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Omelia dell’Arcivescovo nella Chiesa Cattedrale

Domenica delle Palme
05-04-2020

5 aprile 2020

Il diluvio universale stava per finire. Noè era isolato sull’Arca con rappresentanti delle famiglie di tutti gli esseri viventi. Una colomba, volata via al primo mattino, ritornò la sera con un ramoscello d’olivo in bocca[1]. Era il segno che era finito il diluvio e bisognava cominciare a vivere da uomini.

Rami di olivo, in mano ai ragazzi ebrei, accolsero a Gerusalemme Gesù che entrava su un’asina[2]: “La folla numerosissima stese i suoi mantelli sulla strada mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla via[3]. Fu l’avvio della Passione del Signore, culminata non già con la morte, ma con la Resurrezione di Gesù dai morti. Anche quella volta, i rami d’olivo furono il segno del nuovo da ricostruire.

In questa difficile domenica, qualche timido segnale fa presagire l’inizio della fine della terribile pandemia, che ha sovvertito usi e costumi, economie e sicurezze di una società che, ancor prima del morbo, era malata.

Sotto l’altare della Chiesa Cattedrale, ho voluto che ci fosse il segno della “volata”, che da secoli dice Pasqua alla nostra gente di Valdichiana, come a gran parte dell’Umbria: è il segno di Cristo risorto che arriva di corsa nell’Assemblea sorretto dalle forti braccia dei più giovani del popolo. Anche in Duomo, sotto l’altare quadrato, come il più antico nella Basilica vaticana, un giovane uomo dalle sembianze di Cristo sorregge la Mensa dell’Eucaristia, con in mano un ramo d’olivo.

Corriamo anche noi insieme a colui che si affretta verso la passione e imitiamo coloro che gli andarono incontro. Non però per stendere davanti a lui lungo il suo cammino rami d’olivo o di palme, tappeti o altre cose del genere, ma come per stendere in umile prostrazione e in profonda adorazione dinanzi ai suoi piedi le nostre persone[4]. I Padri della Chiesa d’Oriente guidano la riflessione comune, che non basti agitare rami strappati agli alberi fiorenti – è questa la stagione delle marze d’olivo -. Occorre abbassare i ponti levatoi del nostro castello interiore[5], perché Cristo possa entrare a coinvolgerci ancora una volta nel costruire il nuovo. Pasqua vuol dire “passaggio” e mai come oggi, a ricordo di questa generazione, occorre ricostruire il nuovo, non già il passato che è miseramente franato. “Dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno[6], il mondo che abbiamo conosciuto è stato devastato da un piccolo essere, che rischia di far crollare le sicurezze di molti e il senso di onnipotenza di una cultura, da decenni, condizionata dal potere dei soldi, dal dominio dei più forti sui più deboli, dalla soddisfazione dei sensi. A Cristo che entra nella Città Santa, dove nel giro di una settimana sarà crocifisso e risorto, vogliamo umilmente chiedere di fare anche noi cristiani la nostra parte nella ricostruzione del nuovo.

Come nell’Arca di Noè c’era il necessario per ripopolare il mondo, anche noi sulla barca di Pietro[7]: “I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: «È un fantasma» e si misero a gridare dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro: «Coraggio, sono io, non abbiate paura»[8]. Siamo chiamati a considerare i modi e le forme, perché Pasqua non sia solo un giorno del calendario, ma il segno della speranza, la vittoria di Cristo sul male. È la forza di una Chiesa che vuole rinascere, facendo fruttificare i buoni semi dello Spirito, che abbiamo cercato di raccogliere nel grande vaglio che è stato il nostro Sinodo.

Coraggio dunque, fratelli miei, torniamo ad affidarci al Risorto, nostro Signore, rinnoviamo con la fede il ringraziamento a Dio. La carità, che molti hanno potuto esprimere in queste settimane, ma anche la solidarietà di chi ha ritrovato nel servizio segni di identità umana sono figlie del Vangelo. La famiglia rivissuta, la generosità condivisa di molti meno intenti ai loro interessi e più disponibili al bene comune sono il segno della Pasqua di quest’anno.

[1] Cfr. Gen 8, 11

[2] Cfr. Mt 21,1-11

[3] Mt 21, 8

[4] Sant’Andrea di Creta, Disc. 9 sulle Palme

[5] Cfr. Santa Teresa d’Avila, Il castello interiore, 1577

[6] A. Manzoni, Il 5 maggio, 1821 vv25-26

[7] Cfr. Mt 14, 22-33

[8] Mt 14, 26-27

Ger 17,5-10 Sal 1 Lc 16,19-31

Giovedì della Seconda Settimana di Quaresima
Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli
12-03-2020

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 16,19-31)

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.

Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.

Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.

E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”». Parola del Signore

Scrutare il cuore

Commento di D. Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli

Di che cosa vuole parlare Gesù quando racconta la parabola del ricco e del povero. Di un ricco che non ha nome e di un povero che si chiama Lazzaro, cioè «Dio aiuta»? Che senso può avere per noi, nel nostro itinerario quaresimale, ascoltare questo racconto? Con chi siamo chiamati ad identificarci e quali passi siamo chiamati a fare?

Si potrebbe pensare che questa parabola di Gesù voglia mettere al centro il problema del rapporto con la ricchezza. Come cioè un discepolo di Gesù dovrebbe vivere il rapporto con i beni e con le ricchezze. Questo tema c’è indubbiamente ne testo e tuttavia ci possiamo chiedere se questo sia realmente il centro del messaggio di Gesù, e non semplicemente una sua logica conseguenza.

Un altro tema al centro della parabola potrebbe essere quello della punizione e della ricompensa dopo la morte. In questo caso Gesù vorrebbe parlare di una giustizia di Dio che premia i buoni e punisce i malvagi. Ma anche questo non sembra essere il centro della parabola. Infatti, quando si parla della morte di entrambi i personaggi si afferma che il povero, abitualmente circondato da cani, viene invece accompagnano dagli angeli accanto ad Abramo, mentre del ricco si afferma semplicemente che morì e fu sepolto. C’è una azione di Dio nei confronti del povero che lo accoglie nel seno di Abramo; ma non c’è nessuna azione per l’uomo ricco, che sembra quasi svanire nel nulla, annullarsi da solo.

Ma allora quale potrebbe essere il centro della parabola? Gesù narrando questa parabola sembra volerci ricordare che cosa rimane nella vita, che cosa veramente conta. La parabola ci invita a non vivere in modo distratto e spensierato senza accorgerci degli altri, che stanno alla porta, di Dio, che ci parla nella Legge e nei profeti, e di noi stessi. Un invito a scrutare i nostri cuori, dei quali, come ci ricorda Geremia, nulla è più infido. Il ricco non è nessuno, non ha un nome perché vive senza accorgersi di vivere. Per questo è senza identità e quando muore è come se non fosse mai esistito, viene semplicemente sepolto. Ma questo non è frutto di una punizione di Dio, ma di una vita vissuta senza accorgersi di vivere, senza prendersi cura del proprio cuore.

Preghiamo perché la Parola che ascoltiamo ogni giorno ci aiuti a farci attenti alla nostra vita e a riconoscere nel Signore, che scruta la mente e saggia i cuori, il nostro sostegno, a porre in lui la nostra fiducia, per essere come alberi piantati lungo l’acqua, che nel tempo opportuno portano frutto.

Salmo 1

Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi,
non resta nella via dei peccatori
e non siede in compagnia degli arroganti,
ma nella legge del Signore trova la sua gioia,
la sua legge medita giorno e notte.

È come albero piantato lungo corsi d’acqua,
che dà frutto a suo tempo:
le sue foglie non appassiscono
e tutto quello che fa, riesce bene.

Non così, non così i malvagi,
ma come pula che il vento disperde;
poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti,
mentre la via dei malvagi va in rovina.

Preghiera

O Dio nostro Padre,

tu chiami beato chi non si lascia intrappolare dai lacci del male,

ma ogni giorno cammina nella tua Parola e nella tua Volontà.

Donaci in questo tempo di afflizione e di prova

di saper vivere i nostri giorni nella responsabilità per noi per gli altri,

di affidarci unicamente a te,

di non dimenticare il fratello e la sorella che siedono alla nostra porta.

Allora saremo come alberi da te piantati lungo corsi d’acqua

e, a suo tempo, porteremo frutti di bontà e di vita.

Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Omelia dell’Arcivescovo ad Anghiari per l’iscrizione del nome dei catecumeni e per l’istituzione degli Accoliti

Prima domenica di Quaresima
01-03-2020

1° marzo 2020

Figli e figlie della nostra Chiesa:

Il Signore ci dia pace con il cammino quaresimale che oggi avviamo!

