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Omelia dell'Arcivescovo al Carmelo d’Arezzo, il 1° febbraio 2020

Presentazione del Signore al Tempio
01-02-2020

Celebrando con i Religiosi e le Religiose della diocesi i Primi Vespri della Presentazione di Gesù al tempio

Fratelli e sorelle nel Signore:

pace a voi!

Con grande gioia vi saluto. Siamo venuti al Carmelo per pregare insieme, in comunione anche visibile con l’unica comunità di claustrali che è rimasta in questa nostra città episcopale.

Con questi Vespri avviamo la festa della luce e dell’incontro come le Chiese d’Oriente ancora ancora si esprimono, chiamando “Ipapante” – cioè incontro – la liturgia odierna. Nel segno della luce si chiude il tempo della natività e con il gesto della Vergine Madre che offre, secondo la legge mosaica[1] il primogenito e la profezia del vecchio Simeone si apre la riflessione sul senso pasquale della vita, che è la via della nostra salvezza.

  1. Testimoni della vicinanza di Dio e della sua misericordia

Betlemme illumina la vita di ogni uomo, illumina le oscurità della storia: Dio salva a suo modo e con i suoi tempi.

I tre voti sono la dimensione radicale della fede, profondamente alternativa alla logica del mondo. Sono un tentativo di risposta al perché Dio abbia scelto la via dell’incarnazione, che abbiamo meditato nel tempo natalizio. L’annunzio degli Angeli, cioè della dimensione soprannaturale, porta a scelte consequenziali non conciliabili con il peccato.

L’umiltà dell’obbedienza fa parte del mistero dell’incarnazione: Maria in piena disponibilità a Dio risponde “ecce ancilla Domini”[2]. Non una parola, ma una sequela di fatti che segnano la sua vita: la carità della Visitazione perché è consapevole del progetto del Figlio che ha in grembo, e poi la storia intera della sua vita accanto a Gesù e alla Chiesa. Gesù stesso pratica l’obbedienza a Nazareth dove, tornando da Gerusalemme, ritrovato tra i dottori, va con Maria e Giuseppe: «partì dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso»[3]. Poi la fatica della vita pubblica, il Getsemani e il calice liberamente accettato, fino al Salmo 21, recitato da Gesù stesso in croce, prima di morire: dalla desolazione della prova, alla vittoria che Dio assicura ai suoi eletti.

Ci è di misura la povertà di Dio che non agisce da solo, ma invia l’Angelo e chiede a Maria se è disposta a collaborare con Lui: è il tema della libertà, che dà sapore alla vita di consacrazione al Signore.

La logica del “nihil habentes, et omnia possidentes”[4]. La creazione dono di Dio e la libertà dalla logica del possesso e del potere mondano è l‘anima della Lettera enciclica Laudato sì, una delle forti profezie di Papa Francesco.

La castità di quanti vivono una speciale consacrazione al Signore è il segno manifesto di una storia d’amore indiviso[5].

Anche con questa celebrazione annuale di tutta la Chiesa diocesana si rinnova la stima e l’apprezzamento per la preziosa vocazione al nubilato e al celibato, per il Regno dei Cieli: la Perfectae Castitatis cui i Padri Conciliari vollero dedicare una speciale autorevole riflessione per il rinnovamento della vita religiosa.

La castità serena che torniamo a promettere al Signore stasera, è espressione della libertà interiore di cui siamo capaci di fronte al potere dei sensi, continuamente evocato in questa società dei consumi.

È segno della fame e della sete di giustizia che noi sappiamo far vivere, in risposta alle provocazioni del secolo, provocando tutte le coscienze degli uomini forti a riscoprire i valori umani e cristiani.

  1. Siamo chiamati a evocare la funzione di Simeone e Anna nel Tempio

È profezia riconoscere il disegno di Dio, l’atteso dalla natura umana, talvolta in modo inconsapevole. Tocca a noi dedicare la vita “con digiuni e preghiere”[6] cioè praticando l’ascetica e cercando una dimensione mistica, con la quale aspettare l’incontro definitivo nella Gerusalemme del Cielo, con Dio cui dedichiamo tutta la nostra esistenza.

Tocca a noi essere fiduciosi testimoni di fronte al mondo che con l’aiuto di Dio e la Sua Grazia la Chiesa è preservata dall’errore. Occorre liberare noi stessi e quanti incontriamo nella vita quotidiana dal rimpianto dei tempi passati[7] e, soprattutto dal senso di sconfitta e di paura quasi che la Chiesa non fosse sorretta dal Signore. Liberiamo i nostri ambienti dalle visioni negative, dalle critiche soprattutto al Papa e alla Chiesa del nostro tempo. La fede ci insegna che il Successore di Pietro è dono di Dio per il suo popolo. Egli solo ha la potestas petrina che gli assicura una speciale assistenza dello Spirito Santo. Asteniamoci dalle visioni mondane e dalla paura per il futuro: sono opera del maligno.

La fedeltà alla preghiera di Anna è un incanto che ci è affidato da vivere: pregare chiedendo al Signore benedizione per la sua Chiesa, ma anche per le comunità per le quali siamo di riferimento.

  1. La profezia di Malachia: siamo chiamati alla gioia della profezia

Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore, che voi cercate[8]. Ogni battezzato è chiamato a praticare la via al Signore. Gesù ci chiede d’essere partecipi della sua opera. Sommamente lo è chi ha ricevuto una speciale chiamata all’interno del Popolo di Dio. Ci tocca ad un tempo d’essere solleciti operai nella vigna del Signore, ma anche d’essere d’esempio agli altri, a tutti gli altri. Vi è una vocazione comunitaria, ma anche un impegno e una responsabilità personale.

