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Madonna del Conforto 2020

Giovedì 6 febbraio avrà inizio la Novena della Festa della Madonna del Conforto, che coinvolgerà tutta la Diocesi in un momento particolarmente caro a tutti.

Qui di seguito il manifesto con tutti gli appuntamenti.


Gianfranco Brunelli, Laudato si’. I nodi fondamentali.

Sabato 18 gennaio 2020, il Professore Gianfranco Brunelli, direttore della rivista Il Regno, terrà un convegno presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Arezzo, Piazza del Murello, 2.

L’incontro con il Professor Brunelli prosegue il Percorso di formazione all’impegno sociale e alla cittadinanza attiva, avviato lo scorso 14 settembre dal Prof. Giovannini, portavoce dell’Associazione Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, nell’ambito della Scuola Diocesana di Formazione Teologico-Pastorale.

Il ciclo di conferenze organizzato dal Centro Pastorale per il Lavoro e da quello per la Cultura e la Scuola della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, in collaborazione con la rappresentanza provinciale di ACLI e MCL, per favorire la responsabilità dei laici come risposta all’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco e alle attese del recente Sinodo diocesano, ha il fine di promuovere un rinnovato impegno sociale e una sensibilizzazione maggiore verso i mutamenti sociali ed ecologici.

presso il Seminario Diocesano

La grande bellezza della fede. Narrare il kerygma nel tempo del cambiamento.

Il pomeriggio di venerdì 17 si aprire alle 16 con la celebrazione del vespro presieduta dall’Arcivescovo, che rivolgerà anche un saluto ai convegnisti; segue l’introduzione ai lavori del convegno, da parte di mons. Simone Giusti, vescovo di Livorno, delegato Cet per l’evangelizzazione e la catechesi. Segue la riflessione teologica fondativa, sul tema Kerygma e rilevanza della fede tra teologia ed estetica narrativa, affidata al fiorentino don Francesco Vermigli, mentre il catecheta don Luciano Meddi proporrà alcune scelte pastorali di fondo nel contributo dal titolo Tempo spazio mistero. Ripensare il percorso educativo alla luce della velocità del cambiamento.

Il sabato mattina vede i rappresentanti delle diocesi toscane confrontarsi con alcune esperienze di annuncio incentrate sulla persona (Pisa, i primi anni dell’Iniziazione cristiana; Livorno, la professione di fede; Firenze, la Parola di Dio al centro; Arezzo, l’annuncio con le persone disabili).

Il convegno intende avviare una riflessione che dovrebbe condurre a ripensare tempi, spazi, categorie e modalità dell’annuncio e dovrebbe proseguire nelle diocesi toscane, che sono invitate a presentare alcune proposte di ripensamento dell’annuncio nella prospettiva di quanto maturato nella due-giorni aretina. (Articolo TSD)


Omelia dell’Arcivescovo Fontana presso la Chiesa Cattedrale di Spoleto

San Ponziano

13 gennaio 2020

Lunedì 13 gennaio alle ore 21.00, nella Basilica Cattedrale di Spoleto si è tenuta una veglia di preghiera presieduta da mons. Riccardo Fontana a suggellare l’arrivo della reliquia di San Ponziano in Duomo. Il nostro Vescovo dal 1996 al 2009 è stato Arcivescovo di Spoleto-Norcia, Chiesa nella quale fece solenne ingresso proprio nella festa di S. Ponziano di ventiquattro anni fa.

Ecco di seguito l’omelia.

Giovane Ponziano, felice cavaliere del Cielo, ancora una volta Spoleto si rivolge al Signore, nel ricordo del tuo martirio.
Cari spoletini, mi piace condividere con voi poche considerazioni sul nostro martire, sulla città, sulla stagione di Chiesa che stiamo vivendo.