 

  1. Molti sono disorientati e scoraggiati per il male che sembra vincere al mondo

In questi giorni preoccupa tra di noi la questione sanitaria. Più in generale in tempo di globalizzazione non possiamo ignorare la sete di molti villaggi in Tanzania, la fame di chi è tempestato dalle cavallette che divorano le campagne in Kenya e in Somalia, la guerra in Siria e nel Medio Oriente. Tante altre forme di cattiveria nelle relazioni sociali e politiche mettono tutti alla prova.

La Chiesa ripete a tutti nel nome del Signore che al male si può resistere, La nostra stessa vita interiore può orientarsi sempre più e sempre meglio a Dio e ad aiutare il prossimo. All’inizio del cammino quaresimale la Chiesa, forte del mandato del Signore, si interroga come proporre uno stile di vita cristiana, alternativo alle ingiustizie, attento alle sofferenze, capace di resistere al male del mondo.

 

  1. Le cause del male vengono da lontano

In questa santa assemblea conosciamo bene l’antica vicenda del paradiso terrestre, dove l’uomo e la donna si lasciarono tentare e, preferendo pensare ciascuno a sé, anziché agli altri, segnarono di superbia e di orgoglio tutto il genere umano con la competizione, che è il rovescio dell’amore.

La Bibbia ci narra una vicenda che purtroppo è anche del nostro tempo: la famiglia va in crisi; le generazioni sono messe alla prova: concupiscenza, violenza e discriminazione sono mali anche contemporanei.

Con disinteresse, si lascia che uomini e donne che sono nostri simili, in Adamo tutti fratelli, lottino tra di loro, producendo frutti di morte, di fame, di naufragi, di disperazione.

 

  1. Dio ci offre un rimedio possibile

San Matteo, nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato, ci ha ricordato come Gesù stesso si fece carico nelle tentazioni all’inizio della vita pubblica delle sfide del peccato. Seppe resistere alla logica dei sensi, alla pretesa di onnipotenza, al denaro e al potere, che riassumono tutte le tentazioni del genere umano. Con la sua croce Gesù irride il diavolo e lo vince: il maligno, signore della morte, credeva di aver posto Dio in scacco, non si aspettava che risorgesse. Il nostro Piero della Francesca con le due stagioni accanto al Cristo resuscitato esprime questo concetto.

Gli uomini dell’Antico Testamento scoprirono come costruire l’alternativa, ripetendo come espressione della fede del popolo, la fedeltà di Dio che non ci abbandona mai. Nelle quieti notti del deserto, placidamente sdraiati sulla morbida sabbia, nel tentativo di contare le stelle, l’anziano di casa prova a dare risposte ai giovanissimi figli: far loro scoprire come sia avvenuto che il male sia entrato nel mondo e come si possa però contare sull’aiuto di Dio.

Gli angeli servono il Cristo Signore dopo il digiuno nel deserto, di cui questa Quaresima è il segno. Gesù è il Servo di Yahweh, sceglie per salvarci la logica del servizio e la propone anche a noi.  Servire è la strada della resistenza al male, è la logica per rendere ancora possibile il dominio di sé, la ricerca dell’alternativa, il recupero del soprannaturale.

 

  1. Come servire oggi in questa nostra Chiesa

L’Apostolo Paolo ci rammenta la Grazia di Dio che aiuta ad essere giusti, senza dispensarci dalla nostra personale partecipazione al sacrificio che è il prezzo necessario per andare controcorrente.

Un significativo gruppo di adulti sono saliti ad Anghiari, avviando il cammino quaresimale, che per loro terminerà con il Battesimo. Sant’Agostino descrive la Veglia Pasquale come il punto di incontro di tre esemplari categorie che convergono nel Sacramento Pasquale: i nuovi arrivati, i catecumeni, che professano il loro nome chiedendo di appartenere alla Chiesa; i penitenti, che si riconciliano con Dio, alla ricerca della loro Pasqua personale; i fedeli, che nella santa assemblea attendono operosi chi arriva e chi ritorna.

Mi piace ricordare un antico insegnamento della gente di mare, quando si navigava a vela. Di fronte al vento contrario, non ci si arrende e, seppur con grande fatica, si naviga di bolina, contro corrente. La via è più lunga, ma si arriva ugualmente alla meta: con il sacrificio, con la fatica si contrasta il male e si prolunga nel tempo quanto ci è affidato dal Signore: “completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa[1].

Un gruppo di nostri amici chiedono oggi il ministero di Accoliti, cioè la missione di rendere più bella e festosa la liturgia domenicale, collaborando con i presbiteri, perché la Messa sia adeguatamente preparata non solo nelle dimensioni materiali, ma soprattutto in quanto fa della celebrazione un luogo di Grazia e di gioia, al quale non rinunziare. Per gli Accoliti non si tratta di servire semplicemente all’altare – ci sono già i chierichetti ai quali non va tolto il ruolo –, ma di agire sulla comunità perché tutta la parrocchia, dovunque si celebri, si prepari ugualmente a partecipare al sacrificio eucaristico.

Avviando questa Quaresima, ciascuno scruti se stesso e cerchi di ravvivare la fede, di non perdere di vista la meta del nostro cammino – siamo infatti in via e non ancora nella patria celeste – e riscopra che, attraverso l’esercizio della carità, si dà senso di cammino fruttuoso ai 40 giorni che ci separano dalla Pasqua.

[1] Col 1,24

Omelia dell’Arcivescovo nel Santuario +++ 22 febbraio 2020

Santa Margherita da Cortona
22-02-2020

Fratelli e Sorelle nel Signore:

Iddio ci dia pace

in questo giorno santo!

  1. La Grazia fa esprimere la natura nella sua pienezza[1]

Ancora una volta siamo chiamati a misurarci con una storia che, per quanto incantevole per tutti noi e bella, ci aiuta a capire i miracoli che Dio sa fare quando un cristiano possiede la fede.

Margherita da Laviano, molto bella, figlia di una famiglia povera, orfana di madre, è coinvolta dal giovane Arsenio, ricco poliziano, in una storia di passione che dura nove anni, Dalla relazione nasce un bambino. La giovane madre, già scacciata dalla casa paterna, acquisisce una invidiata posizione economica e il prestigio d’essere la preferita del potente, che si sottrae comunque al matrimonio.

Arsenio in una battuta di caccia, fu aggredito da uomini armati e fu ucciso. Si trattò probabilmente di in uno scontro tra guelfi e ghibellini. Margherita, condotta dal cane presso il corpo morto dell’amato, presto si rese conto di aver perduto tutto, di essere rifiutata. Come tanti del nostro tempo, scelse di rifugiarsi all’estero, nel comune di Cortona. Attraversò con una piccola barca la Chiana allora allagata.

Sola, povera e in difficoltà, si imbatte nei Frati Minori di quella splendida generazione, animata di santo zelo, di poco successiva alla morte di San Francesco.

Fra Giunta Bevegnati, nella biografia della Santa appena ripresentata in italiano in seconda edizione, ci attesta la vicenda umana di una storia che a noi interessa ancora moltissimo. Santa Margherita a tutti noi risplende come un grande segno di speranza. Pur dalla miseria di una storia d’amore fallita, con l’aiuto della Grazia, si può arrivare alla santità cristiana.

Agli occhi di Dio, quello che più conta non è tanto la condizione di peccato, che pur suscita la misericordia del Creatore, ma la volontà di uscirne, come quando di fronte all’ira di Mosè per il vitello doro, Dio chiede di andare avanti: “Il Signore disse a Mosè: «Io cancellerò dal mio libro colui che ha peccato contro di me. Ora va’, conduci il popolo là dove io ti ho detto. Ecco il mio angelo ti precederà”[2]  . Il tema è più importante che addentrarci nella dovizia dei particolari di una storia medievale di peccato. Il popolo di Dio riunito oggi in questo Santuario fa giustamente festa, perché erede di un grande tesoro – il perdono – poco conciliabile con la logica del mondo, intento solo a giudicare e condannare. La logica di Dio è, invece, di salvare le persone e di offrire comunque una via di uscita. Santa Margherita ci ricorda che la santità è possibile, anche per noi peccatori.

La generosità di Dio sorpassa la stessa immaginazione umana, perché perfeziona fino alla pienezza le risorse della persona, valorizzandone le qualità e le aspirazioni. È la logica evangelica, che ci fa ragionare come la donna della preziosa moneta perduta[3]: può essere ritrovata e dar motivo di gran festa. Il figliol prodigo[4] non è la fine della storia, perché quando ritorna riceve l’anello dell’uomo libero, le vesti della dignità e i sandali per un rinnovato cammino[5].