È davvero gioiosissima la parte che ci è riservata dal Signore: “Il Signore è mia parte di eredità e mio calice, nelle tue mani è la vita. Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi[9]. Dobbiamo onorare la vocazione santa con la quale Iddio Benedetto ci ha chiamati alla sua sequela, perché ne imitassimo la santità: “Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”[10].

Noi stessi siamo divenuti segno di questa amorevole premura di Dio, nella misura che sappiamo fare diventare reale l’utopia. Siamo gli esperti viaggiatori sui sentieri dello Spirito, che sanno raccontare le meraviglie di Dio e insegnarne la strada agli ardimentosi che vorranno percorrerla con noi.

A noi è data la possibilità di vedere possibile l’alternativa del progetto di Dio alla progettualità del mondo. Noi, voi con me, miei cari religiosi, siamo quella porzione del popolo di Dio capace di sognare, come San Giuseppe prima della fuga in Egitto[11], come Giacobbe di fronte alla grande scala[12], come Pietro[13] nel carcere delle costrizioni dei problemi quotidiani. Ci è chiesto di vivere la virtù del vecchio Simeone, “uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d’Israele”[14].

Il fuoco del fonditore e lisciva dei lavandai, la stessa spada nel cuore di Maria sono le prove della nostra affidabilità.

L’argento e l’oro, evocati dal profeta Malachia per esprimere l’esperienza cristiana di sequela, imitazione e configurazione al Cristo, hanno una dimensione plastica che ci fa ben riflettere. Dio ci dona la sua Grazia, ma si aspetta la nostra collaborazione. L’argento se abbandonato a se stesso assume il colore del piombo: solo se pulito e curato risplende. Così la nostra vita interiore, senza la pratica quotidiana della meditazione, della personale penitenza, della sopportazione dei disagi con ispirazione soprannaturale, diventa pesante e sgradevole per noi stessi e per quanti incontriamo. Occorre curare la nostra anima con amorevole impegno di ogni giorno.

Sapevano bene gli antichi la virtù dell’oro che si manifesta in tutto il suo splendore quando, esposto al fuoco fino al punto di fusione, riesce a dare una incredibile e meravigliosa luce. Così le nostre vite. Per risplendere in tutta la pienezza occorre donarci fino “alla fusione”, allora il carisma fa da indubbio riferimento alla Chiesa. È quello che chiamiamo santità e ci fa venerare chi è riuscito a raggiungerla.

La fatica della consacrazione radicale del Battezzato, a imitazione di Gesù, farà ciascuno di noi libero come un re, significativo come un profeta e senza paura come chi ha Dio per amico. È un’avventura particolarmente gradita al Signore. La speciale consacrazione ci fa sicuri che non abbiamo sbagliato strada, ma anzi siamo benedetti, perché coinvolti nel progetto di Dio. È tentazione del maligno, purtroppo diffusa nel nostro tempo anche in Italia, il poco rispetto per la vita consacrata. Questa visione va contrastata con il coraggio di impegnarci nella ricerca della santità.

         “Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria”[15]: tocca a noi, fare spazio al Signore, con la fedeltà al carisma che ci è stato affidato e con la ricerca della santità personale.

Il radicalismo del Vangelo, se vissuto con conseguenza, dà il dono di anticipare nella fede la visione.

Torniamo a dare il giusto nome alle cose: voi, care sorelle, siete state le donne più coraggiose della nostra società, quando giovanissime avete accettato la sequela di Gesù, povero, casto e obbediente.

La vostra eroicità merita di essere ricordata, miei cari fratelli che, come i pescatori di Galilea, avete lasciato tutto[16] e da ricchi di molto arbitrio vi siete soggiogati ad una regola, per diventare veramente liberi: “Suscipe, Domine, universam meam libertatem”[17]

Attraverso la santità dei suoi membri, capaci di lottare e di resistere al male, attraverso la santità che riusciremo a vivere in questo prossimo anno, passa la buona testimonianza del Vangelo di Gesù Cristo. Il Popolo di Dio ci sostiene, ma si aspetta da noi il segno ed è esigente: ci chiede di essere coerenti.

Note

[1] Cfr Es 13,11-16

[2] Lc 1,38

[3] Lc 2,51

[4] II Cor 6,12

[5] Pontificale Romano, Rito della Consacrazione delle vergini, n° 96.” Ricevi l’anello delle mistiche nozze con Cristo e custodisci integra la fedeltà al tuo sposo, perché tu sia accolta nella gioia del convito eterno”.

[6] Lc 2,37

[7] Cfr Orazio, Ars poetica 173:” Il vecchio assediato da tutti i suoi malanni, ha desideri ancora, ma per avarizia e per timore d’intaccarlo si astiene da ciò che ha ottenuto, mette mano alle cose col gelo della paura, rimanda, fa progetti nel tempo che non conclude, è avido di futuro, scontroso, brontolone, pieno di lodi per il tempo andato, quand’era ragazzo, di mortificazioni e censure per chi è più giovane di lui”.

[8] Mal 3,1

[9] Sal 15,5-6

[10] Mt 5,48

[11] Mt 2,13

[12] Gen 28,12

[13] Atti 12,7-9

[14] Lc 2,25

[15] Sal 23,7

[16] Cfr Mc 1,18

[17] Sant’Ignazio di Loyola, Esercizi, “Contemplatio ad amorem”: numeri 230-237

III Domenica del Tempo Ordinario
26-01-2020

Domenica della Parola di Dio+++Omelia dell’Arcivescovo nella Chiesa cattedrale, 26 gennaio 2020

Fratelli e sorelle nel Signore,
Iddio ci dia pace in questo giorno santo!

