico, per quanto nefasto possa essere, è sempre posto su di una via che porta al positivo, ha sempre un significato costruttivo”.

Come Chiesa diocesana occorre interrogarci se siamo ancora disponibili a esercitare il Ministero dell’educazione: illuminare le coscienze, far riscoprire la paternità di Dio che non abbandona.

Sarebbe prematuro provare a disegnare quali siano i modi e le forme del Ministero pastorale che ci aspetta. Questa Chiesa nel suo bagaglio secolare porta con sé un numero di gioiosi risvegli dopo le crisi che la storia le ha fatto incontrare.

La cieca Siranna, illuminata da San Donato perché con la fede recuperasse la capacità di vedere i bisogni degli altri, è misura di questa Chiesa. Senza retorica, dobbiamo ricordare che alla fine dell’ultimo conflitto mondiale, partì proprio da Camaldoli un’esperienza educativa nuova: la formazione di giovani animati dalla fede e ricchi di competenza da offrire agli altri per ricostruire la società. Riuscirono a identificare ante litteram gli ideali della Costituzione Repubblicana.

Questa Assemblea liturgica è ricca di diversità. Bene esprime la Chiesa che ha prodotto il Sinodo. Non esistono più i “pretoriani” addetti ai lavori e il “popolo minuto”, spettatore di eventi. Il Concilio, settanta anni fa, ci aveva insegnato che esistono una pluralità di vocazioni: ciascuno, vivendo la propria, edifica la casa comune[6].

L’Apostolo Pietro ci ha appena ricordato qual è il modo con cui deve comportarsi chi ha maturato esperienza di Cristo. È chiesto a chi ha responsabilità nella Chiesa di non farlo “per vergognoso interesse, ma con animo generoso[7].

  1. Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla[8]

La mia preghiera di quest’oggi è che Dio ci liberi dalla paura del nuovo, dal timore di non riuscire a svolgere il nostro compito, dalla preoccupazione di non essere all’altezza. Occorre liberarci dal volontarismo, dall’eccessiva considerazione di noi stessi rispetto alla missione. Giova ricordare sempre che la Chiesa è di Dio: è lui il pastore; noi, al più, non siamo altro che servi pastori. Con un atto collettivo di fede ci siamo riuniti per fissare ancora insieme gli occhi su di lui: Gesù, il Signore.

I cristiani di Roma all’inizio del II secolo amarono raffigurare il buon pastore attaccato dai lupi, per difendere le pecore e comunque vittorioso[9].

Imitare Gesù, per i cristiani del nostro tempo, significa anzitutto non essere pavidi. Certamente troveremo difficoltà, forse anche qualche sofferenza, ma niente potrà fermare l’opera di Dio. Sta scritto: non prevalebunt[10].

Negli Atti degli Apostoli, anche nei momenti di apparente sconfitta, Luca annota che un numero crescente di persone si aggregano agli amici di Gesù. Mi piace ricordare che nella Chiesa di San Donato, se vuoi essere santo come il Patrono, giova tenere a mente che abbiamo tutti fatto dono di noi stessi a Dio e al prossimo, al prossimo per amore di Dio.

Coraggio dunque! Tutto forse ci potrà mancare, fuorché l’aiuto del Signore.

[1] Es 33, 3

[2] Nm 13, 17-18.

[3] Papa Francesco, Evangelii Gaudium, 20

[4] Cfr. Gn 19, 26

[5] Cfr. Lc 24, 13-35

[6] Cfr. Perfectae caritatis, 8; Lumen Gentium, 32

[7] I Pt 5,2

[8] Sal 23

[9] Cfr. Cimitero di Pretestato, Arcosolio di Celerina, Catacombe di Domitilla, cubicolo del Buon Pastore

[10] Mt 16, 17-19