Con la liturgia di questa sera iniziamo a vivere la solennità dei santi Pietro e Paolo e la Parola di Dio che ci parla di questi due grandi colonne della Chiesa viene ad illuminare la festa e per noi il dono di tre nuovi preti per la nostra diocesi, l’ordinazione presbiterale.
E’ una festa, quella di Pietro e Paolo, e una Parola, che raccontano il dono che è il sacerdozio, un dono per chi lo riceve e per la Chiesa tutta e anche narrano la missione che accompagna e orienta la vita del prete.
Tutto si muove sulla esperienza dell’amore.
Pietro si sente chiedere da Gesù risorto, dopo che lo aveva rinnegato nel giardino, prima della Passione del Signore, la domanda sull’amare: “Mi ami tu? Mi vuoi bene?”.
Egli che aveva fallito nell’amare l’amico, ora viene interrogato sulla sua capacità di amare.
La domanda del Signore vuole accompagnare Pietro a scoprire che può ancora amare Gesù, l’amico. Quello che è accaduto per Lui non impedisce il lasciarsi amare, lasciarsi voler bene.
Pietro, puoi ancora amare il tuo amico Gesù, egli si lascia amare.
L’amore sempre rialza, rimette in cammino, ridona vita, apre possibilità e speranza.
Così è per il Primo Apostolo: da amico infedele alla possibilità nuova di amare il Signore, di volergli bene e sentirsi così rinnovato nella missione, nella responsabilità: “Pasci i miei agnelli; pascola le mie pecore; pasci le mie pecore”.
Sentendosi nuovamente amato e chiamato, anche dopo il peccato, Pietro può rinnovare il dono della sua vita, vivere la vita come dono, come esperienza di cura della Chiesa, di servizio autentico ed ecclesiale.
Anche Paolo ripercorre la sua vita, la sua vicenda, un tempo da persecutore e poi raggiunto proprio dalla chiamata e dall’incontro con Gesù. E questo incontro è capace di cambiare la vita di Paolo e di portarlo ad essere l’annunciatore, l’Apostolo delle genti, con il dono pieno e immediato della sua vita (subito, e gli dice).
Paolo nella sua condizione di persecutore dei cristiani si sente amato, cercato ed amato e questo cambia il suo orizzonte sentendo in modo vero la presenza del Signore e la missione di annuncio.
Paolo ha anche la consapevolezza che può vivere questo essere amato e quindi il cammino nuovo dell’annuncio nella piena comunione con la Chiesa. Infatti annota che dopo i primi tre anni che lo portano ad un ripensamento della sua vita si reca da Cefa, a Gerusalemme, dirà per non rischiare di avere corso invano.
Anche per Paolo l’amore è esperienza che apre orizzonti, cambia la vita, rimette in cammino.
L’incontro di Pietro e Giovanni con lo storpio alla porta della bella del tempio racconta ancora come l’amore è alla radice della vocazione e della missione.
Lo storpio chiede un briciolo di amore, l’elemosina, un piccolo aiuto e la risposta di Pietro non è nel dare briciole di amore, ma nell’amare, nel nome di Gesù Cristo. E così quest’uomo si ritrova amato e guarito, rimesso in piedi (Lo prese per la mano destra e lo sollevò).
L’amore, amare cambia la vita, la rinnova, la rende vera e a capace di vivacità, rimette in cammino, come letteralmente avviene per questo storpio.
Il testo annota che “Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono e, balzato in piedi, si mise a camminare; ed entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio”. Ed è una immagine della vita evangelica, della vita secondo lo Spirito: una vita che danza e che loda.
Pietro e Giovanni si fanno qui portatori di vita di vangelo; amando fanno camminare, amando si fa camminare.
L’intreccio delle vicende dell’amore che queste letture ci hanno raccontato diventa per i nostri ordinandi presbiteri una programma di vita e un annuncio per la loro missione.
Ricevete l’ordinazione presbiterale, vi affideremo alla intercessione dei santi, invocheremo l’opera dello Spirito santo per voi e la preghiera consacratoria donerà in voi il carattere sacerdotale, nel segno della imposizione delle mani del vescovo… E’ un dono da accogliere, un dono che vi trasforma, un dono che vivete come incontro con il Signore Risorto e che in tutto vi dice: voi siete amati, potete amare. Vi è possibile amare Gesù, nella povertà della vostra vita, eppure capaci di amare. Tutta la vostra storia di vita è nella trama di un amore che vi accompagna. In questo amore del Signore per voi siete oggi confermati, chiamati e mandati.
Si diventa preti perché amati, scoprendosi amati, resi vivi dall’amore.
In questo dono si radica anche la vostra missione. Nella concretezza della vita di prete, nella celebrazione dei sacramenti, nella dedizione pastorale, nello spendervi per gli altri… in quello che farete, amate. E nell’amore farete camminare. Tante situazioni attendono la parola di vangelo che rialza e rimette in cammino, riconduce nella speranza. Sentitevi mandati per questo, qualunque cosa vi verrà chiesta: amate e fate camminare, portate le opere del vangelo che sempre sono opere di amore, fate gustare l’amore di Gesù che non dimentica nessuno, che non lascia solo nessuno. E nella concretezza del ministero siete chiamati non a fare cose, ma a portare i segni e la vita del vangelo che è amore. E’ un dono grande essere prete ed è tale perché non è per voi primariamente, ma è per gli altri, perché gli altri vivano, ritrovino luce e speranza.
La vicenda di Paolo poi vi ricorda che l’amore, amare non è sentimentalismo o romanticismo, ma è la natura più profonda della vita, del vivere e dell’incontro con Dio.
Paolo non dimentica il legame con la Chiesa, con la comunità, con Pietro. Il riferimento comunitario è garanzia che amare sia esperienza vera e dono autentico.
Per vivere un amore che davvero vi fa essere preti dunque il legame con la Chiesa, con la comunità, la comunione con il vescovo e con il presbiterio e poi con tutto il popolo di Dio è condizione essenziale perché l’amore che vivete e che vi spinge (caritas Christi urget nos, dirà Paolo) sia quello dello Spirito e secondo i progetti di Dio. Non siate preti solitari, individualisti, battitori liberi, ma preti della comunione, nella comunione con la Chiesa vissuta in prima istanza con i confratelli tutti. Amando la Chiesa, solo nella comunione con la comunità, potrete davvero essere portatori di opere di vangelo e della autenticità dell’amore del Signore.
Dello storpio guarito dice il testo che entrò nel tempio danzando e lodando Dio.
Vi auguriamo di entrare voi nel tempio, nella vita del ministero presbiterale, preti, danzando e lodando Dio, con la lode più vera che è il dono della vita.
+ Andrea Migliavacca
Vescovo

LITURGIA DEL GIORNO