E’ celebrazione di Chiesa oggi nella quale la Grazia di Dio ci chiama, ci rinnova, ci invia, e diventa preghiera perché il Signore non faccia mancare i doni e i ministeri di cui abbiamo bisogno.
Il tempo che viviamo è drammatico. La violenza e l’ingiustizia della guerra che sembra lontana, che miete vittime innocenti in terre più lontane, ma che coinvolge tutti noi e le nostre coscienze e insieme germi velenosi nelle nostre comunità che spingono ad atteggiamenti e parole di difesa piuttosto che di accoglienza ci chiedono di essere Chiesa capace di annuncio, di testimonianza e di impegno nel costruire una società disarmata, disarmante e accogliente.
Anche tra di noi inoltre vi sono segni preoccupanti in riferimento a tensioni sociali, difficoltà nel mondo del lavoro e timori per il futuro, povertà sempre più emergente, fatiche quotidiane delle famiglie sia nell’educare sia nel gestire il proprio futuro. E anche tutto questo ci impegna a portare parole di speranza e di riconciliazione, di condivisione e di aiuto, come il Giubileo che abbiamo concluso ci invitava a riscoprire. La speranza appunto.
Viviamo questo anno francescano, ottocento anni dalla morte di San Francesco e vogliamo cogliere il richiamo di come segni poveri, la via di madonna povertà deve sempre più essere la via della Chiesa e dei suoi ministri. Lo abbiamo visto: le stimmate di cui il Santuario della Verna è custode nella memoria e le ossa del Santo di Assisi che tanti di noi siamo andati a venerare sanno attrarre ancora tante persone che in questi segni apparentemente fragili e poveri hanno ritrovato la forza del vangelo vissuto, della attualità del vangelo. Una attualità a cui noi per primi, vescovo e presbiteri, possiamo chiederci se ci crediamo davvero e se su di essi sappiamo veramente contare.
Non voglio dimenticare la sfida che a tutta la Chiesa lanciano i giovani, vivo richiamo alla autenticità e alla necessità di ricercare e promuovere valori veri della umanità, segnati dal rispetto, dalla amicizia, dalla capacità di incontrare e andare oltre i propri confini personali. I giovani sono sempre capaci di insegnarci qualcosa.
E se vogliamo aggiungere altri stimoli al tempo che stiamo vivendo e in cui ci collochiamo come Chiesa in missione e presbiteri in missione potremmo citare l’esperienza del cammino sinodale che insieme a tutte le chiese in Italia siamo chiamati a recepire e far diventare pane quotidiano e il ripensamento della Chiesa nel territorio che con Pentecoste vorremmo ufficialmente condividere.
In una Chiesa che in questo anno ha raccolto la grande testimonianza di papa Francesco, con il suo ultimo saluto il giorno di Pasqua dell’anno scorso e il Magistero solido di papa Leone che ora, come pastore, guida la Chiesa intera.
In tutto questo ci siamo noi: credenti, giovani e anziani, famiglie, poveri e gente facoltosa, diaconi e religiosi, presbiteri e religiose. Ci siamo noi come Chiesa in missione e capace di testimonianza.
La Parola di Dio che abbiamo ascoltato e i segni liturgici di questa celebrazione ci consegnano una immagine che vorrei raccogliere e su cui riflettere. Si tratta della unzione.
La prima lettura del profeta Isaia, poi ripresa dalle parole di Gesù come ci racconta il vangelo, così afferma: “Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio”.
Nel segno di questa unzione il profeta racconta la sua missione, la vocazione a cui è chiamato e così Gesù dirà di sé: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. Cioè sono io a realizzare tutto questo. “Il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra”, come afferma san Giovanni (II lettura).
Dunque l’unzione è il segno di elezione e di scelta, di mandato e di benedizione che accompagna la vita del profeta e che interpreta il cammino di Gesù, fino al dono della sua vita sulla croce.
Questi testi associano l’unzione con l’olio alla effusione del dono dello Spirito. Se il segno della unzione avviene con l’olio, il dono offerto e profuso con questo segno è lo Spirito di Dio che è amore e che anima la vita intera.