1. Il senso di questa celebrazione
È la prima volta che la Chiesa Cattolica celebra la Domenica della Parola di Dio. Lo scopo di questa decisione del Papa è ravvivare la responsabilità che i credenti hanno nella conoscenza della Sacra Scrittura, cioè nel praticare quotidianamente la Sacra Scrittura per la meditazione e la preghiera . Si tratta di mettere nuovo impegno nella più antica forma di pietà popolare, veramente capace di dare senso alla vita della Chiesa nelle diverse vocazioni laicali, ministeriali e di speciale consacrazione, in cui ogni cristiano si trova.
L’annuncio di Cristo Risorto, soprattutto in questo tempo frenetico, non può trovare discepoli stanchi né oziosi. Ci è chiesto invece d’essere solleciti, nella devozione personale, e nel ritrovare linguaggi nuovi per fare sì che la Sacra Scrittura sia regola viva della vita della Chiesa.
Il Papa ci insegna che per ottenere questo risultato occorre preparare soprattutto i laici e le laiche ad assumere il ministero del Lettorato. Occorre richiamare l’importanza della Parola di Dio in tutte le azioni liturgiche , giacché Cristo parla e compie i sacramenti nella persona del ministro. Occorre anche affidare al laicato di ogni comunità, ad esempio, la preparazione della lectio divina o le altre forme di animazione, diffusione e studio della Sacra Scrittura, anche nei paesi piccoli e lontani.

2. Comunicare attraverso la parola e i segni
All’inizio della Messa, come ai tempi del Concilio e in ogni Assemblea Generale del nostro Sinodo, abbiamo intronizzato la Parola di Dio nel cuore dell’assemblea liturgica, per dare un particolare risalto al Libro Sacro.
Ecco quello che Gesù fece apparso ai suoi: «Aprì loro la mente per comprendere le Scritture» (Lc 24,45). È uno degli ultimi gesti compiuti dal Signore risorto, prima della sua Ascensione. Appare ai discepoli mentre sono radunati insieme, spezza con loro il pane e apre le loro menti all’intelligenza delle Sacre Scritture. Senza la Sacra Scrittura restano indecifrabili gli eventi della missione di Gesù e della sua Chiesa nel mondo. Giustamente San Girolamo poteva scrivere: «L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo» (In Isaia, Prologo, 1,2).
Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha dato un grande impulso alla riscoperta della Parola di Dio con la Costituzione dogmatica Dei Verbum. Da quelle pagine emerge in maniera chiara la natura della Sacra Scrittura, il suo essere tramandata di generazione in generazione (cap. II), la sua ispirazione divina (cap. III) che abbraccia Antico e Nuovo Testamento (capp. IV e V) e la sua importanza per la vita della Chiesa (cap. VI). Insegnava Papa Benedetto XVI: «La sacramentalità della Parola si lascia così comprendere in analogia alla presenza reale di Cristo sotto le specie del pane e del vino consacrati. Accostandoci all’altare e prendendo parte al banchetto eucaristico noi comunichiamo realmente al corpo e al sangue di Cristo. La proclamazione della Parola di Dio nella celebrazione comporta il riconoscere che sia Cristo stesso ad essere presente e a rivolgersi a noi per essere accolto» .

3. Evangelizzare la pietà popolare
Il Papa ha chiesto ai Vescovi che in questa domenica compiano gesti significativi per richiamare l’importanza della proclamazione della Parola di Dio nella liturgia .
Non venga meno ogni sforzo perché si preparino alcuni fedeli ad essere veri annunciatori della Parola con una preparazione adeguata, così come avviene in maniera ormai usuale per gli accoliti o i ministri straordinari della Comunione. Occorre fare in modo che emerga l’importanza di continuare nella vita quotidiana la lettura, l’approfondimento e la preghiera con la Sacra Scrittura. con un particolare riferimento alla lectio divina. Questa è la vera, privilegiata devozione che il Papa chiede di promuovere in questo nostro tempo.
La Bibbia è il libro del popolo del Signore che nel suo ascolto passa dalla dispersione e dalla divisione all’unità. La Parola di Dio unisce i credenti e li rende un solo popolo. Prima di raggiungere i discepoli, chiusi in casa, e aprirli all’intelligenza della Sacra Scrittura , il Risorto appare a due di loro lungo la via che porta da Gerusalemme a Emmaus . Il racconto dell’evangelista Luca nota il giorno stesso della Risurrezione, cioè la domenica.
Quei due discepoli discutono sugli ultimi avvenimenti della passione e morte di Gesù. Il loro cammino è segnato dalla tristezza e dalla delusione per la tragica fine di Gesù. Avevano sperato in Lui come Messia liberatore, e si trovano di fronte allo scandalo del Crocifisso. Con discrezione, il Risorto stesso si avvicina e cammina con i discepoli, ma quelli non lo riconoscono (cfr v. 16). Lungo la strada, il Signore li interroga, rendendosi conto che non hanno compreso il senso della sua passione e morte; li chiama «stolti e lenti di cuore» (v. 25) e «cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (v. 27). Cristo è il primo esegeta! Non solo le Scritture antiche hanno anticipato quanto Egli avrebbe realizzato, ma Lui stesso ha voluto essere fedele a quella Parola per rendere evidente l’unica storia della salvezza che trova in Cristo il suo compimento.
4. La consegna della Scrittura alla Chiesa
Nella Seconda Lettera di San Paolo a Timoteo, al suo fedele collaboratore chiede di frequentare costantemente la Sacra Scrittura. L’Apostolo è convinto che «tutta la Sacra Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare» . Questa raccomandazione di Paolo a Timoteo costituisce una base su cui la Costituzione conciliare Dei Verbum affronta il grande tema dell’ispirazione della Sacra Scrittura. Vi si insegna che «i libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, per la nostra salvezza, volle fosse consegnata nelle sacre Scritture» (n. 11). Poiché queste istruiscono in vista della salvezza per la fede in Cristo, le verità contenute in esse servono per la nostra salvezza.
La Bibbia non è una raccolta di libri di storia, né di cronaca, ma è interamente rivolta alla salvezza integrale della persona. L’innegabile radicamento storico dei libri contenuti nel testo sacro non deve far dimenticare questa finalità primordiale: la nostra salvezza.
Ricordo con stupore, la camera di Pollone dove è morto il giovane d’Azione Cattolica, il Beato Piergiorgio Frassati, lasciata come era il giorno del decesso. Sul tavolo da notte c’è ancora il suo Vangelo dai fogli consunti, per la frequentazione quotidiana del ventiquattrenne studente universitario.
La presenza in questa assemblea della nostra Azione Cattolica, mi dà l’occasione di conferire ad essa una specie di mandato, perché la benemerita associazione di fedeli, che ha tra i suoi scopi principali la formazione dei fedeli laici, obbediente al Papa, prenda ancora l’impegno di puntare sulla Sacra Scrittura, per dare spessore cristiano alle coscienze di quanti incontreranno.
Le religiose qui convenute assieme al resto del popolo di Dio assumano in questa liturgia l’impegno a rinnovare la pietà cristiana, la devozione popolare, attraverso la pratica della Parola di Dio.
La diocesi sta allestendo strumenti mediatici, e applicazioni raggiungibili attraverso i social, per rendere disponibili a tutti semplici strumenti di uso quotidiano per facilitare l’uso della sacra Scrittura: pochi versetti di Vangelo al giorno, letti e meditati, è una pia pratica che cambia la vita.
La fede nasce dall’ascolto della Parola di Dio, chiediamo insieme al Signore di non farci dimenticare d’essere tutti dediti all’apostolato, perché quanti incontriamo scelgano di essere cristiani, discepoli di Gesù.