1. La provocazione del martire Ponziano
«Ponziano è il nome che i genitori mi hanno imposto, ma, più di ogni altra cosa al mondo, desidero essere chiamato cristiano» . Al giudice Fabiano, il nostro giovane martire dice una verità assai grande: che la fede rivela la libertà. Credo che al tempo presente la Chiesa spoletana, soprattutto in Umbria, possa condividere con molte Chiese sorelle questo prezioso tesoro che è il nesso tra fede giovane e libertà.
La festa di questi giorni, con le sue stesse forme esteriori, trova la sua ragion d’essere nella bellezza della scelta di ogni generazione nuova per la fede, percepita come espressione libera e matura. Credo che valga la pena provare a riflettere su questo tema che appartiene alla nostra tradizione, ma che ha anche una forte valenza umanizzante.
La fede è una risposta a Dio che ci interpella, che per primo inizia il dialogo con ogni figlio e figlia che si apre alla vita consapevole. È una scoperta del valore che tu hai non solo per i tuoi amici, ma per Dio stesso, che è il più alto punto di riferimento, che trascende il tempo, che è amore e principio di ogni storia di amore.
È un atto di responsabilità, che manifesta la dignità di ogni persona consapevole di sé. Un gesto in qualche modo creativo, che pur sa avvalersi di quell’interior instinctus che Tommaso d’Aquino riconosce come intrinseca qualità attribuita ad ogni essere umano, una nota che fa scoprire al soggetto pensante l’alta qualità che gli è conferita con libero atto del Creatore. La fede è un atto di volontà e come tale una scelta libera e gioiosa, perché rallegra l’anima già nel tempo presente come azione di giustizia compiuta.
La fede manifesta la fortezza di chi sa assumersi la responsabilità delle sue scelte, non solo nell’ordine temporale, ma anche in vista del fine ultimo della propria esistenza. È un atto di coraggio, voluto e deciso, che solo una persona libera può compiere.
La fede è di resistenza al male, discernimento, scelta tra la sofferenza che provoca il contrasto con chi esercita il potere, perché un giovane si conformi all’opinione corrente, e il bene oggettivo di chi sa guardare oltre il contingente. Ecco l’argomento di San Ponziano: «Con i tuoi discorsi, che vogliono corrompere, non mi sedurrai: neppure il tuo Imperatore, se fosse qui, mi potrebbe distogliere dalla venerazione del mio Signore Gesù Cristo» .
La fede è oggi, più di un tempo quando vigeva la christianitas, alternativa al pensiero liquido , ben descritto da Zygmunt Baumann, alla potenza omologante del sistema mediatico, che tende a spegnere ogni originalità che caratterizzi la persona.
L’antico martire spoletino, contesta all’imperatore Antonino Pio d’essere empio, perché, pur in nome di presunta religione, non riconosce il sacrario della coscienza e la bellezza di dedicarsi a Dio. È il tema sempre attuale del rapporto tra fede e religione, tra adesione a Dio a livello esistenziale e la manifestazione esteriore, talvolta confinata nella consuetudine e nell’abitudine ripetuta nel tempo.

2. La nostra città: dal Municipium romano alla libera Civitas medievale
La comunità spoletana, già nota e forte nell’antichità, ebbe un importante sussulto nella testimonianza martiriale dei suoi grandi, fino al punto di trovare in essi un significativo momento identitario. Con loro prese forza la Chiesa spoletana.
Il giovane Ponziano, nel concetto di santità via via segnata nel tempo dal Vescovo Brizio, da prete Gregorio e poi dal Vescovo Sabino e tanti altri che fecero loro seguito, divenne un punto di riferimento di una comunità intera, che fece della fede cattolica un’identità condivisa, come all’arrivo degli ariani, di abate Eleuterio e poi di San Giovanni Arcivescovo.
Celebrando San Ponziano, si pone ancora oggi la questione identitaria. Vi è un servizio che la Chiesa pone a se stessa e, al tempo stesso, alla comunità civile. All’interno viene da chiedersi se siamo stati capaci nei tempi recenti di esprimere la fides spoletana, con il fiorire delle opere della carità, con la formazione del nostro popolo e con quella capacità di far diventare la fede motivazione interiore della nostra gente, che, in questa Basilica Cattedrale, trova il suo punto di unità.
Mi piace ricordare un’antica storia di cui, in qualche modo, fui testimone. In cima alla cuspide del nostro campanile, la sfera che tuttora esiste fu placcata d’oro, perché, nelle giornate di fitta nebbia, al viandante della valle spoletana, cantata anche da San Francesco, facesse da polo di riferimento al pur raro raggio di sole. Evidentemente, fu una scelta simbolica, quella cioè di offrire, a chi si fosse sperso nelle brume del tempo, la dimensione alta della Chiesa come punto di riferimento. San Ponziano tuttora è invocato a difesa dal terremoto e non già solamente dagli sconvolgimenti materiali.
Anche la società civile, nel giovane martire, molte volte nella storia ha trovato motivo di unità e invito alla responsabilità. Sono temi che proseguono ad avere una grande importanza per ogni comunità civile, che voglia essere libera e forte. La diversità di opinioni è una ricchezza, le divisioni e i contrasti sono malefiche. Solo il dialogo diventa costruttivo e capace di favorire sintesi sempre nuove nel tempo che muta. L’unità fa forte Spoleto, la responsabilità dei suoi cittadini la può fare grande.

