Un anno fa, sabato 28 dicembre a quest’ora, davamo inizio in questa Cattedrale all’anno giubilare.
E’ stato un anno ricco della Grazia di Dio, con tanti eventi giubilari, diocesani e a Roma, come l’esperienza particolare del giubileo degli adolescenti in aprile e poi quello dei giovani in agosto, fino al pellegrinaggio diocesano e regionale dell’11 ottobre e l’incontro con Papa Leone.
Ricordiamo gesti e parole di papa Francesco che ha indetto il giubileo con la Bolla Spes non confudit e poi ha aperto le porte sante a Roma. Un anno singolare anche per la morte del papa argentino e l’arrivo del nuovo papa americano, Leone XIV. Un anno santo che ha visto la presenza delle chiese giubilari in diocesi, con alcune che hanno voluto essere un particolare segno, come la chiesa di Rondine, cittadella della pace e quella in ospedale, con una attenzione di presenza anche nel nostro carcere.
Ognuno di noi potrebbe raccontare qualcosa di questo giubileo e soprattutto fare memoria grata del dono della misericordia di Dio che come ci ricorda l’annuncio dell’anno giubilare, cerca ogni strada possibile per venirci incontro, darci il suo perdono e farci scoprire quanto siamo amati da lui.
La liturgia, con la Parola di Dio proclamata, ci fa celebrare oggi la festa della santa famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. Quasi a dire che la sintesi dell’anno giubilare, quello che forse può rimanere per tutti noi, è l’esperienza di famiglia.
Proprio guardando alla famiglia di Nazareth, e poi alla realtà delle famiglie tutte, scopriamo alcune coordinate che possono interpretare anche l’esperienza del giubileo e quello che rimane anche dopo la sua chiusura.
Una prima dimensione è quella della appartenenza.
Se è famiglia, chi ne fa parte, vi appartiene. Appartenenza vuol dire storia comune e condivisa e da cui si dipende, vuol dire vivere l’esperienza dell’appartenere a qualcuno, cioè del sentirsi amati, protetti, voluti, custoditi; inoltre l’esperienza di appartenenza è qualcosa di non scelto, ma è un dono da accogliere, così com’è.
Il Giubileo ci ha regalato, come per la famiglia, l’esperienza di appartenere alla Chiesa.
Una bella immagine di cosa significhi appartenere ce l’ha offerta oggi il vangelo e soprattutto la cura e la dedizione di Giuseppe. Egli è un uomo in ascolto della parola di Dio (ecco l’angelo che lo guida), è obbediente a quella Parola, si fida e in questo diventa il custode del bambino Gesù. In questo custodire c’è l’appartenenza di Gesù a questa sua famiglia e tramite essa a tutti noi. La via dell’appartenere ci fa sperimentare e ci chiede di custodire, custodire la vita.
Abbiamo scoperto che facciamo parte della Chiesa, ci è stato ricordato e che questa esperienza non è un impegno da assumere e mantenere, ma è un dono da accogliere. Ci siamo scoperti di appartenere ad una comunità e in questa Chiesa di essere cercati, voluti, amati, benedetti.
Questo rimane anche dopo la chiusura del Giubileo: appartieni alla Chiesa, sei parte del suo volto, ed è una appartenenza vitale perché ti regala vita.
Una seconda dimensione è quella dei legami.
La famiglia racchiude tanti legami: quella tra i due sposi e quella con i reciproci genitori/suoceri; poi quella dei figli con i propri genitori, per allargarsi ad ogni altro legame di parentela. Ma la famiglia si apre ad un mondo di relazioni che comprende quelle lavorative, quelle dovute, quelle di amicizia…
E il Giubileo è stato esperienza di legami che si sono intrecciati, si sono ritrovati, sono stati riparati, sono scaturiti in belle amicizie. Fino a quella particolare esperienza di famiglia che potremmo chiamare fraternità.
Bene ce ne parla Paolo nella lettera ai Colossesi che abbiamo ascoltato. Parla di sentimenti di bene e di concordia: tenerezza, bontà, umiltà, mansuetudine, sopportandoci a vicenda e perdonandoci scambievolmente. E aggiunge: “sopra tutte queste cose rivestitevi della carità”.