La sequela di Cristo valorizza le risorse della natura, avviando la persona umana a quella pienezza alla quale la Lettera ai Colossesi dedica la parte centrale dell’inno[6]: i cristiani sono persone che camminano verso la completezza. Non sono perfetti, ma sono ricolmi della pienezza di Cristo.[7]

  1. Solo la Grazia della fede toglie i peccati[8]

Santa Margherita ci aiuta a uscire da un modo di pensare purtroppo assai diffuso, cioè che la Santità cristiana si ottiene attraverso le opere. Prima viene la conversione del cuore, poi la ricchezza della carità.

Non è dottrina cattolica che se uno pecca fortemente con le opere buone ottiene il perrdono dei peccati. Dio perdona se con cuore libero gli chiedi di farlo. Dio non mercanteggia. Insegna San Paolo nella Lettera ai Galati che la carità è generata dalla conversione al Dio amore. Nella logica francescana appartiene alla imitatio Christi, che è l’obiettivo successivo alla sequela. Prima ti orienti a seguire il Cristo, poi provi ad imitarlo. “Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui”.

Il Paradiso non si conquista con le ricchezze, né con l’ostentazione del fare. Alcuni si illudono che anche la salvezza eterna si ottenga con il potere o il danaro, come chi dicesse a se stesso, non ti preoccupare del peccato: se fai un’opera buona, ti sono cancellati i peccati. Questa mentalità non appartiene alla logica evangelica. Santa Margherita ci insegna che la penitenza e la conversione sono la porta di accesso alla carità stessa operosa verso i poveri. Il Signore le avrebbe detto: “ricorda che per le grazie che ti detti ottenni che il tuo corpo assuefatto alle delizie di un tempo fosse moderato con l’astinenza”[9].

         È la logica della lettera di San Giacomo: la fede vera si esprime con l’amore. L’amore verso Dio si accompagna inscindibilmente con l’amore verso i poveri e i bisognosi. “Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano?  …  Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano  e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede: se non ha le opere, è morta in se stessa.”[10]

         Il legame tra la conversione e la carità è la dimensione francescana delle scelte di Santa Margherita.

  1. Cortona cristiana

          Siamo saliti da Santa Margherita per recuperare il dominio di noi stessi, per renderci disponibili a praticare l’ascesi della tradizione cristiana, la via francescana per arrivare ad essere conformati a Cristo.

Non dimentichiamo però d’essere eredi di una invidiabile storia di carità. Se veneri Santa Margherita ricordati che fu essa stessa una rifugiata e trovò la misericordia di Dio con la fede che i Frati l’aiutarono a ritrovare e i Cortonesi a praticare con la carità.

Quanti sono nel bisogno, non importa da dove vengano, importa invece che li riconosciamo fratelli perché esseri umani e li aiutiamo a ritrovare Dio, praticando verso di loro la carità.

La nostra gloriosa Santa, terza stella dell’Ordine Francescano, ci offre oggi l’occasione per riflettere sulla nostra pratica cristiana.

Gli antenati edificarono chiese e opere di misericordia. Costruirono  templi mirabili  e trovarono ragione d’onore assistere i poveri e curare i malati.

Nel nome di Santa Margherita si volle un ospedale che fosse ispirato ai principi cristiani, che San Paolo detta nella Lettera ai Romani: “La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; 0amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nel fare il bene, siate invece ferventi nello spirito; servite il Signore”[11].

Fin dal Medioevo molti laici cortonesi si dedicarono alla carità, come testimoniano le nostre Confraternite di Misericordia e molte alte aggregazioni benefiche.

La città fu arricchita di monasteri e di luoghi di culto. La preghiera  anche in virtù di Santa Margherita animò per secoli il ritmo delle nostre case.

Sono qui a chiedere la grazia che Cortona si entusiasmi ancora per la fede, che si dedichi sempre più a far sì che alle molte forme di cristianesimo pubblico corrisponda una vera adesione interiore.

La nostra Santa ci ottenga di risanare le famiglie, di far percepire anche a chi ha abbandonato la fede che c’è perdono per tutti.

Soprattutto chiedo a Dio che ci riesca di passare alle generazioni future la bellezza d’essere cristiani.

Per i credenti in Cristo, ricordare il passato è motivo per progettare bene il futuro. Credo che tutti insieme dobbiamo guardare al tempo che viene, nell’impegno comune che sia coerente con le qualità dei cortonesi del passato.

È una preghiera che depongo fiducioso ai piedi delle spoglie mortali della incorrotta nostra Patrona, perché Dio ci conceda, con tanta potente intercessione, di scrivere ancora pagine belle di caritatevole civiltà cristiana e di fede.

[1] Cfr. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I,1,8 ad 2

[2] Es.32,33-34

[3] Cfr. Lc 15, 8

[4] Cfr. Lc 15, 11-32

[5] Cfr. Lc 15, 22

[6] Cfr Col 1,20

[7] Col 4,12

[8] Sant’Agostino, Esposizione della Lettera ai Galati, 1

9 Fra Giunta Bevegnati, Santa Margherita da Cortona: vita colloqui, miracoli, I,12

[10] Gc 2,5.14-17

[11] Rom 12, 9-10

Omelia dell’Arcivescovo nella Chiesa Cattedrale +++ 15 febbraio 2020

Omelia dell’Arcivescovo per la Madonna del Conforto
15-02-2020

Fratelli e sorelle

il Signore ci dia pace

in questo giorno santo!

 

  1. La ragione di questo giorno di festa: “Maria Arca della Nuova Alleanza

Cari figli di questa nostra Chiesa aretina, da oltre due secoli la Comunità cristiana si aduna in questa Cattedrale per festeggiare l’esperienza degli antenati. Attorno al prodigio della semplice immagine di Maria, che era stata appesa dai Camaldolesi nella cucina dove si offriva qualche cibo ai poveri, si avviò un’esperienza che lega questa Terra d’Arezzo alla Madonna. In quei giorni lontani, il terremoto, la miseria, l’incertezza del futuro erano prove particolarmente dure. La Madre di Dio, invocata dai più poveri, come ognuno di voi sa, dette un segno prodigioso di ascolto. Il Vescovo, mio predecessore, Niccolò Marcacci, pochi giorni dopo l’evento, informò gli altri Vescovi della Toscana che Iddio aveva fatto un miracolo: aveva fatto tornare gli aretini alla fede.

Attraverso questa piccola, fragile immagine di Maria si manifesta un tema ben profondo, il rapporto di questa gente con Dio. La Festa della Madonna del Conforto è l’occasione per ripensare alla propria fede e rileggere l’orientamento di un popolo intero, che pur seguita ad esprimersi con scelte di vita e priorità diverse, con opzioni politiche differenti, con idealità che sono la nostra ragione identitaria.

La Cattedrale e l’immagine della Madonna che vi si conserva sono sul colle, visibili da tutti, e a tutti appartengono senza escludere nessuna persona o aggregazione.

Il mio grande predecessore, il Vescovo Agostino Albergotti, nel 1814, propose una rilettura significativa della Madonna del Conforto. Sulla teca, che da allora conserva la fragile immagine della Madonna e che in questi giorni è stata ripresentata a nuova luce, volle fossero incisi due versetti dell’Apocalisse per aiutare gli aretini a non fare solo una commemorazione del prodigio antico, ma a cogliere le opportunità dei nostri gesti, motivati dalle vicende della Madonna del Conforto. Una proposta per leggere al futuro il rapporto con la Madonna, particolarmente invocata come Arca della Nuova Alleanza.

L’immagine biblica dell’Arca conteneva, in Israele, gli strumenti della Salvezza del popolo, che l’antico nostro Vescovo ci invita a rileggere nell’immagine di Maria che veneriamo. È come dire che il contenuto di questa nuova Arca, raffigurata nella Madonna del Conforto, è Gesù, il figlio di Maria, fonte della nostra Salvezza. Il rapporto con la Madonna, se non è accompagnato da un legame forte con Dio, rischia di essere pura esteriorità.

L’antica Tradizione della Chiesa vuole che non si va da un santuario mariano senza l’intento di riconciliarsi con Dio, di rinnovare con gesto sacramentale la nostra comunione con lui e di compiere un’opera di misericordia. L’acqua, che, da secoli, viene aspersa sul popolo che arriva davanti alla Madonna del Conforto, è un gesto plastico per dire “ricordati che sei un cristiano, fai la tua parte!”.