3. La Chiesa del nostro tempo
Come Papa Francesco è tornato a ripetere “tutti siamo chiamati ad essere santi, vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno” .
Il Santo martire Ponziano fu di riferimento nella vita di questa città attraverso i secoli. È la santità che fa sempre da punto di riferimento, anche nei disorientamenti che, attraverso il sistema mediatico, globalizzano l’attenzione della gente in ogni parte del globo.
Il Papa, in nome di Cristo, ci chiama alla missione. Ciascuno faccia la propria parte, vivendo la fede intensamente, perché l’esempio di tanti possa tornare ad essere d’aiuto a chi si è smarrito. Un tempo, le missioni erano in terre lontane. Oggi rivolte alle persone della porta accanto.
La Chiesa spoletana, erede di una ricca tradizione di santità, celebrando il suo santo patrono, è chiamata a rinnovare, nell’impegno di ciascuno, il servizio al mondo attraverso una evangelizzazione dei fatti. Come i martiri antichi dettero testimonianza con la vita, anche a noi, pur in modo incruento, è chiesto di fare altrettanto. Il Santo cavaliere ci guidi ancora per i sentieri del Cielo a ritrovare la gioia di essere cristiani.

Il programma di San Ponziano 2020

25 dicembre 2019

Giorno di Natale

Omelia dell'Arcivescovo nella Chiesa Cattedrale

Figli e figlie,

il Signore ci dia pace

in questa notte santa!

 

  1. San Francesco va a Greccio

         Il valore parenetico (edificante) dell’esperienza di San Francesco è universale. In questi giorni il Papa stesso ci ha raccomandato di decifrare il contenuto del presepe, che a noi è giunto attraverso il linguaggio volutamente semplice di San Francesco: “Mentre contempliamo la scena del Natale, siamo invitati a metterci spiritualmente in cammino, attratti dall’umiltà di Colui che si è fatto uomo per incontrare ogni uomo[1].

         Nella narrazione della Vita Prima il Celano dice tre verbi fondamentali per cogliere il senso del Natale di Gesù: muoversi, accogliere e farsi carico degli altri[2]. Come noto nel 1223 Francesco se ne partì da Assisi, diretto a Greccio, facendosi precedere da Giovanni, signore di quel piccolo villaggio. A lui, meravigliato dell’invito a tornare a casa, il Poverello raccomandò di accogliere quanti arrivassero: tornare ad essere accoglienti è il senso del cammino verso il praesepe, la mangiatoia dove, a Betlemme, fu deposto, appena nato, il piccolo Gesù.

Come i pastori di Beit Sahur nella notte della Natività, occorre recuperare la delicatezza interiore che ci fa capaci d’ascolto degli altri, anche della voce degli Angeli. Muoversi dal consueto è dare per possibile il cambiamento di stile di vita, che i giovani in vario modo ci chiedono a migliaia in questi giorni, sia nella difesa del Creato che nella politica. È recuperare la forza umanizzante del rischio dell’ignoto, verso un progetto di vita migliore. Camminare con una meta è la via per recuperare un pensiero articolato. Andare al presepio è una scelta simbolica. È mettersi in moto alla ricerca del Signore: non per noi stessi soltanto, ma per la comunità in cui si vive. L’esperienza di San Francesco di camminare insieme attraverso l’Umbria, raccogliendo chi volesse unirsi a Lui in cerca del Signore, portò quella gente antica a lasciar da parte i campanilismi, le diverse visioni del mondo per recuperare l’accoglienza vicendevole.

La società frantumata del nostro tempo ha bisogno di recuperare la vicendevole vicinanza. Occorre uscire dalla contrapposizione, dal senso d’odio che avvelena i rapporti. Si cerca Gesù per imparare ancora a farci carico degli altri con rispetto, ad accogliere le persone, a favorire il dialogo e la fraternità. Se accetti di andare a questo presepio ideale metti nel tuo tascapane le capacità che hai e offrile con spirito di servizio per il bene comune.

Farsi carico della città vuol dire tornare a programmare e valorizzare le persone, che è l’opposto dell’interesse di parte. Stiamo sciupando Arezzo per correre dietro all’effimero, al denaro, al materialismo. Il Natale è di Gesù. Non perdiamoci di coraggio. La fides arretina è ancora forte. Il recupero è possibile con l’aiuto di Dio e l’impegno di tutti.

Le apparenze talvolta ingannano, come quella volta in cui San Francesco venne al Pionta e vide la città piena di conflitti, infestata dai demoni. Scacciati gli spiriti maligni ad opera del povero Frate Silvestro a porta San Lorentino, egli stesso riuscì a vedere la gioia degli aretini, “che rispettarono i vicendevoli diritti civili con grande tranquillità[3]. Non ci lasciamo spaventare: si può cambiare registro.

         La Chiesa di San Donato non può sottrarsi al compito di pregare e operare perché quel “famoso calice rotto[4] del Santo Patrono, che è la nostra società, trovi uno stile nuovo dove tutti collaborino. È il nuovo umanesimo che il Papa ci ha raccomandato a Firenze[5] e che abbiamo risentito da grandi pensatori cristiani del nostro tempo. Abbiamo avuto profondi cambiamenti negli anni. Abbiamo fatto un Sinodo per riscoprire la nostra identità comune, chiamando tutti a coinvolgersi. In Arezzo c’è più fede in Dio di quello che appare o che si racconta.

