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Omelia dell’Arcivescovo nella Chiesa Cattedrale

Omelia di San Donato
07-08-2020

7 agosto 2020

    1. Un compito straordinariamente attuale

Arezzo e San Donato, suo Vescovo, si raccontano fin dall’antichità per due ragioni tutt’ora attuali. Il calice rotto e riparato con le preghiere e la carità del Vescovo e quel participio passato latino del verbo donare che non solo è il nome del secondo Vescovo di questa Chiesa, ma è anche un programma di vita significativo anche ai nostri giorni: Donato, cioè uno che si dona, si impegna ogni giorno per gli altri[1].

È conosciuta la vicenda di Donato che vuol dire la Messa, ma i pagani gli buttano in terra l’unico calice di vetro e lo rompono, credendo di fermare così la Chiesa, cioè rovinando le strutture materiali di cui ha bisogno. Donato non si perse di coraggio; raccolse con fatica i pezzi del calice infranto e pregando li rimise insieme. Ne mancava un pezzetto, ma si sa: non si può pretendere che tutto sia perfetto.

Gli antichi amavano il linguaggio simbolico: partendo dal particolare per giungere all’universale. Ecco la funzione di ogni Vescovo di Arezzo: con la preghiera e la sua opera di carità, rimettere insieme la città infranta dalle polemiche e dalle divisioni, dalla cattiveria e dalla mancanza di attenzione per il bene comune. Così succede in ogni epoca. C’è poi sempre un pezzo che manca, che è il segno della presenza della cattiveria, l’imprevisto negativo che per un verso rende più difficile l’opera e per l’altro fa venir fuori una storia che sa di miracolo. Il Vescovo – dice un bell’adagio aretino – è come il duomo: si vede da ogni parte, perché in alto, ma non è di nessuna parte, non vuole altro che la pace e la concordia di tutto il popolo che gli è affidato: sono i frutti della fede. È certamente nella missione episcopale e della Chiesa lavorare per il bene comune, ragionando e convincendo, pregando laddove non si arriva a fare solo con le forze umane.

Rileggendo il diploma di Teobaldo sul Perdono d’Assisi, autenticato dalla testimonianza di frate Ranieri e di frate Giovanni, entrambi di Arezzo, mi ha colpito il fatto che San Francesco ottiene attenzione da Papa Onorio III e, dopo di lui, dalla Chiesa attraverso i secoli, presentando il tema della ricostruzione che è sempre possibile.

Lo spunto per il poverello d’Assisi fu la piccola chiesa di San Damiano da lui riparata, ma Francesco chiese al Papa di por mano a ricostruire la Chiesa intera e per questo ottenne ascolto: un impegno di straordinaria attualità anche oggi.

Ricostruire è un verbo che ci coinvolge. Dopo la terribile prova che abbiamo sopportato, nulla è più come prima. Figli di San Donato, anche noi abbiamo la sfida di riparare ciò che è stato guastato, perché sia utile. Occorre rimettere insieme, ricostruire il vivere comune, con gli ideali del bello, del giusto e del buono: lo dobbiamo ai bambini appena nati che hanno già rinnovato, con la loro venuta al mondo, l’anagrafe di questa Città.

La Chiesa di S. Donato torna quest’oggi ad alzare la voce, per chiedere a tutti gli aretini, ciascuno con la propria visione del mondo, con progetti politici spesso non conciliabili, di tornare a sperare. Il messaggio di San Donato è che è possibile agire insieme, senza perdere le identità particolari, ma costruendo insieme.

Vorrei riprendere immagini dell’infanzia da ripetere in questo giorno, per aiutare a riprendere l’impegno per la ricostruzione. Non so bene quali siano i giochi preferiti dei bambini di oggi, ma, pur con nomi diversi, credo che ancora le costruzioni affascinino e i puzzle incuriosiscano. Ogni pezzo è diverso dall’altro e se vuoi fare il progetto con le tue mani, ti tocca scegliere la tessera adatta perché ogni elemento stia bene accanto all’altro. Se ne manca uno, c’è il vuoto, si sciupa il disegno.

La storia aretina di questi tempi ci chiede di trovare il pezzo giusto, senza scartare nessuno, cercando di avere un progetto che sia apprezzabile per tutti.