In quell’ora ci fu un grande terremoto… furono presi dal terrore e dettero gloria al Dio del Cielo… Fu aperto il tempio di Dio e apparve l’Arca del suo testamento[1]. Diciotto anni dopo i ricordati prodigi, il Pastore di questa Chiesa, con le parole della Scrittura, ricorda che la Madonna è un punto di riferimento non solo nei terremoti che fanno crollare le case, ma soprattutto in quelli che fanno sobbalzare le coscienze. La Madonna ci insegna anche oggi a non avere paura: a fidarci di Dio. Il popolo, animato dalla fede, e la Chiesa non sono messe allo sbando dalle politiche del momento, che comunque passano, anche quando sembrano invincibili.

 

  1. La Madonna del Conforto e la dignità della cultura aretina

Napoleone Bonaparte aveva provocato decenni di tormento ad Arezzo. Con la primavera del 14 aprile 1814 veniva sottoscritto il trattato di Fontainebleau che sanciva la sconfitta dell’imperatore, con le conseguenze a tutti note, anche nelle polemiche aretine. Ancor prima di Waterloo e di Sant’Elena, che decretarono la fine della rilevanza politica napoleonica, sulla teca di legno, rivestita di un sottilissimo strato d’argento, Agostino Albergotti ottenne da Papa Pio VII, appena tornato a Roma dopo gli sconvolgimenti francesi, di apporre una piccola corona d’oro come a dire che tutto passa, ma la fede resta e Dio non abbandona il suo popolo.

La appariscente cornice che attornia la Madonna esprime assai bene la nostra cultura aretina. Ricchezza ce ne è poca, allora come oggi, in mano a pochissimi, ma dignità ve ne è molta in questa nostra gente, tanto da fare apparire bello il poco che abbiamo. Non sappiamo da quale tavola dei ricchi sia venuto fuori il poco argento usato per rendere luminosa la Madonna del Conforto, ma certamente la sua ricchezza vera è la capacità che ancora oggi ha di ridare fiducia e speranza al nostro popolo. Nella cultura dell’apparenza – una specie di gioco –, al di là del luccichio ottenuto ad arte, uno per uno a quanti da dieci giorni sfilano davanti a quella piccola immagine, la Madre di Dio torna a dire “coraggio, sii responsabile, fai la parte tua, che dal male si esce e solo il bene vince!”.

In questi giorni, parlare al popolo di responsabilità è la via del conforto più efficace: significa, ancora una volta, avere la certezza interiore che al mondo ci sono le prove, ma con la fede si riesce a non soccombere. Chiesa aretina esci dal sonno e torna a costruire relazioni positive, che sono la via d’uscita dalle inutili polemiche che avvelenano le cronache. Occorre partecipare, non scoraggiarsi e non tirarsi indietro. In molte case d’Arezzo è ancora rappresentata la Madonna del Conforto. Vorrei che ai mille bambini che hanno aperto la Novena con la loro gioiosa sensibilità, il popolo degli adulti rispondesse sconfiggendo le paure. Anche chi appare grande e potente poi passa.

  1. Identità cristiana nel pellegrinaggio alla Madonna del Conforto

         È tradizione aretina che il popolo si presenti ogni anno di fronte alla prodigiosa immagine della Madonna. È una specie di appuntamento annuale, dove ciascuno trova il modo di scrutarsi l’anima e di dire alla Madre di Dio: “eccomi, ci sono anch’io”. Mi commuove il gesto del popolo. Ho chiesto che nessuno violi l’intimità degli altri con fotografie e registrazioni. So bene che è un momento di Grazia e di confidenza con il Signore. Offrire l’acqua santa ai fedeli, al termine della lunga fila, è un gesto eloquente: è come dire a ciascuno “ricordati che sei stato battezzato; sei un cristiano!”. È uso antico che per la Madonna del Conforto ciascuno si confessi, si comunichi e faccia una pur semplice opera buona verso qualcuno che è nel bisogno: magari senza ricorrere al portafoglio. È questa la ragione del grande numero di preti oggi a disposizione dei fedeli. Così si spiega il gran numero di Messe che dall’alba a Mezzanotte si celebrano in Duomo.

Credo opportuno aiutare i cristiani che mi sono affidati a ritrovare il modo perché non passi giorno senza che si dedichi tempo alla preghiera.

La Diocesi sta allestendo un piccolo dono, perché gli aretini ogni giorno, all’ora ritenuta più comoda, nel luogo dove uno si trova e senza particolari formalità, siano accompagnati a fare una preghiera: a partire al Vangelo, verrà offerto un semplice commento, per aiutare a pregare.

Tra breve sarà disponibile sui telefonini una App, perché se vuoi, con l’aiuto dei giovani lettori che volentieri offrono la loro voce brillante, a tutti sia data una opportunità personale di partecipare alla preghiera di tutto il nostro popolo.

Le forme contano poco, il rapporto con il Signore è l’identità di noi cristiani, un modo concreto, come suggerito dal nostro Sinodo, per tornare a riconoscersi nella Chiesa di Dio, che è pellegrina in terra d’Arezzo.

Un tempo era compito delle campane invitare alla preghiera. Oggi forse sarà più pratico avvalersi dei social per ottenere lo stesso risultato.

Proviamo a cominciare, nella consapevolezza che si tratta di un semplice tentativo, condotto secondo quanto San Paolo raccomanda al suo giovane discepolo: “annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina[2].

La Madonna, Madre del nostro Conforto, ci aiuti a ritrovare il ponte necessario con Dio per significato alla nostra vita quotidiana.

[1] Apoc 11, 13-19 passim

[2] II Tim 4,2

 

Servizio TSD

Omelia dell'Arcivescovo al Carmelo d’Arezzo, il 1° febbraio 2020

Presentazione del Signore al Tempio
01-02-2020

Celebrando con i Religiosi e le Religiose della diocesi i Primi Vespri della Presentazione di Gesù al tempio

Fratelli e sorelle nel Signore:

pace a voi!

Con grande gioia vi saluto. Siamo venuti al Carmelo per pregare insieme, in comunione anche visibile con l’unica comunità di claustrali che è rimasta in questa nostra città episcopale.

Con questi Vespri avviamo la festa della luce e dell’incontro come le Chiese d’Oriente ancora ancora si esprimono, chiamando “Ipapante” – cioè incontro – la liturgia odierna. Nel segno della luce si chiude il tempo della natività e con il gesto della Vergine Madre che offre, secondo la legge mosaica[1] il primogenito e la profezia del vecchio Simeone si apre la riflessione sul senso pasquale della vita, che è la via della nostra salvezza.

  1. Testimoni della vicinanza di Dio e della sua misericordia

Betlemme illumina la vita di ogni uomo, illumina le oscurità della storia: Dio salva a suo modo e con i suoi tempi.

I tre voti sono la dimensione radicale della fede, profondamente alternativa alla logica del mondo. Sono un tentativo di risposta al perché Dio abbia scelto la via dell’incarnazione, che abbiamo meditato nel tempo natalizio. L’annunzio degli Angeli, cioè della dimensione soprannaturale, porta a scelte consequenziali non conciliabili con il peccato.

L’umiltà dell’obbedienza fa parte del mistero dell’incarnazione: Maria in piena disponibilità a Dio risponde “ecce ancilla Domini”[2]. Non una parola, ma una sequela di fatti che segnano la sua vita: la carità della Visitazione perché è consapevole del progetto del Figlio che ha in grembo, e poi la storia intera della sua vita accanto a Gesù e alla Chiesa. Gesù stesso pratica l’obbedienza a Nazareth dove, tornando da Gerusalemme, ritrovato tra i dottori, va con Maria e Giuseppe: «partì dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso»[3]. Poi la fatica della vita pubblica, il Getsemani e il calice liberamente accettato, fino al Salmo 21, recitato da Gesù stesso in croce, prima di morire: dalla desolazione della prova, alla vittoria che Dio assicura ai suoi eletti.

Ci è di misura la povertà di Dio che non agisce da solo, ma invia l’Angelo e chiede a Maria se è disposta a collaborare con Lui: è il tema della libertà, che dà sapore alla vita di consacrazione al Signore.

La logica del “nihil habentes, et omnia possidentes”[4]. La creazione dono di Dio e la libertà dalla logica del possesso e del potere mondano è l‘anima della Lettera enciclica Laudato sì, una delle forti profezie di Papa Francesco.

La castità di quanti vivono una speciale consacrazione al Signore è il segno manifesto di una storia d’amore indiviso[5].

Anche con questa celebrazione annuale di tutta la Chiesa diocesana si rinnova la stima e l’apprezzamento per la preziosa vocazione al nubilato e al celibato, per il Regno dei Cieli: la Perfectae Castitatis cui i Padri Conciliari vollero dedicare una speciale autorevole riflessione per il rinnovamento della vita religiosa.