Omelia dell’Arcivescovo Fontana presso la Chiesa Cattedrale di Spoleto

San Ponziano
13-01-2020

13 gennaio 2020

Lunedì 13 gennaio alle ore 21.00, nella Basilica Cattedrale di Spoleto si è tenuta una veglia di preghiera presieduta da mons. Riccardo Fontana a suggellare l’arrivo della reliquia di San Ponziano in Duomo. Il nostro Vescovo dal 1996 al 2009 è stato Arcivescovo di Spoleto-Norcia, Chiesa nella quale fece solenne ingresso proprio nella festa di S. Ponziano di ventiquattro anni fa.

Ecco di seguito l’omelia.

Giovane Ponziano, felice cavaliere del Cielo, ancora una volta Spoleto si rivolge al Signore, nel ricordo del tuo martirio.
Cari spoletini, mi piace condividere con voi poche considerazioni sul nostro martire, sulla città, sulla stagione di Chiesa che stiamo vivendo.

1. La provocazione del martire Ponziano
«Ponziano è il nome che i genitori mi hanno imposto, ma, più di ogni altra cosa al mondo, desidero essere chiamato cristiano» . Al giudice Fabiano, il nostro giovane martire dice una verità assai grande: che la fede rivela la libertà. Credo che al tempo presente la Chiesa spoletana, soprattutto in Umbria, possa condividere con molte Chiese sorelle questo prezioso tesoro che è il nesso tra fede giovane e libertà.
La festa di questi giorni, con le sue stesse forme esteriori, trova la sua ragion d’essere nella bellezza della scelta di ogni generazione nuova per la fede, percepita come espressione libera e matura. Credo che valga la pena provare a riflettere su questo tema che appartiene alla nostra tradizione, ma che ha anche una forte valenza umanizzante.
La fede è una risposta a Dio che ci interpella, che per primo inizia il dialogo con ogni figlio e figlia che si apre alla vita consapevole. È una scoperta del valore che tu hai non solo per i tuoi amici, ma per Dio stesso, che è il più alto punto di riferimento, che trascende il tempo, che è amore e principio di ogni storia di amore.
È un atto di responsabilità, che manifesta la dignità di ogni persona consapevole di sé. Un gesto in qualche modo creativo, che pur sa avvalersi di quell’interior instinctus che Tommaso d’Aquino riconosce come intrinseca qualità attribuita ad ogni essere umano, una nota che fa scoprire al soggetto pensante l’alta qualità che gli è conferita con libero atto del Creatore. La fede è un atto di volontà e come tale una scelta libera e gioiosa, perché rallegra l’anima già nel tempo presente come azione di giustizia compiuta.
La fede manifesta la fortezza di chi sa assumersi la responsabilità delle sue scelte, non solo nell’ordine temporale, ma anche in vista del fine ultimo della propria esistenza. È un atto di coraggio, voluto e deciso, che solo una persona libera può compiere.
La fede è di resistenza al male, discernimento, scelta tra la sofferenza che provoca il contrasto con chi esercita il potere, perché un giovane si conformi all’opinione corrente, e il bene oggettivo di chi sa guardare oltre il contingente. Ecco l’argomento di San Ponziano: «Con i tuoi discorsi, che vogliono corrompere, non mi sedurrai: neppure il tuo Imperatore, se fosse qui, mi potrebbe distogliere dalla venerazione del mio Signore Gesù Cristo» .
La fede è oggi, più di un tempo quando vigeva la christianitas, alternativa al pensiero liquido , ben descritto da Zygmunt Baumann, alla potenza omologante del sistema mediatico, che tende a spegnere ogni originalità che caratterizzi la persona.
L’antico martire spoletino, contesta all’imperatore Antonino Pio d’essere empio, perché, pur in nome di presunta religione, non riconosce il sacrario della coscienza e la bellezza di dedicarsi a Dio. È il tema sempre attuale del rapporto tra fede e religione, tra adesione a Dio a livello esistenziale e la manifestazione esteriore, talvolta confinata nella consuetudine e nell’abitudine ripetuta nel tempo.