Amici, occorre ricostruire, non si può stare a guardare. Forse i pagani di San Donato ci sono anche nel nostro tempo. Sono quelli che possono permettersi il lusso di stare a guardare e ridere dei nostri tentativi, ma chi vale e ha un progetto non esclude nessuno. Si fa carico anche di quell’aretino senza fissa dimora, di quel malato provato dalla malattia, di quella famiglia che ha perso qualcuno dei suoi cari senza neppure poterlo salutare.

Riusciranno gli aretini, guardando i piccoli delle nostre case, a sentirsi almeno per un frammento di tempo fratelli? Il bene comune non è legato alle ideologie: non ne prescinde, ma neppure si fa condizionare.


  1. Donato si china a raccogliere i pezzi del suo calice rotto

         Figli carissimi di questa Chiesa, l’esperienza terribile fatta in questi mesi e che certo non è finita, almeno in alcune parti del mondo, non ci consente di fare parole.

A noi cristiani tocca di metterci al servizio, ciascuno con le proprie risorse e i propri doni. Il mio primo pensiero va alla Scuola, non solo all’Istituzione, che pure rispetto e voglio favorire in tutti i modi, ma al favoloso ministero dell’educatore. Dobbiamo riscoprire il fascino di spendere la vita per insegnare agli altri a trovare se stessi. In un mare di parole, c’è una parola, la Parola di Dio, il suo Vangelo, che ci chiede di fare da buoni samaritani, perché sulla via da Gerusalemme a Gerico[2], ci sono tanti bastonati lungo la strada. Tristemente, ci sono anche i nostri bambini e i nostri giovani che hanno visto sovvertita la struttura educante e trasformata come fu possibile con strumenti telematici. I media ripetono la decisione delle autorità di riaprire la scuola nel rapporto interpersonale e diretto. Mancano anche gli spazi: la nostra Diocesi, sull’esempio di quella di Roma che sta offrendo lo stesso servizio, è disponibile ad accogliere i ragazzi nelle proprie strutture, dove fosse possibile e necessario. È un’occasione provvidenziale per far riscoprire ai giovani la Parrocchia. Ovviamente, occorrerà verificare caso per caso la concreta realizzazione di questa disponibilità di fondo, secondo le leggi italiane vigenti.

C’è bisogno di riappropriarci del privilegio della carità. Ezechiele ci ha detto di aiutare le pecore disperse del gregge di Dio. Mi piace cogliere da questa liturgia il dono del sogno che Gesù Cristo ci offre. Un giovane figlio del nostro Valdarno chiede l’onore di avviarsi a diventare Ministro del Signore. Una scala di Giacobbe dove, passo dopo passo, si arriva a fasciare la pecora ferita e curare la malata: “avrò cura della grassa e della forte, le pascerò con giustizia[3].

Il modello è Gesù, il pastore che non ci farà “temere alcun male, perché sempre mi sei vicino, mi sostieni con il tuo vincastro[4].

È molto bello che stasera, nella Chiesa di Donato, passiamo il dono dell’Ordine Sacro a un giovane figlio del Kerala, di quell’ordine carmelitano arricchito nella santità dalla Santa aretina figlia dei Redi. Il Diaconato, terzo grado dell’Ordine Sacro, è il privilegio di mettersi all’ultimo posto, per poter servire gli ultimi. Da quella parte della Chiesa evangelizzata dall’Apostolo Tommaso, riceviamo stasera la testimonianza della fecondità della Grazia nel popolo di Dio.

Il Diaconato si esercita nel servizio: a Gesù che è presente nei suoi poveri, poi per ritus et preces. Il servizio ai poveri prima, perché il Signore stesso ce lo ha detto “Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me[5].

 

  1. Ci sono altre pecore che non provengono da questo recinto

Buoni pastori e mercenari popolano la pagina di Vangelo che ci è stata appena proclamata. Viene da chiederci, cari amici segnati come me dal sacerdozio di Cristo, se siamo disposti a liberarci dalla tentazione di abbandonare le pecore e fuggire al venire del lupo. Quello che ci fa pastori è che ci importa delle pecore che ci sono affidate. Vuoi cogliere cosa ci è chiesto dopo la pandemia? Conoscere ed essere conosciuti dalla porzione di popolo di Dio che ci è affidata ed essere pronti a dare la vita per questa parte di gregge, il gregge di San Donato che, come Gesù, “pertransivit benefaciendo[6].  Dopo aver speso i giorni della sua vita a fare del bene in Arezzo e in tutta quella regione “intra Tevero e Arno[7]che gli fa corona, il nostro Vescovo fu decapitato, ma il suo nome e la sua Grazia portano ancora a Cristo i giovani del nostro tempo.