La castità serena che torniamo a promettere al Signore stasera, è espressione della libertà interiore di cui siamo capaci di fronte al potere dei sensi, continuamente evocato in questa società dei consumi.

È segno della fame e della sete di giustizia che noi sappiamo far vivere, in risposta alle provocazioni del secolo, provocando tutte le coscienze degli uomini forti a riscoprire i valori umani e cristiani.

  1. Siamo chiamati a evocare la funzione di Simeone e Anna nel Tempio

È profezia riconoscere il disegno di Dio, l’atteso dalla natura umana, talvolta in modo inconsapevole. Tocca a noi dedicare la vita “con digiuni e preghiere”[6] cioè praticando l’ascetica e cercando una dimensione mistica, con la quale aspettare l’incontro definitivo nella Gerusalemme del Cielo, con Dio cui dedichiamo tutta la nostra esistenza.

Tocca a noi essere fiduciosi testimoni di fronte al mondo che con l’aiuto di Dio e la Sua Grazia la Chiesa è preservata dall’errore. Occorre liberare noi stessi e quanti incontriamo nella vita quotidiana dal rimpianto dei tempi passati[7] e, soprattutto dal senso di sconfitta e di paura quasi che la Chiesa non fosse sorretta dal Signore. Liberiamo i nostri ambienti dalle visioni negative, dalle critiche soprattutto al Papa e alla Chiesa del nostro tempo. La fede ci insegna che il Successore di Pietro è dono di Dio per il suo popolo. Egli solo ha la potestas petrina che gli assicura una speciale assistenza dello Spirito Santo. Asteniamoci dalle visioni mondane e dalla paura per il futuro: sono opera del maligno.

La fedeltà alla preghiera di Anna è un incanto che ci è affidato da vivere: pregare chiedendo al Signore benedizione per la sua Chiesa, ma anche per le comunità per le quali siamo di riferimento.

  1. La profezia di Malachia: siamo chiamati alla gioia della profezia

Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore, che voi cercate[8]. Ogni battezzato è chiamato a praticare la via al Signore. Gesù ci chiede d’essere partecipi della sua opera. Sommamente lo è chi ha ricevuto una speciale chiamata all’interno del Popolo di Dio. Ci tocca ad un tempo d’essere solleciti operai nella vigna del Signore, ma anche d’essere d’esempio agli altri, a tutti gli altri. Vi è una vocazione comunitaria, ma anche un impegno e una responsabilità personale.

È davvero gioiosissima la parte che ci è riservata dal Signore: “Il Signore è mia parte di eredità e mio calice, nelle tue mani è la vita. Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi[9]. Dobbiamo onorare la vocazione santa con la quale Iddio Benedetto ci ha chiamati alla sua sequela, perché ne imitassimo la santità: “Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”[10].

Noi stessi siamo divenuti segno di questa amorevole premura di Dio, nella misura che sappiamo fare diventare reale l’utopia. Siamo gli esperti viaggiatori sui sentieri dello Spirito, che sanno raccontare le meraviglie di Dio e insegnarne la strada agli ardimentosi che vorranno percorrerla con noi.

A noi è data la possibilità di vedere possibile l’alternativa del progetto di Dio alla progettualità del mondo. Noi, voi con me, miei cari religiosi, siamo quella porzione del popolo di Dio capace di sognare, come San Giuseppe prima della fuga in Egitto[11], come Giacobbe di fronte alla grande scala[12], come Pietro[13] nel carcere delle costrizioni dei problemi quotidiani. Ci è chiesto di vivere la virtù del vecchio Simeone, “uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d’Israele”[14].

Il fuoco del fonditore e lisciva dei lavandai, la stessa spada nel cuore di Maria sono le prove della nostra affidabilità.

L’argento e l’oro, evocati dal profeta Malachia per esprimere l’esperienza cristiana di sequela, imitazione e configurazione al Cristo, hanno una dimensione plastica che ci fa ben riflettere. Dio ci dona la sua Grazia, ma si aspetta la nostra collaborazione. L’argento se abbandonato a se stesso assume il colore del piombo: solo se pulito e curato risplende. Così la nostra vita interiore, senza la pratica quotidiana della meditazione, della personale penitenza, della sopportazione dei disagi con ispirazione soprannaturale, diventa pesante e sgradevole per noi stessi e per quanti incontriamo. Occorre curare la nostra anima con amorevole impegno di ogni giorno.

Sapevano bene gli antichi la virtù dell’oro che si manifesta in tutto il suo splendore quando, esposto al fuoco fino al punto di fusione, riesce a dare una incredibile e meravigliosa luce. Così le nostre vite. Per risplendere in tutta la pienezza occorre donarci fino “alla fusione”, allora il carisma fa da indubbio riferimento alla Chiesa. È quello che chiamiamo santità e ci fa venerare chi è riuscito a raggiungerla.

La fatica della consacrazione radicale del Battezzato, a imitazione di Gesù, farà ciascuno di noi libero come un re, significativo come un profeta e senza paura come chi ha Dio per amico. È un’avventura particolarmente gradita al Signore. La speciale consacrazione ci fa sicuri che non abbiamo sbagliato strada, ma anzi siamo benedetti, perché coinvolti nel progetto di Dio. È tentazione del maligno, purtroppo diffusa nel nostro tempo anche in Italia, il poco rispetto per la vita consacrata. Questa visione va contrastata con il coraggio di impegnarci nella ricerca della santità.

         “Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria”[15]: tocca a noi, fare spazio al Signore, con la fedeltà al carisma che ci è stato affidato e con la ricerca della santità personale.

Il radicalismo del Vangelo, se vissuto con conseguenza, dà il dono di anticipare nella fede la visione.

Torniamo a dare il giusto nome alle cose: voi, care sorelle, siete state le donne più coraggiose della nostra società, quando giovanissime avete accettato la sequela di Gesù, povero, casto e obbediente.

La vostra eroicità merita di essere ricordata, miei cari fratelli che, come i pescatori di Galilea, avete lasciato tutto[16] e da ricchi di molto arbitrio vi siete soggiogati ad una regola, per diventare veramente liberi: “Suscipe, Domine, universam meam libertatem”[17]

Attraverso la santità dei suoi membri, capaci di lottare e di resistere al male, attraverso la santità che riusciremo a vivere in questo prossimo anno, passa la buona testimonianza del Vangelo di Gesù Cristo. Il Popolo di Dio ci sostiene, ma si aspetta da noi il segno ed è esigente: ci chiede di essere coerenti.

Note

[1] Cfr Es 13,11-16

[2] Lc 1,38

[3] Lc 2,51

[4] II Cor 6,12

[5] Pontificale Romano, Rito della Consacrazione delle vergini, n° 96.” Ricevi l’anello delle mistiche nozze con Cristo e custodisci integra la fedeltà al tuo sposo, perché tu sia accolta nella gioia del convito eterno”.

[6] Lc 2,37

[7] Cfr Orazio, Ars poetica 173:” Il vecchio assediato da tutti i suoi malanni, ha desideri ancora, ma per avarizia e per timore d’intaccarlo si astiene da ciò che ha ottenuto, mette mano alle cose col gelo della paura, rimanda, fa progetti nel tempo che non conclude, è avido di futuro, scontroso, brontolone, pieno di lodi per il tempo andato, quand’era ragazzo, di mortificazioni e censure per chi è più giovane di lui”.

[8] Mal 3,1

[9] Sal 15,5-6

[10] Mt 5,48

[11] Mt 2,13

[12] Gen 28,12

[13] Atti 12,7-9

[14] Lc 2,25

[15] Sal 23,7

[16] Cfr Mc 1,18

[17] Sant’Ignazio di Loyola, Esercizi, “Contemplatio ad amorem”: numeri 230-237

III Domenica del Tempo Ordinario
26-01-2020

Domenica della Parola di Dio+++Omelia dell’Arcivescovo nella Chiesa cattedrale, 26 gennaio 2020

Fratelli e sorelle nel Signore,
Iddio ci dia pace in questo giorno santo!

1. Il senso di questa celebrazione
È la prima volta che la Chiesa Cattolica celebra la Domenica della Parola di Dio. Lo scopo di questa decisione del Papa è ravvivare la responsabilità che i credenti hanno nella conoscenza della Sacra Scrittura, cioè nel praticare quotidianamente la Sacra Scrittura per la meditazione e la preghiera . Si tratta di mettere nuovo impegno nella più antica forma di pietà popolare, veramente capace di dare senso alla vita della Chiesa nelle diverse vocazioni laicali, ministeriali e di speciale consacrazione, in cui ogni cristiano si trova.
L’annuncio di Cristo Risorto, soprattutto in questo tempo frenetico, non può trovare discepoli stanchi né oziosi. Ci è chiesto invece d’essere solleciti, nella devozione personale, e nel ritrovare linguaggi nuovi per fare sì che la Sacra Scrittura sia regola viva della vita della Chiesa.
Il Papa ci insegna che per ottenere questo risultato occorre preparare soprattutto i laici e le laiche ad assumere il ministero del Lettorato. Occorre richiamare l’importanza della Parola di Dio in tutte le azioni liturgiche , giacché Cristo parla e compie i sacramenti nella persona del ministro. Occorre anche affidare al laicato di ogni comunità, ad esempio, la preparazione della lectio divina o le altre forme di animazione, diffusione e studio della Sacra Scrittura, anche nei paesi piccoli e lontani.