2. La nostra città: dal Municipium romano alla libera Civitas medievale
La comunità spoletana, già nota e forte nell’antichità, ebbe un importante sussulto nella testimonianza martiriale dei suoi grandi, fino al punto di trovare in essi un significativo momento identitario. Con loro prese forza la Chiesa spoletana.
Il giovane Ponziano, nel concetto di santità via via segnata nel tempo dal Vescovo Brizio, da prete Gregorio e poi dal Vescovo Sabino e tanti altri che fecero loro seguito, divenne un punto di riferimento di una comunità intera, che fece della fede cattolica un’identità condivisa, come all’arrivo degli ariani, di abate Eleuterio e poi di San Giovanni Arcivescovo.
Celebrando San Ponziano, si pone ancora oggi la questione identitaria. Vi è un servizio che la Chiesa pone a se stessa e, al tempo stesso, alla comunità civile. All’interno viene da chiedersi se siamo stati capaci nei tempi recenti di esprimere la fides spoletana, con il fiorire delle opere della carità, con la formazione del nostro popolo e con quella capacità di far diventare la fede motivazione interiore della nostra gente, che, in questa Basilica Cattedrale, trova il suo punto di unità.
Mi piace ricordare un’antica storia di cui, in qualche modo, fui testimone. In cima alla cuspide del nostro campanile, la sfera che tuttora esiste fu placcata d’oro, perché, nelle giornate di fitta nebbia, al viandante della valle spoletana, cantata anche da San Francesco, facesse da polo di riferimento al pur raro raggio di sole. Evidentemente, fu una scelta simbolica, quella cioè di offrire, a chi si fosse sperso nelle brume del tempo, la dimensione alta della Chiesa come punto di riferimento. San Ponziano tuttora è invocato a difesa dal terremoto e non già solamente dagli sconvolgimenti materiali.
Anche la società civile, nel giovane martire, molte volte nella storia ha trovato motivo di unità e invito alla responsabilità. Sono temi che proseguono ad avere una grande importanza per ogni comunità civile, che voglia essere libera e forte. La diversità di opinioni è una ricchezza, le divisioni e i contrasti sono malefiche. Solo il dialogo diventa costruttivo e capace di favorire sintesi sempre nuove nel tempo che muta. L’unità fa forte Spoleto, la responsabilità dei suoi cittadini la può fare grande.

3. La Chiesa del nostro tempo
Come Papa Francesco è tornato a ripetere “tutti siamo chiamati ad essere santi, vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno” .
Il Santo martire Ponziano fu di riferimento nella vita di questa città attraverso i secoli. È la santità che fa sempre da punto di riferimento, anche nei disorientamenti che, attraverso il sistema mediatico, globalizzano l’attenzione della gente in ogni parte del globo.
Il Papa, in nome di Cristo, ci chiama alla missione. Ciascuno faccia la propria parte, vivendo la fede intensamente, perché l’esempio di tanti possa tornare ad essere d’aiuto a chi si è smarrito. Un tempo, le missioni erano in terre lontane. Oggi rivolte alle persone della porta accanto.
La Chiesa spoletana, erede di una ricca tradizione di santità, celebrando il suo santo patrono, è chiamata a rinnovare, nell’impegno di ciascuno, il servizio al mondo attraverso una evangelizzazione dei fatti. Come i martiri antichi dettero testimonianza con la vita, anche a noi, pur in modo incruento, è chiesto di fare altrettanto. Il Santo cavaliere ci guidi ancora per i sentieri del Cielo a ritrovare la gioia di essere cristiani.

Il programma di San Ponziano 2020

24 dicembre 2019

Veglia di Natale
24-12-2019

Omelia dell'Arcivescovo nella Chiesa Cattedrale

Figli e figlie,

il Signore ci dia pace

in questa notte santa!

Tanti siamo venuti in Chiesa pieni di ammirazione e con voglia di fare festa. Ricordare la nascita del Salvatore è come ripeterci l’un l’altro che siamo salvati, che Dio ha misericordia di noi, siamo la sua famiglia. Dio non guarda alle nostre fragilità, ma al nostro desiderio di far bene. Piccolo o grande che sia, questo sentimento è un seme da cui nasce l’albero della nostra vita cristiana.

Natale è un giorno di raccoglimento e di preghiera, ma anche di riconoscenza e di gioia semplice. Siamo incantati dalla bontà di Dio che ci conosce uno per uno e ci ricorda stanotte, che, pur di entrare in dialogo con noi, Gesù Cristo, Verbo di Dio, si è fatto talmente umile, piccolo come un bambino appena nato, che non riesce ancora a parlare.

Il ricordo degli avvenimenti di Betlemme ci induce a riaprire il dialogo con Dio stesso, che è paziente al punto di aspettare che ciascuno di noi, a suo modo, risponda. Dio conosce la nostra condizione, non giudica, ma accoglie. Di fronte a un gesto, a una parola di amore, è umano rispondere.

Dio è entrato nella storia dell’uomo nel modo più semplice. “In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra” (Lc 2,1). Giuseppe, originario di Betlemme, ritorna nel suo paese, ma nessuno lo accoglie, neppure i parenti. Maria, che pur sapeva di essere incinta per opera dello Spirito Santo, non si scompone. Partorisce in una stalla e adagia il suo bambino nella mangiatoia del bue e dell’asinello, il præsepe. Non ha fasce per coprirlo, ma arrivano le povere donne dei pastori: povere di risorse, ma ricche di umanità e fasciano Gesù bambino. Arrivano poi anche i Santi Magi, ma Gesù, Giuseppe e Maria devono farsi rifugiati in Egitto per sopravvivere. Miseria o povertà, sembrano le storie di tanti dei nostri che, caduto un regime, possono finalmente ritornare a casa. Umile il lavoro, saltuario, ma invidiabile storia d’amore tra gli adulti e il bambino che cresce.