In questa celebrazione il segno della unzione è vissuto nel rito con la benedizione degli oli santi: l’olio degli infermi, quello dei catecumeni e il crisma. Ripeteremo le parole di benedizione che invocano da Dio il dono del suo Spirito su questi oli e chiede che di questo Spirito siano segno e veicolo per chi li riceveranno.
L’unzione che richiama la Parola di Dio e che nel rito oggi vivremo nella benedizione, e al termine della Messa nella consegna di questi oli, illumina e interpreta la missione della Chiesa e anche quella dei presbiteri nel nostro tempo.
Vorrei brevemente richiamare in estrema sintesi il dono di cui questi oli sono portatori e quindi cosa ci indicano della missione e dell’annuncio della Chiesa nel mondo e quindi anche dei suoi presbiteri.
L’olio dei catecumeni: è l’olio che nel cammino della iniziazione cristiana degli adulti segna una particolare tappa che precede il battesimo e li introduce nella vita del vangelo la via della vita. Nel battesimo dei bambini questo olio è parte dell’unico rito battesimale.
E’ dunque questo l’olio che annuncia la vita, racconta come Dio fa vivere, desidera la vita per noi. Esso significa che l’incontro con Dio, la sua accoglienza è per il catecumeno e per il battezzato, per noi, regalo di vita.
E questa è la missione della Chiesa nel nostro tempo: annunciare la vita, essere portatori di vita.
Così devono essere i nostri preti. Ce lo possiamo chiedere cari presbiteri: chi incontra voi incontra annunciatori gioiosi della vita, persone capaci di rialzare e rimettere in cammino, compagni di strada che per primi perdonano per insegnare il perdono come via di novità di vita? Siamo noi portatori di una testimonianza di Chiesa che richiama il valore della vita, dal suo concepimento alla morte naturale e mai indotta? Come Chiesa ci chiediamo se le nostre comunità sono comunità vive, generative, capaci di accoglienza, di gioia, di condivisione con i più poveri, non sfiduciate e spente, coraggiose nel ricercare e assumere strade di collaborazione e condivisione? E noi preti animiamo comunità che vivano con questo spirito che è essere così portatori di vita?
Ecco l’olio dei catecumeni: ci chiede di essere come Chiesa e come presbiteri annunciatori e portatori di vita. Perché il nostro Dio è il Dio della vita.
L’olio degli infermi. E’ l’olio che cura e che guarisce, che ci fa curvare sulle ferite e le povertà degli altri e ci chiede anche di toccare le ferite per guarirle e far sì che esse da ferite diventino feritoie dell’amore. L’olio degli infermi è l’unzione che ci chiede di farci carico di chi soffre e ci invita a vivere l’esperienza della custodia della fragilità, con la mano che unge e che noi dobbiamo metterci.
Anche l’olio degli infermi ci interroga. Sappiamo quante ferite segnano la nostra umanità e il popolo di Dio. Ci sono ferite che vengono dalla guerra, altre dalle malattie, da tante sofferenze; ci sono le ferite dovute al peccato e quelle che ci siamo procurati gli uni contro gli altri. Questo olio ci invita a chiederci se sappiamo benedire le ferite, cioè trovare in esse una occasione per amare e per farci carico del fratello e della sorella, di chi è più debole, di chi è a terra, di chi è escluso. E’ l’olio che ci dice e ci ricorda: tocca a te amare, e prenderti cura del prossimo. Tocca a te. Noi preti dovremmo dirlo ogni giorno: tocca a me. Tocca a noi curare gli infermi, consolare chi piange, ritessere i legami spezzati della fraternità e della comunità, accogliere chi viene escluso fino al peggiore dei peccatori.
L’olio del crisma. E’ l’olio più prezioso, un olio profumato con preziosi aromi. Esso viene usato per consacrare i figli di Dio nel battesimo, nella cresima ed è versato sulle mani di coloro che diventano presbiteri e sul capo di chi diventa vescovo.
Tra i tanti suoi significati vorrei richiamare che l’olio del crisma dona quella unzione che fa del nostro cammino la sequela dei passi di Gesù. Esso ci ricorda la nostra dignità di figli amati da Dio, racconta la preziosità della nostra vita, annuncia che quello che vive Gesù è la vita più bella e più vera possibile, ci chiama alla sequela. Il crisma è per noi annuncio che la nostra vita è bella, è preziosa, è amata, è feconda.