         Il Natale del Signore è una proposta di rinascita per ciascuno di noi perché le istituzioni facciano rivivere la loro dimensione di servizio e la profezia del rinnovamento trovi spazio adeguato. Riproviamoci insieme. Andare al presepe di Betlemme per incontrare il Signore vuol dire accettare il nuovo e misurarsi razionalmente con la realtà senza le paure che ci frenano. Dobbiamo misurarci con gli errori, le povertà, i limiti e il male, senza paura. Se ci rimettiamo in cammino insieme, la priorità del lavoro per tutti, l’impegno all’integrazione dei nuovi arrivati e alla riscoperta dello spirito di collaborazione ci faranno vincenti sui malevoli, pronti sempre a dividere, come all’epoca di San Francesco.

La nostra preghiera quest’oggi è che si promuova un processo di responsabilizzazione. Ognuno faccia la sua parte. A noi tutti tocca interrogarci interiormente, per capire se abbiamo veramente voglia di incontrare il Signore e di ritornare con gioia alle occupazioni quotidiane. È possibile decidere ancora, nel silenzio dell’anima, se siamo disposti a condividere il rischio di Dio che si è fatto bambino: la via dell’umiltà. Ritorniamo alla semplicità, ad accettarci vicendevolmente per costruire il futuro, facendo nostra l’esperienza dei pastori di Betlemme che si mossero nella notte, alla voce degli Angeli e alla luce della stella. Occorre alzare gli occhi e guardare lontano. Dio non ci abbandona.

 [1] Papa Francesco, L.A. Admirabile signum n°1

[2] Fra Tommaso da Celano, Vita Prima di San Francesco D’Assisi, cap.XXX, in FF [466] e ss.

[3] Idem, Vita seconda, cap.LXXIV in FF [695]

[4] San Gregorio Magno, Dialoghi I, 7,3.

[5] Cfr. Papa Francesco, dal discorso a Santa Maria del Fiore, 10 novembre 2015

 

(Servizio TSD)

24 dicembre 2019

Veglia di Natale

Omelia dell'Arcivescovo nella Chiesa Cattedrale

Figli e figlie,

il Signore ci dia pace

in questa notte santa!

Tanti siamo venuti in Chiesa pieni di ammirazione e con voglia di fare festa. Ricordare la nascita del Salvatore è come ripeterci l’un l’altro che siamo salvati, che Dio ha misericordia di noi, siamo la sua famiglia. Dio non guarda alle nostre fragilità, ma al nostro desiderio di far bene. Piccolo o grande che sia, questo sentimento è un seme da cui nasce l’albero della nostra vita cristiana.

Natale è un giorno di raccoglimento e di preghiera, ma anche di riconoscenza e di gioia semplice. Siamo incantati dalla bontà di Dio che ci conosce uno per uno e ci ricorda stanotte, che, pur di entrare in dialogo con noi, Gesù Cristo, Verbo di Dio, si è fatto talmente umile, piccolo come un bambino appena nato, che non riesce ancora a parlare.

Il ricordo degli avvenimenti di Betlemme ci induce a riaprire il dialogo con Dio stesso, che è paziente al punto di aspettare che ciascuno di noi, a suo modo, risponda. Dio conosce la nostra condizione, non giudica, ma accoglie. Di fronte a un gesto, a una parola di amore, è umano rispondere.

Dio è entrato nella storia dell’uomo nel modo più semplice. “In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra” (Lc 2,1). Giuseppe, originario di Betlemme, ritorna nel suo paese, ma nessuno lo accoglie, neppure i parenti. Maria, che pur sapeva di essere incinta per opera dello Spirito Santo, non si scompone. Partorisce in una stalla e adagia il suo bambino nella mangiatoia del bue e dell’asinello, il præsepe. Non ha fasce per coprirlo, ma arrivano le povere donne dei pastori: povere di risorse, ma ricche di umanità e fasciano Gesù bambino. Arrivano poi anche i Santi Magi, ma Gesù, Giuseppe e Maria devono farsi rifugiati in Egitto per sopravvivere. Miseria o povertà, sembrano le storie di tanti dei nostri che, caduto un regime, possono finalmente ritornare a casa. Umile il lavoro, saltuario, ma invidiabile storia d’amore tra gli adulti e il bambino che cresce.