Tutto questo vogliamo ricordare nella Notte di Natale, per ritrovare il coraggio: Dio è in mezzo a noi e ci vuole bene.     Per la via della kenosis (Fil 2, 7), cioè dello spogliarsi, dello svuotarsi della condizione divina, dalla culla alla Croce, ci ha riaperto le porte della Gerusalemme del Cielo da cui Adamo ed Eva erano stati cacciati. Fai festa, amico mio, perché il Signore, che ci vuole bene, ti è vicino. Fai festa nel pensiero profondo, nella preghiera semplice, nel cuore aperto.

La lezione del presepe è esemplare. I pastori alla Grotta di Betlemme, portando i loro poveri doni a Gesù appena nato. In questi giorni passati, ti sei dato da fare per trovare regali belli per le persone che ti sono care. Un dono che certamente sarebbe gradito a Dio, come gratitudine per la salvezza recuperata, è la voglia di ripartire con le tue storie belle nei rapporti con la tua famiglia, con la tua comunità e anche con la società aretina che ti è intorno. Per Dio, che ha cercato il dialogo con l’uomo, non c’è dono più opportuno che il recupero delle relazioni tra di noi.

Non ti far distrarre dal chiasso esteriore, dalla invenzione economica. È il Natale di Gesù, ma c’è il rischio che ci siamo dimenticati di Lui; forse, possiamo ancora recuperare. È il Natale di Gesù, possiamo rinnovare non solo gli abiti esteriori, ma soprattutto il nostro modo di essere. Dio ha fiducia in noi, ci chiede di fare altrettanto.

         Siamo ancora capaci di fare di Arezzo la città del presepe, non nelle statuine inermi, col muschio finto e i fiumi e le stelle immaginari, ma nel rimettere in moto questa città, nel ritrovare, ognuno per la propria strada, la convergenza verso la persona di Gesù, che è il progetto realizzato di Dio, perché ricerchiamo programmi umanizzanti. So bene che i grandi di Gerusalemme e meno ancora l’imperatore di Roma si resero conto che Dio si era coinvolto nella piccola città del pane, che è il nome ebraico di Betlemme.

Dobbiamo fare in modo, amici miei, di ridare il pane a tutti, cominciando da educare, che è un verbo fondamentale per cambiare il non-senso e mettere in discussione la continua ricerca dell’evasione, che è il male dell’Occidente. Occorre puntare sul lavoro, che è la via onesta per realizzare se stessi e cambiare il mondo.

Gli antichi ideologi protestanti avevano coniato la parola “professione” per dire che, con le tue conoscenze e il tuo impegno, professi la fede che hai. È necessario passare dai gesti esteriori della Religione a recuperare convergenze nuove e spirito di carità, di cui tutti abbiamo bisogno.

Davanti al miracolo di Dio che condivide la natura umana, quanti si fanno pellegrini al presepe di Betlemme sono chiamati a essere uomini di pace, misericordiosi e giusti.

Dall’incontro in questa Notte Santa scaturisce un rifiuto dell’odio, la voglia di contestare le discriminazioni e l’approfittare delle debolezze altrui a proprio vantaggio. La civiltà cristiana torna stasera a misurarsi con la grandezza di Dio per recuperare la dignità dell’uomo nuovo che, per il coraggio di Maria, è diventato nostro fratello.

(Servizio TSD)

IV Domenica di Avvento
22-12-2019

22 dicembre 2019

Omelia dell’Arcivescovo nella Casa Circondariale di Arezzo

Carissimi,

il Signore ci dia pace

in questo giorno santo!

 

  1. Preparare il Natale del Signore

Venti secoli fa, a Betlemme i poveri pastori, ultimi nella scala sociale di Israele Antico, ricevettero il segno che Dio non abbandona l’uomo alla sua sorte. Avvertiti dagli angeli, si misero in moto nella notte, da Beit Sahour fino a Betlemme e, in una povera misera grotta, trovarono il figlio di Dio, deposto in una mangiatoia con accanto la sua giovanissima madre e San Giuseppe.

Forse erano già consapevoli delle promesse di Dio e, da figli di Abramo, sapevano che la Benedizione dal popolo d’Israele si sarebbe allargata fino agli estremi confini della Terra. I segni portentosi di quella notta ravvivarono la loro fede e si resero conto di essere i primi straordinari testimoni di un evento che porta salvezza.

Anche noi ci troviamo in una condizione analoga. Forse, rispetto a quegli uomini e antichi ci manca una condizione di vita, fatta di poche cose essenziali. Forse, abbiamo perduto la capacità di ascoltare la voce degli angeli e la voglia di avventurarci nella notte del tempo presente alla ricerca del segno di Dio.

Alla quarta tappa del cammino d’Avvento, la Chiesa ci chiede di rammentare che i fatti di Betlemme furono l’avvio della salvezza, dell’umanità nuova, del dono di Dio, che ogni giorno è disponibile per tutti.

 

  1. Dio rispetta la nostra libertà

         Il Dio che creò il mondo con potenza, lo salva con pazienza. Onnipotente e Creatore, sceglie la via dell’umiltà per offrire a tutti noi la via d’uscita dalla cronaca quotidiana, infarcita di violenze, bassezze, delusioni. Dio è tanto forte che, per farci riscoprire la fraternità tra di noi, l’uguaglianza di tutte le persone umane, la libertà, non disdegna di farsi bambino infante, cioè incapace di parlare, pur essendo egli stesso la Parola di Dio, che comunque comunica.