2. Comunicare attraverso la parola e i segni
All’inizio della Messa, come ai tempi del Concilio e in ogni Assemblea Generale del nostro Sinodo, abbiamo intronizzato la Parola di Dio nel cuore dell’assemblea liturgica, per dare un particolare risalto al Libro Sacro.
Ecco quello che Gesù fece apparso ai suoi: «Aprì loro la mente per comprendere le Scritture» (Lc 24,45). È uno degli ultimi gesti compiuti dal Signore risorto, prima della sua Ascensione. Appare ai discepoli mentre sono radunati insieme, spezza con loro il pane e apre le loro menti all’intelligenza delle Sacre Scritture. Senza la Sacra Scrittura restano indecifrabili gli eventi della missione di Gesù e della sua Chiesa nel mondo. Giustamente San Girolamo poteva scrivere: «L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo» (In Isaia, Prologo, 1,2).
Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha dato un grande impulso alla riscoperta della Parola di Dio con la Costituzione dogmatica Dei Verbum. Da quelle pagine emerge in maniera chiara la natura della Sacra Scrittura, il suo essere tramandata di generazione in generazione (cap. II), la sua ispirazione divina (cap. III) che abbraccia Antico e Nuovo Testamento (capp. IV e V) e la sua importanza per la vita della Chiesa (cap. VI). Insegnava Papa Benedetto XVI: «La sacramentalità della Parola si lascia così comprendere in analogia alla presenza reale di Cristo sotto le specie del pane e del vino consacrati. Accostandoci all’altare e prendendo parte al banchetto eucaristico noi comunichiamo realmente al corpo e al sangue di Cristo. La proclamazione della Parola di Dio nella celebrazione comporta il riconoscere che sia Cristo stesso ad essere presente e a rivolgersi a noi per essere accolto» .

3. Evangelizzare la pietà popolare
Il Papa ha chiesto ai Vescovi che in questa domenica compiano gesti significativi per richiamare l’importanza della proclamazione della Parola di Dio nella liturgia .
Non venga meno ogni sforzo perché si preparino alcuni fedeli ad essere veri annunciatori della Parola con una preparazione adeguata, così come avviene in maniera ormai usuale per gli accoliti o i ministri straordinari della Comunione. Occorre fare in modo che emerga l’importanza di continuare nella vita quotidiana la lettura, l’approfondimento e la preghiera con la Sacra Scrittura. con un particolare riferimento alla lectio divina. Questa è la vera, privilegiata devozione che il Papa chiede di promuovere in questo nostro tempo.
La Bibbia è il libro del popolo del Signore che nel suo ascolto passa dalla dispersione e dalla divisione all’unità. La Parola di Dio unisce i credenti e li rende un solo popolo. Prima di raggiungere i discepoli, chiusi in casa, e aprirli all’intelligenza della Sacra Scrittura , il Risorto appare a due di loro lungo la via che porta da Gerusalemme a Emmaus . Il racconto dell’evangelista Luca nota il giorno stesso della Risurrezione, cioè la domenica.
Quei due discepoli discutono sugli ultimi avvenimenti della passione e morte di Gesù. Il loro cammino è segnato dalla tristezza e dalla delusione per la tragica fine di Gesù. Avevano sperato in Lui come Messia liberatore, e si trovano di fronte allo scandalo del Crocifisso. Con discrezione, il Risorto stesso si avvicina e cammina con i discepoli, ma quelli non lo riconoscono (cfr v. 16). Lungo la strada, il Signore li interroga, rendendosi conto che non hanno compreso il senso della sua passione e morte; li chiama «stolti e lenti di cuore» (v. 25) e «cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (v. 27). Cristo è il primo esegeta! Non solo le Scritture antiche hanno anticipato quanto Egli avrebbe realizzato, ma Lui stesso ha voluto essere fedele a quella Parola per rendere evidente l’unica storia della salvezza che trova in Cristo il suo compimento.
4. La consegna della Scrittura alla Chiesa
Nella Seconda Lettera di San Paolo a Timoteo, al suo fedele collaboratore chiede di frequentare costantemente la Sacra Scrittura. L’Apostolo è convinto che «tutta la Sacra Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare» . Questa raccomandazione di Paolo a Timoteo costituisce una base su cui la Costituzione conciliare Dei Verbum affronta il grande tema dell’ispirazione della Sacra Scrittura. Vi si insegna che «i libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, per la nostra salvezza, volle fosse consegnata nelle sacre Scritture» (n. 11). Poiché queste istruiscono in vista della salvezza per la fede in Cristo, le verità contenute in esse servono per la nostra salvezza.
La Bibbia non è una raccolta di libri di storia, né di cronaca, ma è interamente rivolta alla salvezza integrale della persona. L’innegabile radicamento storico dei libri contenuti nel testo sacro non deve far dimenticare questa finalità primordiale: la nostra salvezza.
Ricordo con stupore, la camera di Pollone dove è morto il giovane d’Azione Cattolica, il Beato Piergiorgio Frassati, lasciata come era il giorno del decesso. Sul tavolo da notte c’è ancora il suo Vangelo dai fogli consunti, per la frequentazione quotidiana del ventiquattrenne studente universitario.
La presenza in questa assemblea della nostra Azione Cattolica, mi dà l’occasione di conferire ad essa una specie di mandato, perché la benemerita associazione di fedeli, che ha tra i suoi scopi principali la formazione dei fedeli laici, obbediente al Papa, prenda ancora l’impegno di puntare sulla Sacra Scrittura, per dare spessore cristiano alle coscienze di quanti incontreranno.
Le religiose qui convenute assieme al resto del popolo di Dio assumano in questa liturgia l’impegno a rinnovare la pietà cristiana, la devozione popolare, attraverso la pratica della Parola di Dio.
La diocesi sta allestendo strumenti mediatici, e applicazioni raggiungibili attraverso i social, per rendere disponibili a tutti semplici strumenti di uso quotidiano per facilitare l’uso della sacra Scrittura: pochi versetti di Vangelo al giorno, letti e meditati, è una pia pratica che cambia la vita.
La fede nasce dall’ascolto della Parola di Dio, chiediamo insieme al Signore di non farci dimenticare d’essere tutti dediti all’apostolato, perché quanti incontriamo scelgano di essere cristiani, discepoli di Gesù.

Omelia dell’Arcivescovo Fontana presso la Chiesa Cattedrale di Spoleto

San Ponziano
13-01-2020

13 gennaio 2020

Lunedì 13 gennaio alle ore 21.00, nella Basilica Cattedrale di Spoleto si è tenuta una veglia di preghiera presieduta da mons. Riccardo Fontana a suggellare l’arrivo della reliquia di San Ponziano in Duomo. Il nostro Vescovo dal 1996 al 2009 è stato Arcivescovo di Spoleto-Norcia, Chiesa nella quale fece solenne ingresso proprio nella festa di S. Ponziano di ventiquattro anni fa.

Ecco di seguito l’omelia.

Giovane Ponziano, felice cavaliere del Cielo, ancora una volta Spoleto si rivolge al Signore, nel ricordo del tuo martirio.
Cari spoletini, mi piace condividere con voi poche considerazioni sul nostro martire, sulla città, sulla stagione di Chiesa che stiamo vivendo.