Tutto questo vogliamo ricordare nella Notte di Natale, per ritrovare il coraggio: Dio è in mezzo a noi e ci vuole bene.     Per la via della kenosis (Fil 2, 7), cioè dello spogliarsi, dello svuotarsi della condizione divina, dalla culla alla Croce, ci ha riaperto le porte della Gerusalemme del Cielo da cui Adamo ed Eva erano stati cacciati. Fai festa, amico mio, perché il Signore, che ci vuole bene, ti è vicino. Fai festa nel pensiero profondo, nella preghiera semplice, nel cuore aperto.

La lezione del presepe è esemplare. I pastori alla Grotta di Betlemme, portando i loro poveri doni a Gesù appena nato. In questi giorni passati, ti sei dato da fare per trovare regali belli per le persone che ti sono care. Un dono che certamente sarebbe gradito a Dio, come gratitudine per la salvezza recuperata, è la voglia di ripartire con le tue storie belle nei rapporti con la tua famiglia, con la tua comunità e anche con la società aretina che ti è intorno. Per Dio, che ha cercato il dialogo con l’uomo, non c’è dono più opportuno che il recupero delle relazioni tra di noi.

Non ti far distrarre dal chiasso esteriore, dalla invenzione economica. È il Natale di Gesù, ma c’è il rischio che ci siamo dimenticati di Lui; forse, possiamo ancora recuperare. È il Natale di Gesù, possiamo rinnovare non solo gli abiti esteriori, ma soprattutto il nostro modo di essere. Dio ha fiducia in noi, ci chiede di fare altrettanto.

         Siamo ancora capaci di fare di Arezzo la città del presepe, non nelle statuine inermi, col muschio finto e i fiumi e le stelle immaginari, ma nel rimettere in moto questa città, nel ritrovare, ognuno per la propria strada, la convergenza verso la persona di Gesù, che è il progetto realizzato di Dio, perché ricerchiamo programmi umanizzanti. So bene che i grandi di Gerusalemme e meno ancora l’imperatore di Roma si resero conto che Dio si era coinvolto nella piccola città del pane, che è il nome ebraico di Betlemme.

Dobbiamo fare in modo, amici miei, di ridare il pane a tutti, cominciando da educare, che è un verbo fondamentale per cambiare il non-senso e mettere in discussione la continua ricerca dell’evasione, che è il male dell’Occidente. Occorre puntare sul lavoro, che è la via onesta per realizzare se stessi e cambiare il mondo.

Gli antichi ideologi protestanti avevano coniato la parola “professione” per dire che, con le tue conoscenze e il tuo impegno, professi la fede che hai. È necessario passare dai gesti esteriori della Religione a recuperare convergenze nuove e spirito di carità, di cui tutti abbiamo bisogno.

Davanti al miracolo di Dio che condivide la natura umana, quanti si fanno pellegrini al presepe di Betlemme sono chiamati a essere uomini di pace, misericordiosi e giusti.

Dall’incontro in questa Notte Santa scaturisce un rifiuto dell’odio, la voglia di contestare le discriminazioni e l’approfittare delle debolezze altrui a proprio vantaggio. La civiltà cristiana torna stasera a misurarsi con la grandezza di Dio per recuperare la dignità dell’uomo nuovo che, per il coraggio di Maria, è diventato nostro fratello.

(Servizio TSD)

IV Domenica di Avvento

22 dicembre 2019

Omelia dell’Arcivescovo nella Casa Circondariale di Arezzo

Carissimi,

il Signore ci dia pace

in questo giorno santo!

 

  1. Preparare il Natale del Signore

Venti secoli fa, a Betlemme i poveri pastori, ultimi nella scala sociale di Israele Antico, ricevettero il segno che Dio non abbandona l’uomo alla sua sorte. Avvertiti dagli angeli, si misero in moto nella notte, da Beit Sahour fino a Betlemme e, in una povera misera grotta, trovarono il figlio di Dio, deposto in una mangiatoia con accanto la sua giovanissima madre e San Giuseppe.

Forse erano già consapevoli delle promesse di Dio e, da figli di Abramo, sapevano che la Benedizione dal popolo d’Israele si sarebbe allargata fino agli estremi confini della Terra. I segni portentosi di quella notta ravvivarono la loro fede e si resero conto di essere i primi straordinari testimoni di un evento che porta salvezza.

Anche noi ci troviamo in una condizione analoga. Forse, rispetto a quegli uomini e antichi ci manca una condizione di vita, fatta di poche cose essenziali. Forse, abbiamo perduto la capacità di ascoltare la voce degli angeli e la voglia di avventurarci nella notte del tempo presente alla ricerca del segno di Dio.

Alla quarta tappa del cammino d’Avvento, la Chiesa ci chiede di rammentare che i fatti di Betlemme furono l’avvio della salvezza, dell’umanità nuova, del dono di Dio, che ogni giorno è disponibile per tutti.