Ministri della Chiesa aretina rinnoviamo il nostro servizio di pastori. Cari preti, ci sono “altre pecore che non provengono da questo recinto[8].

Mi rendo perfettamente conto che questi mesi di tribolazione ci hanno messo alla prova. La Madonna del Conforto e San Donato ci hanno ottenuto due Grazie singolari. La pandemia è passata in mezzo a noi, in tutta la Diocesi, portandosi via ben pochi dei nostri. L’emergenza che ci chiede di ricostruire il nuovo ci è arrivata addosso, appena rifinito il progetto sinodale. Cinquecento dei nostri, sotto la guida dello Spirito Santo – il Sinodo è una nuova Pentecoste –, ci hanno indicato che la via per rinnovare il nostro servizio al Vangelo passa attraverso il coinvolgimento di ciascuno e una reale scelta di servizio di tutti i membri della Chiesa – preti sì, ma anche laici, religiosi e religiose. Al laicato competono l’impegno per il bene comune, l’animazione della cultura, la custodia del creato, l’attenzione verso le persone più fragili, la riproposizione della famiglia cristiana, come modello della società ispirata al Vangelo. Papa Francesco, in Evangelii Gaudium, dedica una lunga riflessione sulla Chiesa in uscita: “L’intimità della Chiesa con Gesù è un’intimità itinerante, e la comunione «si configura essenzialmente come comunione missionaria. Fedele al modello del Maestro, è vitale che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura»[9]. Fedele al modello del Maestro, anche la Chiesa aretina esca ad annunciare il Vangelo a tutti, a cominciare da quelli che ci stanno accanto e che forse, per l’immagine che abbiamo dato o per le omissioni che hanno appesantito il nostro servizio, non si ritrovano facilmente con noi. Occorre andarli a cercare con delicatezza e rispetto, ma pure con interesse e amore, perché sono fratelli e sorelle che ci sono molto cari e dobbiamo farglielo percepire nei gesti, ancor prima che nelle parole. Questo concetto non è soltanto un pio desiderio o un’opportunità per fare opere buone. Il Papa ci chiede di fare un cambiamento interiore. Lui stesso parla di conversione. Occorre umilmente tornare ad essere missionari. Non solo servire quanti vengono a cercarci, ma fare come quella donna che aveva perduto il suo soldo e rivoluziona tutta la sua casa pur di ritrovarlo: “O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta. Così, vi dico, c’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte[10].

Da mesi ho avviato una seconda Visita Pastorale sulle orme di San Donato, per incontrare i miei preti e i miei laici, quelle parti attive della Chiesa, che hanno diritto ad essere confermate dal Vescovo per chinarsi ancora, come Donato, e rimettere insieme i cocci. Devo riconoscere che finora c’è stata un’accoglienza veramente bella e attenta al Vescovo come ministro del Signore. Abbiamo tralasciato le forme consuete – cerimoniali e istituzionali – solite nelle visite pastorali. Siamo riusciti a intenderci fortemente e a valorizzare quanto il Sinodo Diocesano ci ha riproposto.

Aiutatemi, ve ne prego, non recuso laborem, come Martino di Tours: se serve sono pronto ancora a fare la mia parte, a farmi pellegrino, in tutta la parte che mi manca di visitare ancora, nella nostra bella e vasta Diocesi.

Il Santo Patrono, con quanti in paradiso gli fanno corona, ci aiuti a rinnovare la nostra Chiesa e il servizio che intende rendere al mondo.

[1] Cfr. Gregorio Magno, Dialoghi, I, 7,3

[2] Cfr. Lc 10, 30

[3] Ez 34, 16

[4] Sal 23, 4

[5] Mt 25, -40

[6] Cfr. At 10, 38

[7] Dante, Divina Commedia, Paradiso, XI, 106-108

[8] Gv 10, 16

[9] Papa Francesco, Evangelii Gaudium, 23

[10] Lc 15, 8-10