Alla protervia di tutti noi, alla superbia contrappone l’umiltà e perfino la povertà volontariamente scelta.

Ci prepariamo al Natale, contemplando le gesta esemplari di Maria di Nazareth che, con la Bibbia in mano, riesce a percepire la presenza dell’angelo portatore della Bella Notizia: l’Emanuele. “Rallegrati Maria, perché hai trovato Grazia presso Dio” (Lc 1, 28-30). A lei chiede di professare la fede d’Israele, accettando il rischio. Anche per noi la Festa di Natale è una professione di fede, anche a noi Dio chiede il rischio di fidarci di Lui. Il commento di Maria è “Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente” (Lc 1, 49). Il ricordo della nascita di Gesù può essere una proposta di rinascita per ciascuno di noi. Se ti fidi di Dio, non avere paura. Siamo chiamati a uscire dalla desolazione del male prevalente, delle storie diffuse dal sistema mediatico, che tolgono la voglia di futuro, che il Papa torna a chiederci. Saremo capaci di costruire il futuro se accetteremo la Grazia di considerare il male del mondo come la foresta incantata delle favole, che ha, inevitabilmente, un esito felice come dice l’Angelo dell’Annunciazione: “Nulla è impossibile a Dio” (Lc 1, 37), purché, di fronte al Natale del Signore, siamo pronti a dire ancora la nostra disponibilità a collaborare con la Divina Sapienza che regge il mondo. Sì, io ci sto! Così Maria, Ancilla Domini (cfr. Lc 1, 38), così Giuseppe, uomo giusto, come l’emblematica successione di Santi che la tradizione popolare ha voluto che ci accompagnasse, come Virgilio antico entro l’inferno, perché ne superassimo la tentazione nel Purgatorio della fatica quotidiana per rinsaldare le nostre “ginocchia fiacche” (Is 5, 3); andiamo incontro al Signore della Gloria, che ci attende nel giorno della responsabilità, alla fine del tempo, per chiederci di scegliere liberamente se vogliamo essere membri della sua famiglia (cfr. 1 Cor 12,27) o se preferiamo la violenza dell’assurdo.

 

  1. Un’esperienza simbolica

Præsepe è parola latina per dire “mangiatoia”. Correva l’anno 1223, quando San Francesco, ormai prossimo a lasciare questo mondo, volle fare un’esperienza per provare la fatica della fede nel percorso della vita.

Francesco dice al suo amico Giovanni, signore di Greccio, di tornare a casa. A fare che? Ad essere accogliente, poi, con l’autorevolezza di una vita povera ed evangelica, si avvia per le strade dell’Umbria, invitando quanti lo volessero – anche te, per esempio – a camminare insieme per incontrare il Signore, il bambino di Betlemme.          Quella gente antica e povera si fida di Francesco e si accoda con lui per quindici giorni di cammino a piedi, per monti e per valli, tra rigide foreste e ruscelli gelati, per giungere infine nella valle di Greccio. Una modesta folla è responsabilizzata da Francesco, come ci dice il Celano (cfr. Celano, Vita Prima, Parte Prima, cap. XXX): ognuno faccia la parte propria. Ai frati chiese di far la parte degli angeli, lui stesso fece il ministero di diacono e cantò il Vangelo della nascita del Signore e quanti lo avevano seguito, ebbero la convinzione di avere visto il Signore. Fu un’esperienza di popolo, fu un’esperienza di Chiesa. È un racconto simbolico dove la povertà di Betlemme si sposa incantata con la bellezza del Creato. C’è posto per tutti: uomini e donne, ricchi e poveri.

È il Natale di Gesù e ti è chiesto di ripercorrere il cammino simbolico del presepe, di ritrovare lo spazio interiore, perché ciascuno di noi faccia la sua parte, in vista di un mondo migliore, riconoscendo, come Maria, il rischio del controcorrente.

 

Ingresso dei nuovi parroci a Foiano e a Rigutino
15-12-2019

Don Simeon Ezennia Eneh fa il suo ingresso in qualità di parroco nella parrocchia dei Santi Martino e Michele Arcangelo a Foiano della Chiana, dove già da tempo svolge il suo servizio in qualità di vicario parrocchiale, domenica 15 dicembre alle 11.30.
Nello stesso giorno don Luigi Buracchi fa il suo ingresso nella parrocchia dei santi Quirico e Giulitta a Rigutino alle 17 (servizio TSD).

Domenica Gaudete, III di Avvento – Anno A

Omelia dell’Arcivescovo in Foiano e in Rigutino all’avvio del ministero del nuovo parroco +++ Domenica 15 dicembre 2019

  1. Rallegratevi sempre nel Signore

Dio non ci ha abbandonato. Viene incontro anche a questa generazione. Ci è chiesto di recuperare il senso della gioia, la pace di chi, per il rapporto che ha con il Signore, riesce a essere in armonia con se stesso, con le persone che incontra, con il suo lavoro e con la Terra.

Dalla qualità della relazione con il Signore, proviene la proposta di una vita santa. Ci è data occasione di liberarci dalle ansie interiori e ritrovare il senso del soprannaturale. Non ci accorgiamo di avere in casa, nei piccoli che ci sono donati una presenza santa, capace di far recuperare alla nostra vita lo splendore dei momenti migliori. È una qualità che noi cristiani vogliamo nella vita pubblica, che sia finalmente liberata dall’odio, dallo scontro continuo, dalla competizione.

La comunità cristiana presente sul territorio ha una missione da svolgere nei confronti della gente che ha intorno. Il primo modo per far passare il Vangelo è la testimonianza che ci è chiesto di dare con la qualità del nostro comportamento.