 

  1. Dio rispetta la nostra libertà

         Il Dio che creò il mondo con potenza, lo salva con pazienza. Onnipotente e Creatore, sceglie la via dell’umiltà per offrire a tutti noi la via d’uscita dalla cronaca quotidiana, infarcita di violenze, bassezze, delusioni. Dio è tanto forte che, per farci riscoprire la fraternità tra di noi, l’uguaglianza di tutte le persone umane, la libertà, non disdegna di farsi bambino infante, cioè incapace di parlare, pur essendo egli stesso la Parola di Dio, che comunque comunica.

Alla protervia di tutti noi, alla superbia contrappone l’umiltà e perfino la povertà volontariamente scelta.

Ci prepariamo al Natale, contemplando le gesta esemplari di Maria di Nazareth che, con la Bibbia in mano, riesce a percepire la presenza dell’angelo portatore della Bella Notizia: l’Emanuele. “Rallegrati Maria, perché hai trovato Grazia presso Dio” (Lc 1, 28-30). A lei chiede di professare la fede d’Israele, accettando il rischio. Anche per noi la Festa di Natale è una professione di fede, anche a noi Dio chiede il rischio di fidarci di Lui. Il commento di Maria è “Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente” (Lc 1, 49). Il ricordo della nascita di Gesù può essere una proposta di rinascita per ciascuno di noi. Se ti fidi di Dio, non avere paura. Siamo chiamati a uscire dalla desolazione del male prevalente, delle storie diffuse dal sistema mediatico, che tolgono la voglia di futuro, che il Papa torna a chiederci. Saremo capaci di costruire il futuro se accetteremo la Grazia di considerare il male del mondo come la foresta incantata delle favole, che ha, inevitabilmente, un esito felice come dice l’Angelo dell’Annunciazione: “Nulla è impossibile a Dio” (Lc 1, 37), purché, di fronte al Natale del Signore, siamo pronti a dire ancora la nostra disponibilità a collaborare con la Divina Sapienza che regge il mondo. Sì, io ci sto! Così Maria, Ancilla Domini (cfr. Lc 1, 38), così Giuseppe, uomo giusto, come l’emblematica successione di Santi che la tradizione popolare ha voluto che ci accompagnasse, come Virgilio antico entro l’inferno, perché ne superassimo la tentazione nel Purgatorio della fatica quotidiana per rinsaldare le nostre “ginocchia fiacche” (Is 5, 3); andiamo incontro al Signore della Gloria, che ci attende nel giorno della responsabilità, alla fine del tempo, per chiederci di scegliere liberamente se vogliamo essere membri della sua famiglia (cfr. 1 Cor 12,27) o se preferiamo la violenza dell’assurdo.

 

  1. Un’esperienza simbolica

Præsepe è parola latina per dire “mangiatoia”. Correva l’anno 1223, quando San Francesco, ormai prossimo a lasciare questo mondo, volle fare un’esperienza per provare la fatica della fede nel percorso della vita.

Francesco dice al suo amico Giovanni, signore di Greccio, di tornare a casa. A fare che? Ad essere accogliente, poi, con l’autorevolezza di una vita povera ed evangelica, si avvia per le strade dell’Umbria, invitando quanti lo volessero – anche te, per esempio – a camminare insieme per incontrare il Signore, il bambino di Betlemme.          Quella gente antica e povera si fida di Francesco e si accoda con lui per quindici giorni di cammino a piedi, per monti e per valli, tra rigide foreste e ruscelli gelati, per giungere infine nella valle di Greccio. Una modesta folla è responsabilizzata da Francesco, come ci dice il Celano (cfr. Celano, Vita Prima, Parte Prima, cap. XXX): ognuno faccia la parte propria. Ai frati chiese di far la parte degli angeli, lui stesso fece il ministero di diacono e cantò il Vangelo della nascita del Signore e quanti lo avevano seguito, ebbero la convinzione di avere visto il Signore. Fu un’esperienza di popolo, fu un’esperienza di Chiesa. È un racconto simbolico dove la povertà di Betlemme si sposa incantata con la bellezza del Creato. C’è posto per tutti: uomini e donne, ricchi e poveri.

È il Natale di Gesù e ti è chiesto di ripercorrere il cammino simbolico del presepe, di ritrovare lo spazio interiore, perché ciascuno di noi faccia la sua parte, in vista di un mondo migliore, riconoscendo, come Maria, il rischio del controcorrente.

 

Ingresso dei nuovi parroci a Foiano e a Rigutino

Don Simeon Ezennia Eneh fa il suo ingresso in qualità di parroco nella parrocchia dei Santi Martino e Michele Arcangelo a Foiano della Chiana, dove già da tempo svolge il suo servizio in qualità di vicario parrocchiale, domenica 15 dicembre alle 11.30.
Nello stesso giorno don Luigi Buracchi fa il suo ingresso nella parrocchia dei santi Quirico e Giulitta a Rigutino alle 17 (servizio TSD).

