Natale 2025

Omelia del Vescovo in Cattedrale di Arezzo
25-12-2025

Natale, giorno di parole, regali, famiglia e scambio di auguri. Buon natale ci diciamo, con il cuore e con desiderio di serenità, di pace e di amicizia. Ed è un augurio che custodisce e trasmette parole che arrivano al cuore, scaldano, rincuorano, regalano sensazioni di famiglia.

In mezzo a tante parole che suonano di inimicizia, guerra, violenza, morte, ingiustizia, povertà, esclusione… finalmente oggi ci sono parole che parlano di gioia, di annuncio, di pace, di letizia, di perdono e di amicizia. E sono parole che cercano di raccontare ancora oggi, nell’oggi, quello che hanno visto i pastori: “trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia”. E’ una visione della vita, della delicatezza e del miracolo della vita e dal miracolo della vita nascono parole che fanno vivere.

Proprio così. I pastori “se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto” e si intuisce che questa gente si mise subito a raccontare perché ci dice il vangelo che “quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori”.

Parla la vita, vengono raccontate parole di vita, perché i pastori hanno visto la vita. E per questo sono parole che stupiscono e portano a lodare Dio.

Dal Natale possono nascere anche oggi parole che raccontano e che trasmettono la vita.

Eh si, perché capita anche noi di trovare gente che ci regala parole di vita, come i pastori che tornano da Betlemme.

Dovremmo tutti pensare, scoprire, ascoltare chi ci racconta parole che fanno vivere, parole che raccontano la vita, come i pastori che hanno visto il bambinello di Betlemme.

Provo a raccontarle un po’… ma poi tocca a voi, non qui al microfono, ma nel vostro cuore e poi alle persone con cui starete oggi e poi a chi cerca e ha bisogno di parole che fanno vivere.

Sento che parole di vita che nascono dal Natale sono state per me quelle dei miei genitori, mamma e babbo, che quando piccolini, io e mia sorella Elena, attendevamo la notte prima di addormentarci sperando di scoprire chi metteva i regali sotto l’albero… Ma il regalo più bello era la voce di mamma Chiara e babbo Giuseppe al risveglio, la mattina di Natale, festosi nel trovare la gioia di una famiglia e la sorpresa dei regali. Ed erano parole di vita.

Cercavamo di portare parole di vita la notte di natale, dopo la messa di mezzanotte, al mio paese, Binasco, quando con altri amici della banda si andava per le vie del paese a suonare le canzoni di natale, per portare un po’ di musica e di atmosfera natalizia. Erano parole in musica, eppure capaci di arrivare al cuore.

Ricordo che parole di vita c’erano anche nelle cene di natale in seminario, a Pavia, quando insieme ai seminaristi eravamo a tavola con alcuni amici del seminario, anche giovani coppie, c’era anche Andy, un amico fotografo, con Maria Chiara e il loro bambino Nico di neanche tre anni, Andy, poi ucciso in Ucraina, in Dombass, mentre faceva il suo lavoro nel maggio del 2014. La magia di quella tavola e della cena di natale sapeva regalare parole di vita ai seminaristi e agli amici convenuti, magari neanche tutti cristiani.

Parole di vita ho sentito in questi giorni incontrando alcune scuole con i loro bambini, quelli dell’asilo o delle elementari, contenti di far sentire con i loro canti o la poesia letta il loro augurio, sapendo che la voce dei bambini è un canale privilegiato per far sentire il natale e quindi parole che toccano il cuore, che regalano la vita, come quei pastori che tornavano dalla mangiatoia.

E parole di natale ho potuto sentire anche in questi giorni, anche questa mattina, nel nostro carcere. Proprio lì si trovano parole che fanno vivere. Come quella di un giovane detenuto che oggi pensa al suo bambino, nato da pochi mesi e purtroppo lontano, eppure con la speranza di vederlo presto e di poter iniziare una nuova vita, una nuova possibilità. E si respirano parole che stupiscono e fanno vivere, anche in carcere.

Che sorpresa. Ai tempi di Gesù c’erano dei pastori che raccontavano quello che avevano visto ed erano capaci di suscitare stupore.

Ma anche oggi, nel Natale di quest’anno, nel Giubileo della Speranza che sta per chiudersi, ci sono nuovi pastori, nuovi personaggi del presepio che è la nostra vita, che sanno raccontare parole che nascono dal quel bimbo nella mangiatoia e sono parole di vita.

Tocca noi oggi saperle ascoltare, poter raccontare qualcosa di quello che le nostre orecchie hanno udito e ci hanno parlato del bimbo che è nato, della gioia del natale, della speranza di questo annuncio.

Caro amico, amica, stai oggi ascoltando parole che vengono da là, dalla Betlemme della natività e dalla vita di oggi? Chi ti parla di quel bimbo che è nato?

E poi possiamo ritrovarci, con sorpresa, ad essere noi quelli che iniziano a parlare, a raccontare, a cantare, a danzare per dire la gioia del natale e la sorpresa di un Dio che si fa uomo per stare con noi, proprio con noi, con te… e portarci la vita.

Ci sentiamo “affidati”… perché c’è Maria che “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”…; cioè ci siamo noi nel cuore di Maria. Noi custoditi, noi accolti, noi accompagnati da Lei, la Madre.

Il cardinale C. Maria Martini così diceva in una sua meditazione che ci aiuta a ripensare ad alcune parole di vita che nascono dal presepio, parole da ascoltare:

“Povertà, semplicità, gioia: sono parole semplicissime, elementari, ma di cui abbiamo paura e quasi vergogna. Ci sembra che la gioia perfetta non vada bene, perché sono sempre tante le cose per cui preoccuparsi, sono tante le situazioni sbagliate, ingiuste. Come potremmo di fronte a ciò godere di vera gioia? Ma anche la semplicità non va bene, perché sono anche tante le cose di cui diffidare, le cose complicate, difficili da capire, sono tanti gli enigmi della vita: come potremmo di fronte a tutto ciò godere del dono della semplicità? E la povertà non è forse una condizione da combattere e da estirpare dalla terra? Ma gioia profonda non vuol dire non condividere il dolore per l’ingiustizia, per la fame del mondo, per le tante sofferenze delle persone. Vuol dire semplicemente fidarsi di Dio, sapere che Dio sa tutte queste cose, che ha cura di noi e che susciterà in noi e negli altri quei doni che la storia richiede.”

+ Andrea Migliavacca