Molti sono travolti dalla logica del fare e non riescono a rispettare la natura che gli è intorno, che è la Creazione di Dio, dono primordiale dato a tutti. I veleni per diserbare, le acque non reggimentate con la sapienza degli antichi, la ricerca del proprio interesse ad ogni costo, avvelenano l’ambiente in cui viviamo. Occorre recuperare un’ecologia dello spirito. L’Apostolo Giacomo ci chiede di “guardare l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge” (Gc 5, 7).

Dall’esperienza di Dio, come da una fontana vivace, sgorga la costanza che rinfranca i cuori, giacché il Signore è veramente vicino.

  1. La comunità cristiana e il suo pastore

Il progetto di Gesù, che ha voluto come sua sposa la Chiesa, è che il popolo di Dio si qualifichi soprattutto nella ricerca della santità e nella pratica della carità. La misericordia del Signore ha voluto un popolo aggregato, dove a ciascuno è dato di fare la propria parte. Per questa comunità è il giorno giusto, perché ciascuno cerchi ancora una volta di capire quello che Dio si aspetta da lui. Una comunità, per essere cristiana, ha bisogno di riscoprire i doni di Dio – i carismi, i talenti che hai ricevuto – e di mettere tutto a servizio degli altri, cioè i ministeri.

La Chiesa è concepita fin dalla più lontana antichità, rivolta a Gesù e fondata attorno al successore degli Apostoli, che, in ogni Chiesa particolare, è il Vescovo. Non importa come si chiami; è, invece, necessario che faccia il suo compito di unità tra le varie aggregazioni in cui si articola la Chiesa che gli è affidata. Per quello è stato mandato dal successo di Pietro.

In questo delicatissimo ministero, già San Paolo ricorda i preti, che sono uniti tra di loro come un solo corpo (cfr. At 20, 17-38), collaboratori del Vescovo. Prima viene essere prete, appartenere al presbiterio e poi, in obbedienza al Vescovo, mettersi al servizio di una determinata porzione del popolo, cioè della Parrocchia a cui sei destinato.

La nomina dei parroci è uno dei compiti più importanti dell’Ufficio Episcopale, talché è il Vescovo che va, come oggi, a incontrare una comunità e ad affidarla a un nuovo parroco.

Per secoli, l’Ordine Sacro è stato un Ufficio itinerante. Sacerdote si è e si rimane, finché il Signore ci dà vita, indipendentemente dal luogo dove si esercita il ministero. È molto bello che la comunità si affezioni al suo parroco, che inevitabilmente diventa una presenza amata in ogni paese.

La Chiesa italiana prevede che il servizio di parroco si svolga per 9 anni. I preti anziani che sono in mezzo a noi, in altri tempi e per diverse necessità, hanno retto Parrocchie per decenni e dobbiamo certo ringraziarli, perché hanno donato la vita al servizio del popolo di Dio, non solo di quello loro direttamente affidato, ma di tutta la comunità cristiana.

  1. Il nuovo parroco

Desideriamo tutti insieme ringraziare Don Luigi, Don Virgilio, per il grande esempio d’amore che ci hanno dato con la loro presenza in mezzo a voi. Come ogni storia d’affetto, come ogni amicizia, se vera, va oltre l’incarico che ogni persona ricopre in un preciso momento o per un periodo anche lungo. Le relazioni con i vostri preti durano al di là del ruolo locale. Quanti lasciano l’esercizio immediato dell’Ufficio di parroco in un determinato paese certamente restano disponibili a pregare per tutte le persone che furono loro affidare, ad essere confessori e guide spirituali di coloro che li cercheranno oltre la loro storica vicinanza fisica.

Il nuovo parroco deve essere accolto come un dono del Signore, come una carezza che la Chiesa vuole fare a questa comunità, come un atto di Grazia, quello che stiamo celebrando. Certamente ognuno di noi è diverso l’uno dall’altro per carattere, per formazione, per indole naturale. Non è compito dei cristiani giudicare il loro prete, se, invece, vuoi aiutarlo usa il tuo senso critico, perché possa sempre meglio fare il suo ministero. Dio ci liberi da pastori che cercano l’applauso. Occorre, invece, farsi carico del gregge, come insegna Gesù, andando, innanzitutto, alla ricerca della pecora smarrita nella convinzione che quelle che stanno già nell’ovile sono al sicuro.

I piccoli, i poveri, i malati sono il riferimento naturale di chi vuole fare presente Gesù pastore, in virtù della sua partecipazione al sacerdozio di Lui, sono il legame di ogni pastore della Chiesa.

Molto è stato fatto finora in questa comunità. Non siamo tuttavia gli Angeli del Giorno del Giudizio, siamo invece chiamati a essere, uomini e donne, amici di Dio, che guardano al futuro: alle famiglie, ai giovani, alla cultura del territorio, ai bisogni della gente.

Siamo qui a pregare, perché il nuovo pastore sappia raccogliere da Giovanni Battista, il grande testimone nel cuore dell’Avvento, la forza e l’umiltà di incontrare e riconoscere Gesù. L’essenzialità della vita, la libertà dallo sfarzo e dalla mondanità permetteranno a ciascuno di noi sacerdoti di esercitare la profezia, di essere voce di colui che viene, di mostrare l’agnello di Dio, non solo nei segni liturgici, ma nella testimonianza di una vita evangelica.

Dio ci aiuti a rispondere alla nostra vocazione cristiana nella libertà interiore e nella gioiosa presenza del Signore, che mai ci abbandona.

L’augurio che porgiamo al nuovo pastore di questa comunità è che sappia raccogliere da San Pietro i modi e le forme del suo servizio: “Pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge” (1Pt 5, 2-3).