Domenica Gaudete, III di Avvento – Anno A

Omelia dell’Arcivescovo in Foiano e in Rigutino all’avvio del ministero del nuovo parroco +++ Domenica 15 dicembre 2019

  1. Rallegratevi sempre nel Signore

Dio non ci ha abbandonato. Viene incontro anche a questa generazione. Ci è chiesto di recuperare il senso della gioia, la pace di chi, per il rapporto che ha con il Signore, riesce a essere in armonia con se stesso, con le persone che incontra, con il suo lavoro e con la Terra.

Dalla qualità della relazione con il Signore, proviene la proposta di una vita santa. Ci è data occasione di liberarci dalle ansie interiori e ritrovare il senso del soprannaturale. Non ci accorgiamo di avere in casa, nei piccoli che ci sono donati una presenza santa, capace di far recuperare alla nostra vita lo splendore dei momenti migliori. È una qualità che noi cristiani vogliamo nella vita pubblica, che sia finalmente liberata dall’odio, dallo scontro continuo, dalla competizione.

La comunità cristiana presente sul territorio ha una missione da svolgere nei confronti della gente che ha intorno. Il primo modo per far passare il Vangelo è la testimonianza che ci è chiesto di dare con la qualità del nostro comportamento.

Molti sono travolti dalla logica del fare e non riescono a rispettare la natura che gli è intorno, che è la Creazione di Dio, dono primordiale dato a tutti. I veleni per diserbare, le acque non reggimentate con la sapienza degli antichi, la ricerca del proprio interesse ad ogni costo, avvelenano l’ambiente in cui viviamo. Occorre recuperare un’ecologia dello spirito. L’Apostolo Giacomo ci chiede di “guardare l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge” (Gc 5, 7).

Dall’esperienza di Dio, come da una fontana vivace, sgorga la costanza che rinfranca i cuori, giacché il Signore è veramente vicino.

  1. La comunità cristiana e il suo pastore

Il progetto di Gesù, che ha voluto come sua sposa la Chiesa, è che il popolo di Dio si qualifichi soprattutto nella ricerca della santità e nella pratica della carità. La misericordia del Signore ha voluto un popolo aggregato, dove a ciascuno è dato di fare la propria parte. Per questa comunità è il giorno giusto, perché ciascuno cerchi ancora una volta di capire quello che Dio si aspetta da lui. Una comunità, per essere cristiana, ha bisogno di riscoprire i doni di Dio – i carismi, i talenti che hai ricevuto – e di mettere tutto a servizio degli altri, cioè i ministeri.

La Chiesa è concepita fin dalla più lontana antichità, rivolta a Gesù e fondata attorno al successore degli Apostoli, che, in ogni Chiesa particolare, è il Vescovo. Non importa come si chiami; è, invece, necessario che faccia il suo compito di unità tra le varie aggregazioni in cui si articola la Chiesa che gli è affidata. Per quello è stato mandato dal successo di Pietro.

In questo delicatissimo ministero, già San Paolo ricorda i preti, che sono uniti tra di loro come un solo corpo (cfr. At 20, 17-38), collaboratori del Vescovo. Prima viene essere prete, appartenere al presbiterio e poi, in obbedienza al Vescovo, mettersi al servizio di una determinata porzione del popolo, cioè della Parrocchia a cui sei destinato.

La nomina dei parroci è uno dei compiti più importanti dell’Ufficio Episcopale, talché è il Vescovo che va, come oggi, a incontrare una comunità e ad affidarla a un nuovo parroco.

Per secoli, l’Ordine Sacro è stato un Ufficio itinerante. Sacerdote si è e si rimane, finché il Signore ci dà vita, indipendentemente dal luogo dove si esercita il ministero. È molto bello che la comunità si affezioni al suo parroco, che inevitabilmente diventa una presenza amata in ogni paese.

La Chiesa italiana prevede che il servizio di parroco si svolga per 9 anni. I preti anziani che sono in mezzo a noi, in altri tempi e per diverse necessità, hanno retto Parrocchie per decenni e dobbiamo certo ringraziarli, perché hanno donato la vita al servizio del popolo di Dio, non solo di quello loro direttamente affidato, ma di tutta la comunità cristiana.

  1. Il nuovo parroco

Desideriamo tutti insieme ringraziare Don Luigi, Don Virgilio, per il grande esempio d’amore che ci hanno dato con la loro presenza in mezzo a voi. Come ogni storia d’affetto, come ogni amicizia, se vera, va oltre l’incarico che ogni persona ricopre in un preciso momento o per un periodo anche lungo. Le relazioni con i vostri preti durano al di là del ruolo locale. Quanti lasciano l’esercizio immediato dell’Ufficio di parroco in un determinato paese certamente restano disponibili a pregare per tutte le persone che furono loro affidare, ad essere confessori e guide spirituali di coloro che li cercheranno oltre la loro storica vicinanza fisica.

