La festa della Trasfigurazione quest’anno, all’eremo di Camaldoli, si impreziosisce della celebrazione di una ordinazione presbiterale, dom Adaikalam oggi diventa presbitero.
A lui e ai suoi familiari, come a tutta la comunità monastica di Camaldoli e dell’eremo il mio augurio, la mia sentita partecipazione e preghiera, la mia gioia di essere qui e vivere questo evento di Grazia.
Qui all’eremo di Camaldoli siamo anche noi, come racconta la scena evangelica, saliti sul monte e riviviamo l’annuncio della Trasfigurazione che ci dice: puoi incontrare il Signore e la sua Gloria, puoi davvero vedere l’amore che è il cuore della sua vita e del dono della sua esistenza, fino alla croce, puoi sperimentare l’armonia e la comunione con Dio.
Il monte è eremo non per la presenza di una vita solitaria, ma perché coloro che stanno qui sono chiamati, invitati dal Signore a salire. Eremo non è primariamente stare soli, ma è stare con Lui e in Lui trovare quella pace che fa dire a Pietro: “Signore, è bello per noi essere qui”.
Abbiamo bisogno dei luoghi “eremo” come Camaldoli, abbiamo bisogno della vita monastica nella Chiesa, nel mondo di oggi e nella nostra vita per cercare e ritrovare l’eremo che è il nostro cuore, scorgere lì dove abita Dio, in noi.
Viene in mente la celebre affermazione di Sant’Agostino nelle Confessioni:
Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace (parte IV, 10, 27, 38).
La parola di Sant’Agostino bene interpreta anche quanto avviene nel cuore e nella vita di dom Adaikalam.
Il brano evangelico richiama la dinamica della vocazione, di ogni vocazione, ma ancora maggiormente di quella monastica e sacerdotale.
“In quel tempo Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni… e li condusse in disparte”. E’ il tempo della chiamata. Il nostro ordinando presbitero vive oggi l’attualità e non solo la memoria passata di questa chiamata. Oggi tu sei scelto e chiamato e portato in disparte. Essere scelti, la chiamata è dinamica originaria e anche permanente della vocazione.
“E fu trasfigurato davanti a loro”. E’ un atto di rivelazione di Gesù. Egli si mostra non solo nella sua sembianza e presenza umana, ma nella sua Gloria e nel rivelare il senso più profondo della croce, del dono della vita. E’ un altro momento della vocazione, cioè si tratta di vivere un vero incontro personale, reale con il Signore e scoprire che la sua Gloria, quello che vedi di straordinario è che sei amato, che Lui ama te di amore infinito e gratuito.
C’è una prima risposta di Pietro: “Signore è bello per noi essere qui. Se vuoi farò qui tre capanne”. La vocazione richiede sempre una risposta personale, o meglio, stimola a scoprire il desiderio del cuore, cosa cerchi davvero. E Pietro rivela il desiderio di stare con Lui, con il Signore. Ci sono desideri del cuore, anche di don Adaikalam che sfociano in una scelta, in una risposta che dice al Signore: Eccomi, si faccia la tua volontà.
La voce del Padre indica la strada del vivere la vocazione e il cuore della sequela: “Ascoltatelo”. Si tratta di tenere viva la dinamica dell’ascolto, che è della Parola di Dio, ma è in fondo della vita, l’ascolto della vita, tua e degli altri. E primariamente l’ascolto del Signore che la preghiera può custodire e far vivere. E forse la vita monastica del presbitero esprime e consente maggiormente nel ministero proprio questa dimensione dell’ascolto. Un richiamo che è poi per tutti i preti e i vescovi: ascolta.
Infine la parola di Gesù: “Alzatevi e non temete”… E annota il vangelo: “mentre scendevano dal monte”. E’ la dimensione che ricorda dove si vive il ministero presbiterale o per chi lo si vive, cioè per il popolo di Dio, per la vita della gente, in mezzo alla vita della gente, anche quando quella gente sono i tuoi fratelli del monastero. E la cosa sorprendente nelle parole di Gesù che dice “Non temete” è il fatto che non si tratta di un semplice augurio, ma è una parola che racconta che Lui cammina con noi, non ci lascia soli (Mentre scendevano…). Lo aveva detto Lui, il Risorto: “Ecco io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”. La vita del presbitero è un cammino per gli altri, custodito e accompagnato da Gesù.
Chiamata, incontro e rivelazione del Signore, desideri e scelte, una sequela nell’ascolto, e poi vivere il ministero con coraggio sono le tappe che si succedono e anche sempre contemporanee della vocazione al presbiterale, del dono che oggi tu ricevi.
Vorrei però ancora fermarmi un istante su un particolare di questa vicenda della Trasfigurazione.
Gli apostoli vedono Gesù trasfigurato: “Il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”.
L’esperienza di questi amici di Gesù è un vedere nuovo, un vedere oltre l’immediata visione, un vedere in profondità e profeticamente. E tutto diventa il vedere Dio, il progetto del suo amore. Essi vedono l’invisibile che è vedere con la sensibilità e la larghezza del cuore e dell’amore di Dio.
Di questo poi saranno testimoni scendendo dal monte.
Il prete è colui che per dono, per chiamata, è capace di vedere l’invisibile, riesce a vedere quell’invisibile che è l’amore che si dona, l’amore che genera vita, l’amore che costruisce comunione e fraternità, l’amore che guarisce, l’amore che sa perdonare, l’amore che fa anche miracoli.
E’ di questo che poi il prete potrà parlare, testimoniare, vivere celebrando e pregando. Egli porta lo sguardo dell’invisibile, il respiro di questo amore e accompagna gli altri a scoprirlo nella propria vita e a diventare capaci di vederlo.
Un prete monaco forse come segno dice ancora di più per tutti i presbiteri e poi per tutti noi proprio questa dimensione: si può vedere l’invisibile, si può vedere l’amore e rendere poi il ministero la narrazione di questa vedere, di questo incontro.
Il brevissimo testo della regola di San Romualdo può diventare una traccia per imparare a vedere l’invisibile, a vedere l’amore e farne così la ragione della propria vita e della propria missione.
Riprendo due di queste regole che forse sono al cuore di questa visione di fede.
Lo stare nella cella: il monaco deve rimanere nel proprio spazio come in un paradiso.
Occorre abbandonarsi completamente a Dio, svuotando l’orgoglio e la mente.
Sono le vie per custodire, caro don Adaikalam, il dono che oggi ricevi, come un tesoro in vasi di creta, un dono che è per te, per la Chiesa e per tutta la comunità camaldolese.
+ Andrea Migliavacca

LITURGIA DEL GIORNO