1. La provocazione del martire Ponziano
«Ponziano è il nome che i genitori mi hanno imposto, ma, più di ogni altra cosa al mondo, desidero essere chiamato cristiano» . Al giudice Fabiano, il nostro giovane martire dice una verità assai grande: che la fede rivela la libertà. Credo che al tempo presente la Chiesa spoletana, soprattutto in Umbria, possa condividere con molte Chiese sorelle questo prezioso tesoro che è il nesso tra fede giovane e libertà.
La festa di questi giorni, con le sue stesse forme esteriori, trova la sua ragion d’essere nella bellezza della scelta di ogni generazione nuova per la fede, percepita come espressione libera e matura. Credo che valga la pena provare a riflettere su questo tema che appartiene alla nostra tradizione, ma che ha anche una forte valenza umanizzante.
La fede è una risposta a Dio che ci interpella, che per primo inizia il dialogo con ogni figlio e figlia che si apre alla vita consapevole. È una scoperta del valore che tu hai non solo per i tuoi amici, ma per Dio stesso, che è il più alto punto di riferimento, che trascende il tempo, che è amore e principio di ogni storia di amore.
È un atto di responsabilità, che manifesta la dignità di ogni persona consapevole di sé. Un gesto in qualche modo creativo, che pur sa avvalersi di quell’interior instinctus che Tommaso d’Aquino riconosce come intrinseca qualità attribuita ad ogni essere umano, una nota che fa scoprire al soggetto pensante l’alta qualità che gli è conferita con libero atto del Creatore. La fede è un atto di volontà e come tale una scelta libera e gioiosa, perché rallegra l’anima già nel tempo presente come azione di giustizia compiuta.
La fede manifesta la fortezza di chi sa assumersi la responsabilità delle sue scelte, non solo nell’ordine temporale, ma anche in vista del fine ultimo della propria esistenza. È un atto di coraggio, voluto e deciso, che solo una persona libera può compiere.
La fede è di resistenza al male, discernimento, scelta tra la sofferenza che provoca il contrasto con chi esercita il potere, perché un giovane si conformi all’opinione corrente, e il bene oggettivo di chi sa guardare oltre il contingente. Ecco l’argomento di San Ponziano: «Con i tuoi discorsi, che vogliono corrompere, non mi sedurrai: neppure il tuo Imperatore, se fosse qui, mi potrebbe distogliere dalla venerazione del mio Signore Gesù Cristo» .
La fede è oggi, più di un tempo quando vigeva la christianitas, alternativa al pensiero liquido , ben descritto da Zygmunt Baumann, alla potenza omologante del sistema mediatico, che tende a spegnere ogni originalità che caratterizzi la persona.
L’antico martire spoletino, contesta all’imperatore Antonino Pio d’essere empio, perché, pur in nome di presunta religione, non riconosce il sacrario della coscienza e la bellezza di dedicarsi a Dio. È il tema sempre attuale del rapporto tra fede e religione, tra adesione a Dio a livello esistenziale e la manifestazione esteriore, talvolta confinata nella consuetudine e nell’abitudine ripetuta nel tempo.

2. La nostra città: dal Municipium romano alla libera Civitas medievale
La comunità spoletana, già nota e forte nell’antichità, ebbe un importante sussulto nella testimonianza martiriale dei suoi grandi, fino al punto di trovare in essi un significativo momento identitario. Con loro prese forza la Chiesa spoletana.
Il giovane Ponziano, nel concetto di santità via via segnata nel tempo dal Vescovo Brizio, da prete Gregorio e poi dal Vescovo Sabino e tanti altri che fecero loro seguito, divenne un punto di riferimento di una comunità intera, che fece della fede cattolica un’identità condivisa, come all’arrivo degli ariani, di abate Eleuterio e poi di San Giovanni Arcivescovo.
Celebrando San Ponziano, si pone ancora oggi la questione identitaria. Vi è un servizio che la Chiesa pone a se stessa e, al tempo stesso, alla comunità civile. All’interno viene da chiedersi se siamo stati capaci nei tempi recenti di esprimere la fides spoletana, con il fiorire delle opere della carità, con la formazione del nostro popolo e con quella capacità di far diventare la fede motivazione interiore della nostra gente, che, in questa Basilica Cattedrale, trova il suo punto di unità.
Mi piace ricordare un’antica storia di cui, in qualche modo, fui testimone. In cima alla cuspide del nostro campanile, la sfera che tuttora esiste fu placcata d’oro, perché, nelle giornate di fitta nebbia, al viandante della valle spoletana, cantata anche da San Francesco, facesse da polo di riferimento al pur raro raggio di sole. Evidentemente, fu una scelta simbolica, quella cioè di offrire, a chi si fosse sperso nelle brume del tempo, la dimensione alta della Chiesa come punto di riferimento. San Ponziano tuttora è invocato a difesa dal terremoto e non già solamente dagli sconvolgimenti materiali.
Anche la società civile, nel giovane martire, molte volte nella storia ha trovato motivo di unità e invito alla responsabilità. Sono temi che proseguono ad avere una grande importanza per ogni comunità civile, che voglia essere libera e forte. La diversità di opinioni è una ricchezza, le divisioni e i contrasti sono malefiche. Solo il dialogo diventa costruttivo e capace di favorire sintesi sempre nuove nel tempo che muta. L’unità fa forte Spoleto, la responsabilità dei suoi cittadini la può fare grande.

3. La Chiesa del nostro tempo
Come Papa Francesco è tornato a ripetere “tutti siamo chiamati ad essere santi, vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno” .
Il Santo martire Ponziano fu di riferimento nella vita di questa città attraverso i secoli. È la santità che fa sempre da punto di riferimento, anche nei disorientamenti che, attraverso il sistema mediatico, globalizzano l’attenzione della gente in ogni parte del globo.
Il Papa, in nome di Cristo, ci chiama alla missione. Ciascuno faccia la propria parte, vivendo la fede intensamente, perché l’esempio di tanti possa tornare ad essere d’aiuto a chi si è smarrito. Un tempo, le missioni erano in terre lontane. Oggi rivolte alle persone della porta accanto.
La Chiesa spoletana, erede di una ricca tradizione di santità, celebrando il suo santo patrono, è chiamata a rinnovare, nell’impegno di ciascuno, il servizio al mondo attraverso una evangelizzazione dei fatti. Come i martiri antichi dettero testimonianza con la vita, anche a noi, pur in modo incruento, è chiesto di fare altrettanto. Il Santo cavaliere ci guidi ancora per i sentieri del Cielo a ritrovare la gioia di essere cristiani.

Il programma di San Ponziano 2020

24 dicembre 2019

Veglia di Natale
24-12-2019

Omelia dell'Arcivescovo nella Chiesa Cattedrale

Figli e figlie,

il Signore ci dia pace

in questa notte santa!

Tanti siamo venuti in Chiesa pieni di ammirazione e con voglia di fare festa. Ricordare la nascita del Salvatore è come ripeterci l’un l’altro che siamo salvati, che Dio ha misericordia di noi, siamo la sua famiglia. Dio non guarda alle nostre fragilità, ma al nostro desiderio di far bene. Piccolo o grande che sia, questo sentimento è un seme da cui nasce l’albero della nostra vita cristiana.

Natale è un giorno di raccoglimento e di preghiera, ma anche di riconoscenza e di gioia semplice. Siamo incantati dalla bontà di Dio che ci conosce uno per uno e ci ricorda stanotte, che, pur di entrare in dialogo con noi, Gesù Cristo, Verbo di Dio, si è fatto talmente umile, piccolo come un bambino appena nato, che non riesce ancora a parlare.

Il ricordo degli avvenimenti di Betlemme ci induce a riaprire il dialogo con Dio stesso, che è paziente al punto di aspettare che ciascuno di noi, a suo modo, risponda. Dio conosce la nostra condizione, non giudica, ma accoglie. Di fronte a un gesto, a una parola di amore, è umano rispondere.

Dio è entrato nella storia dell’uomo nel modo più semplice. “In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra” (Lc 2,1). Giuseppe, originario di Betlemme, ritorna nel suo paese, ma nessuno lo accoglie, neppure i parenti. Maria, che pur sapeva di essere incinta per opera dello Spirito Santo, non si scompone. Partorisce in una stalla e adagia il suo bambino nella mangiatoia del bue e dell’asinello, il præsepe. Non ha fasce per coprirlo, ma arrivano le povere donne dei pastori: povere di risorse, ma ricche di umanità e fasciano Gesù bambino. Arrivano poi anche i Santi Magi, ma Gesù, Giuseppe e Maria devono farsi rifugiati in Egitto per sopravvivere. Miseria o povertà, sembrano le storie di tanti dei nostri che, caduto un regime, possono finalmente ritornare a casa. Umile il lavoro, saltuario, ma invidiabile storia d’amore tra gli adulti e il bambino che cresce.

Tutto questo vogliamo ricordare nella Notte di Natale, per ritrovare il coraggio: Dio è in mezzo a noi e ci vuole bene.     Per la via della kenosis (Fil 2, 7), cioè dello spogliarsi, dello svuotarsi della condizione divina, dalla culla alla Croce, ci ha riaperto le porte della Gerusalemme del Cielo da cui Adamo ed Eva erano stati cacciati. Fai festa, amico mio, perché il Signore, che ci vuole bene, ti è vicino. Fai festa nel pensiero profondo, nella preghiera semplice, nel cuore aperto.