Il nuovo parroco deve essere accolto come un dono del Signore, come una carezza che la Chiesa vuole fare a questa comunità, come un atto di Grazia, quello che stiamo celebrando. Certamente ognuno di noi è diverso l’uno dall’altro per carattere, per formazione, per indole naturale. Non è compito dei cristiani giudicare il loro prete, se, invece, vuoi aiutarlo usa il tuo senso critico, perché possa sempre meglio fare il suo ministero. Dio ci liberi da pastori che cercano l’applauso. Occorre, invece, farsi carico del gregge, come insegna Gesù, andando, innanzitutto, alla ricerca della pecora smarrita nella convinzione che quelle che stanno già nell’ovile sono al sicuro.

I piccoli, i poveri, i malati sono il riferimento naturale di chi vuole fare presente Gesù pastore, in virtù della sua partecipazione al sacerdozio di Lui, sono il legame di ogni pastore della Chiesa.

Molto è stato fatto finora in questa comunità. Non siamo tuttavia gli Angeli del Giorno del Giudizio, siamo invece chiamati a essere, uomini e donne, amici di Dio, che guardano al futuro: alle famiglie, ai giovani, alla cultura del territorio, ai bisogni della gente.

Siamo qui a pregare, perché il nuovo pastore sappia raccogliere da Giovanni Battista, il grande testimone nel cuore dell’Avvento, la forza e l’umiltà di incontrare e riconoscere Gesù. L’essenzialità della vita, la libertà dallo sfarzo e dalla mondanità permetteranno a ciascuno di noi sacerdoti di esercitare la profezia, di essere voce di colui che viene, di mostrare l’agnello di Dio, non solo nei segni liturgici, ma nella testimonianza di una vita evangelica.

Dio ci aiuti a rispondere alla nostra vocazione cristiana nella libertà interiore e nella gioiosa presenza del Signore, che mai ci abbandona.

L’augurio che porgiamo al nuovo pastore di questa comunità è che sappia raccogliere da San Pietro i modi e le forme del suo servizio: “Pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge” (1Pt 5, 2-3).

 

 

Basilica di San Francesco in Arezzo, 14 dicembre 2019

Il Prof. Enrico Giovannini e la Laudato si’

"L'utopia sostenibile è, in realtà, una questione di giustizia"

Sostenibile vuol dire che una generazione soddisfa i propri bisogni, permettendo anche a quelle successive di fare altrettanto. Oggi sappiamo che l’ingiustizia tra generazioni è molto forte, quindi è compito di tutti noi, in qualsiasi posizione ci troviamo di mettere mano a queste ingiustizie. Ecco perché l’utopia sostenibile è, in realtà, una questione di giustizia. Una giustizia che riguarda non solo chi c’è oggi, ma anche chi ci sarà in futuro. Ma la gravità della situazione è tale per cui abbiamo bisogno di operare subito.”

Enrico Giovannini, Laudato si’ e Sviluppo sostenibile

Enrico Giovannini il 14 dicembre ad Arezzo

Un ciclo di incontri per approfondire la dottrina sociale della Chiesa, le tematiche del lavoro, di una economia a misura d’uomo e dell’ecologia integrale cercando di approfondire il ruolo del laicato cattolico di fronte alle sfide odierne. Un modo anche per rispondere alle sollecitazioni dell’enciclica Laudato si’ e alle attese del sinodo diocesano, rinnovando l’impegno sociale e una sensibilizzazione maggiore verso i mutamenti sociali ed ecologici. Questi gli obiettivi elaborati dal Centro pastorale per il lavoro, che tra dicembre e marzo promuove insieme ad Acli e Mcl della provincia di Arezzo un ciclo di incontri con relatori di altissimo spessore. Si inizia sabato 14 dicembre alle 17.30 con Enrico Giovannini, già ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali e ora portavoce dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS), che tiene presso la basilica di San Francesco in Arezzo, una relazione sul tema dello sviluppo sostenibile nella prospettiva dell’enciclica Laudato si’. Gli appuntamenti successivi si svolgono nei locali dell’Issr di Arezzo in piaggia di Murello: il 18 gennaio con Gianfranco Brunelli, direttore della rivista Il Regno sul tema Laudato si’: i nodi fondamentali, il 22 febbraio il prof. Stefano Zamagni, presidente della Pontificia Accademia delle scienze sociali, interviene su Economia, politica e finanza alla luce della Laudato si’ e un incontro conclusivo il 21 marzo sui temi del lavoro.