Così il Giubileo può essere stato per tutti noi occasione per far crescere legami belli tra di noi, carichi di stima e di affetto, di pazienza e di stimolo… e ci siamo ritrovati comunità, famiglia.
Siamo vivi perché siamo in relazione.
E anche questo rimane dopo la chiusura del Giubileo: una trama di belle relazioni scoperte, ritrovate, sanate che ci fanno parte di una vera fraternità. Ecco cosa rimane: una fraternità possibile.
Una terza dimensione è la fecondità della famiglia.
Nella famiglia nascono i figli, ma si vive una fecondità che va oltre l’esperienza della maternità e paternità. C’è una fecondità che si apre a varie forme di carità.
Anche il Giubileo, come la famiglia, è fecondo. E’ l’amore di Dio la fonte di questa fecondità, un amore che si apre addirittura al perdono, alla misericordia senza limiti. Ma ogni volta che si perdona e si ama si fa vivere, si regala la vita.
Il perdono ricevuto: mi auguro che abbiate potuto vivere tante volte il sacramento della riconciliazione; e vi ha regalato vita; e così ogni incontro autentico e anche l’esperienza del pellegrinaggio, sono state occasione per moltiplicare la vita.
In questo orizzonte di fecondità vorrei annunciare alcune opere che vogliono essere frutto di questo anno giubilare: le mense rinnovate; la comunità energetica; il dopo carcere.
E accanto a queste si collocano i cammini diocesani che abbiamo intrapreso nella luce del “Costruire comunità”, come il rinnovo della presenza della chiesa nel territorio, tra parrocchie e unità pastorali e la recezione del cammino sinodale, soprattutto come stile del nostro essere Chiesa.
Una quarta dimensione è relativa al comando di Dio che ci ricorda di onorare il padre e la madre, come anche ci richiamava la prima lettura tratta dal libro del Siracide.
E’ un comandamento positivo che ci ricorda che la vita che abbiamo è un dono, l’abbiamo avuta gratis, non l’abbiamo cercata noi e neanche l’abbiamo mai meritata. E la famiglia è custode di questa vita che è dono. Ed essa ci aiuta a scoprire la vera fonte di questo dono che è il Dio della vita.
Il Giubileo dunque è stata una grande avventura per aiutarci a scoprire la presenza di Dio nella nostra vita come il Dio della vita. E’ forse il cuore del Giubileo: riportarci a Dio, o meglio farci scoprire la presenza di Dio nella nostra vita che è sempre fonte di amore, di pace, di riconciliazione, di bene. E la strada maestra è stata ed è quella della preghiera, dall’ascolto delle Parola di Dio alla celebrazione dell’evento pasquale che è la Messa, l’Eucaristia.
Ancora Paolo nella lettera ai Colossesi così ci istruisce: “La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza” e invita a istruirci a vicenda con “salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori”. La via della preghiera e della lode.
Anche su questa strada occorre ripartire e proseguire il cammino: dobbiamo essere cercatori di Dio, custodi della sua presenza, oranti di fronte a Lui per vivere la lode nella vita.
Papa Francesco ci invitava, all’inizio del giubileo, a diventare pellegrini di speranza.
Il cammino continua, anche se si chiude il giubileo e ciò che rimane è che siamo ancora chiamati a camminare come pellegrini di speranza.
Si tratta di andare nei luoghi e negli spazi della vita e del mondo dove la situazione non parla di pace, di serenità, di accoglienza, di perdono, di speranza e diventare noi portatori di una parola, di un gesto, di una presenza che possa riaprire le porte della luce e della speranza.
Su questa strada abbiamo camminato in questo anno giubilare, questa rimane ancora la direzione di marcia, con la speranza che illumina noi e la nostra vita e che ci è donata gratuitamente e con la responsabilità di farla risuonare nella vita di tutti i giorni.
E’ ancora san Giuseppe ad indicarci lo stile del cammino. Egli ascolta l’angelo e poi annota il vangelo che “si alzò, prese con sé il bambino e si mise in viaggio”. Così camminiamo anche noi: in ascolto di una parola che ci chiama, sapendo che con noi c’è il Signore Gesù e con una rinnovata capacità di camminare, cioè di vivere.
+ Andrea Migliavacca

LITURGIA DEL GIORNO