La Chiesa ha davvero il compito di annunciare quanto questo olio del crisma evoca: la preziosità e la dignità di ogni essere umano, senza distinzioni. La piena dignità umana che trova il suo vertice nell’amare di Dio. Siamo capaci di amare, noi, Chiesa, ogni altra persona? Lo facciamo con la vita più che con le parole? E noi preti rispettiamo ogni persona, proprio tutte, riconoscendo la sacralità della loro vita che è da accogliere e custodire? E tra noi preti ci stimiamo, sappiamo riconoscere la preziosità di ciascuno e il dono che è in ogni altro presbitero?
E’ affascinante il campo dell’annuncio e della missione che si apre davanti a noi anche alla luce del messaggio di questa unzione, di questi oli.
E allora mettiamoci in cammino. Abbiamo gli oli benedetti, abbiamo la forza del Vangelo, abbiamo la perla preziosa dell’Eucaristia… e con tutto questo possiamo benedire il nostro mondo.
Ancora una parola però vorrei richiamare. Questi oli che noi preti usiamo per amministrare i sacramenti raccontano qualcosa anche a noi, proprio a noi ministri del vangelo.
L’olio dei catecumeni dice a te, caro fratello prete, che la tua vita è dono di Dio, è una vita amata, è capace di fecondità e di bellezza, e vita che sa accogliere e condividere e non rinnega i legami belli della amicizia. Lo vorrei dire a tutti i preti festeggiati in questa celebrazione per il loro anniversario significativo: la vostra vita cari amici è davvero bella, è benedetta, e sempre dono di Dio.
Cari presbiteri: guardatevi, guardate alla vostra vita e potete chiedervi: chi ama me? Come posso scoprire che la mia vita è amata? Come mi raggiunge l’amore di Dio.
Cari fratelli e sorelle amate i vostri preti, siate capaci di far sentire loro l’amore di Dio.
L’olio degli infermi cari presbiteri vi dice che anche voi avete fragilità, abbiamo certamente il peccato, tanti peccati, siamo poveri e segnati da varie sofferenze e talvolta anche il carattere personale non è granché. Ebbene questo olio ci annuncia che possiamo essere curati, custoditi, personati, abbracciati. Chi cura le tue ferite e le tue delusioni caro fratello prete? Oggi ci viene detto: puoi essere consolato anche tu. Cari fratelli e sorelle il popolo di Dio nel suo insieme può essere balsamo di guarigione e sostegno per i nostri preti.
L’olio del crisma annuncia a noi preti che la nostra è vita consacrata, donata al Signore e alla Chiesa, cioè è vita che si dona, chiamata a donarsi, a servire. Ma insieme ci annuncia che il dono dell’amore e di Gesù servo è per noi. E’ Lui, il Signore, che si alza da tavola per lavare i piedi agli Apostoli. Siamo lavati, nel segno di questo crisma, dall’amore di Dio per noi che svela la bellezza e la preziosità della nostra vita. Allora, caro fratello prete ti chiedo: ti vuoi bene? Custodisci la preziosità della tua vita, soprattutto non ripiegandosi su di sé, ma donando tutto di sé? Il dono del Signore per voi, per noi e di tanti nostri fratelli e sorelle ci accompagna e ci sostiene. Siamo amati, sì siamo amati e benedetti. E al popolo di Dio chiedo di essere loro il profumo che tiene vivi i nostri preti, come comunità che accoglie il dono di vita dei nostri presbiteri.
Siamo invitati oggi a portare questi oli nelle nostre parrocchie e ad accoglierli solennemente nella celebrazione in Coena Domini.
Nel segno di questa unzione sentiamoci confermati come Chiesa in uscita, Chiesa che annuncia e che sa parlare al mondo di oggi. E con questi oli sentiamoci confermati noi presbiteri nella nostra vocazione e nel dono della vita, con le promesse che tra poco potrete rinnovare.
L’olio non manca, è abbondante e ricca è per tutti noi la benedizione di Dio.
+ Andrea Migliavacca

LITURGIA DEL GIORNO