La lezione del presepe è esemplare. I pastori alla Grotta di Betlemme, portando i loro poveri doni a Gesù appena nato. In questi giorni passati, ti sei dato da fare per trovare regali belli per le persone che ti sono care. Un dono che certamente sarebbe gradito a Dio, come gratitudine per la salvezza recuperata, è la voglia di ripartire con le tue storie belle nei rapporti con la tua famiglia, con la tua comunità e anche con la società aretina che ti è intorno. Per Dio, che ha cercato il dialogo con l’uomo, non c’è dono più opportuno che il recupero delle relazioni tra di noi.

Non ti far distrarre dal chiasso esteriore, dalla invenzione economica. È il Natale di Gesù, ma c’è il rischio che ci siamo dimenticati di Lui; forse, possiamo ancora recuperare. È il Natale di Gesù, possiamo rinnovare non solo gli abiti esteriori, ma soprattutto il nostro modo di essere. Dio ha fiducia in noi, ci chiede di fare altrettanto.

         Siamo ancora capaci di fare di Arezzo la città del presepe, non nelle statuine inermi, col muschio finto e i fiumi e le stelle immaginari, ma nel rimettere in moto questa città, nel ritrovare, ognuno per la propria strada, la convergenza verso la persona di Gesù, che è il progetto realizzato di Dio, perché ricerchiamo programmi umanizzanti. So bene che i grandi di Gerusalemme e meno ancora l’imperatore di Roma si resero conto che Dio si era coinvolto nella piccola città del pane, che è il nome ebraico di Betlemme.

Dobbiamo fare in modo, amici miei, di ridare il pane a tutti, cominciando da educare, che è un verbo fondamentale per cambiare il non-senso e mettere in discussione la continua ricerca dell’evasione, che è il male dell’Occidente. Occorre puntare sul lavoro, che è la via onesta per realizzare se stessi e cambiare il mondo.

Gli antichi ideologi protestanti avevano coniato la parola “professione” per dire che, con le tue conoscenze e il tuo impegno, professi la fede che hai. È necessario passare dai gesti esteriori della Religione a recuperare convergenze nuove e spirito di carità, di cui tutti abbiamo bisogno.

Davanti al miracolo di Dio che condivide la natura umana, quanti si fanno pellegrini al presepe di Betlemme sono chiamati a essere uomini di pace, misericordiosi e giusti.

Dall’incontro in questa Notte Santa scaturisce un rifiuto dell’odio, la voglia di contestare le discriminazioni e l’approfittare delle debolezze altrui a proprio vantaggio. La civiltà cristiana torna stasera a misurarsi con la grandezza di Dio per recuperare la dignità dell’uomo nuovo che, per il coraggio di Maria, è diventato nostro fratello.

(Servizio TSD)

IV Domenica di Avvento
22-12-2019

22 dicembre 2019

Omelia dell’Arcivescovo nella Casa Circondariale di Arezzo

Carissimi,

il Signore ci dia pace

in questo giorno santo!

 

  1. Preparare il Natale del Signore

Venti secoli fa, a Betlemme i poveri pastori, ultimi nella scala sociale di Israele Antico, ricevettero il segno che Dio non abbandona l’uomo alla sua sorte. Avvertiti dagli angeli, si misero in moto nella notte, da Beit Sahour fino a Betlemme e, in una povera misera grotta, trovarono il figlio di Dio, deposto in una mangiatoia con accanto la sua giovanissima madre e San Giuseppe.

Forse erano già consapevoli delle promesse di Dio e, da figli di Abramo, sapevano che la Benedizione dal popolo d’Israele si sarebbe allargata fino agli estremi confini della Terra. I segni portentosi di quella notta ravvivarono la loro fede e si resero conto di essere i primi straordinari testimoni di un evento che porta salvezza.

Anche noi ci troviamo in una condizione analoga. Forse, rispetto a quegli uomini e antichi ci manca una condizione di vita, fatta di poche cose essenziali. Forse, abbiamo perduto la capacità di ascoltare la voce degli angeli e la voglia di avventurarci nella notte del tempo presente alla ricerca del segno di Dio.

Alla quarta tappa del cammino d’Avvento, la Chiesa ci chiede di rammentare che i fatti di Betlemme furono l’avvio della salvezza, dell’umanità nuova, del dono di Dio, che ogni giorno è disponibile per tutti.

 

  1. Dio rispetta la nostra libertà

         Il Dio che creò il mondo con potenza, lo salva con pazienza. Onnipotente e Creatore, sceglie la via dell’umiltà per offrire a tutti noi la via d’uscita dalla cronaca quotidiana, infarcita di violenze, bassezze, delusioni. Dio è tanto forte che, per farci riscoprire la fraternità tra di noi, l’uguaglianza di tutte le persone umane, la libertà, non disdegna di farsi bambino infante, cioè incapace di parlare, pur essendo egli stesso la Parola di Dio, che comunque comunica.

Alla protervia di tutti noi, alla superbia contrappone l’umiltà e perfino la povertà volontariamente scelta.

Ci prepariamo al Natale, contemplando le gesta esemplari di Maria di Nazareth che, con la Bibbia in mano, riesce a percepire la presenza dell’angelo portatore della Bella Notizia: l’Emanuele. “Rallegrati Maria, perché hai trovato Grazia presso Dio” (Lc 1, 28-30). A lei chiede di professare la fede d’Israele, accettando il rischio. Anche per noi la Festa di Natale è una professione di fede, anche a noi Dio chiede il rischio di fidarci di Lui. Il commento di Maria è “Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente” (Lc 1, 49). Il ricordo della nascita di Gesù può essere una proposta di rinascita per ciascuno di noi. Se ti fidi di Dio, non avere paura. Siamo chiamati a uscire dalla desolazione del male prevalente, delle storie diffuse dal sistema mediatico, che tolgono la voglia di futuro, che il Papa torna a chiederci. Saremo capaci di costruire il futuro se accetteremo la Grazia di considerare il male del mondo come la foresta incantata delle favole, che ha, inevitabilmente, un esito felice come dice l’Angelo dell’Annunciazione: “Nulla è impossibile a Dio” (Lc 1, 37), purché, di fronte al Natale del Signore, siamo pronti a dire ancora la nostra disponibilità a collaborare con la Divina Sapienza che regge il mondo. Sì, io ci sto! Così Maria, Ancilla Domini (cfr. Lc 1, 38), così Giuseppe, uomo giusto, come l’emblematica successione di Santi che la tradizione popolare ha voluto che ci accompagnasse, come Virgilio antico entro l’inferno, perché ne superassimo la tentazione nel Purgatorio della fatica quotidiana per rinsaldare le nostre “ginocchia fiacche” (Is 5, 3); andiamo incontro al Signore della Gloria, che ci attende nel giorno della responsabilità, alla fine del tempo, per chiederci di scegliere liberamente se vogliamo essere membri della sua famiglia (cfr. 1 Cor 12,27) o se preferiamo la violenza dell’assurdo.

 

  1. Un’esperienza simbolica

Præsepe è parola latina per dire “mangiatoia”. Correva l’anno 1223, quando San Francesco, ormai prossimo a lasciare questo mondo, volle fare un’esperienza per provare la fatica della fede nel percorso della vita.

Francesco dice al suo amico Giovanni, signore di Greccio, di tornare a casa. A fare che? Ad essere accogliente, poi, con l’autorevolezza di una vita povera ed evangelica, si avvia per le strade dell’Umbria, invitando quanti lo volessero – anche te, per esempio – a camminare insieme per incontrare il Signore, il bambino di Betlemme.          Quella gente antica e povera si fida di Francesco e si accoda con lui per quindici giorni di cammino a piedi, per monti e per valli, tra rigide foreste e ruscelli gelati, per giungere infine nella valle di Greccio. Una modesta folla è responsabilizzata da Francesco, come ci dice il Celano (cfr. Celano, Vita Prima, Parte Prima, cap. XXX): ognuno faccia la parte propria. Ai frati chiese di far la parte degli angeli, lui stesso fece il ministero di diacono e cantò il Vangelo della nascita del Signore e quanti lo avevano seguito, ebbero la convinzione di avere visto il Signore. Fu un’esperienza di popolo, fu un’esperienza di Chiesa. È un racconto simbolico dove la povertà di Betlemme si sposa incantata con la bellezza del Creato. C’è posto per tutti: uomini e donne, ricchi e poveri.

È il Natale di Gesù e ti è chiesto di ripercorrere il cammino simbolico del presepe, di ritrovare lo spazio interiore, perché ciascuno di noi faccia la sua parte, in vista di un mondo migliore, riconoscendo, come Maria, il rischio del controcorrente.