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In Cattedrale

Domenica della Parola di Dio

Programma:

Ore 16, 30

Brani scelti eseguiti dal Coro gemellato di Sant’Eusebio in Cortona e di Santa Maria in Sansepolcro

Testimonianza sul tema “La Parola di Dio nella mia vita”

Ore 17, 15

Catechesi biblica dell’Arcivescovo sul Vangelo secondo Marco

Ore 18,00

Celebrazione Eucaristica


Omelia dell’Arcivescovo nella Chiesa Cattedrale

La Madonna di Loreto Pellegrina in Arezzo

14 gennaio 2021

 

Fratelli e sorelle nel Signore,

Dio ci conduce in questi tempi difficili

con il dono della sua Grazia!

 

 

  1. La presenza dell’Immagine di Nostra Signora, venerata a Loreto

La richiesta di Papa Francesco di far viaggiare per l’Italia la venerata immagine lauretana, nel Giubileo dell’affidamento del Corpo dell’Aeronautica Militare d’Italia alla Madonna, è un grande dono per la nostra Chiesa diocesana, che ha da sempre un forte legame con la Madre di Dio.

Questo pellegrinaggio porta con sé due Grazie particolari: il dono della speranza e il coraggio del nuovo.

Nel XIII secolo, il bosco della Loreta, pia e devota donna, accolse presso Recanati la casa di Maria. Nazareth, già occupata dai mammalucchi, non era più visitabile dai cristiani che, nei secoli – come, attraverso noi aretini, ci racconta Egeria –, usavano pellegrinare nei luoghi santi del Signore.

Una grande disgrazia per quei tempi antichi fu all’origine di una enorme risorsa spirituale di oggi. Loreto è luogo di preghiera e di speranza, soprattutto per gli infermi del corpo e dello spirito.

Da Pio II, l’intercessione di Maria Lauretana, venerata a Loreto, a molti fece recuperare la salute. Quanto agli insicuri nella vita interiore, in tanti siamo testimoni di come Papa Giovanni Paolo II, pellegrinando a Loreto, sia riuscito a toccare il cuore e la mente di migliaia di giovani che, a partire dal 1979, hanno rinnovato la Pastorale Giovanile nelle Chiese d’Italia con insperato impegno, invocato dal Papa Santo presso il Santuario lauretano della Madre di Dio.

Il Signore solo sa quanto abbiamo bisogno oggi di dare speranza alla gente, perché si esca dall’incubo della pandemia. La scienza ci ha dato grandi supporti, ma ancora manca il buon senso e la fiducia per uscire fuori, non già dal dominio dei mammalucchi ma dalla devastazione del coronavirus.

Santa Maria, ottieni anche per questa generazione la speranza, la virtù cristiana di essere certi che Dio non abbandona. Il tempo d’attesa è medicina provvida per suscitare ancora solidarietà tra la gente e respingere le strumentalizzazioni della povertà e del male fisico, per assurdi progetti di parte.

Il dono del coraggio è l’apertura verso il nuovo, perché nella società passi il buono, il bello e il giusto, cioè la ripresa degli ideali che devono sostenere la nostra Nazione in questo tempo, segnato dallo scoramento e da una navigazione a vista perfino di chi dovrebbe saper guidare gli altri.

La Madonna di Loreto che viene in terra aretina è il segno del conforto, perché nessuno si pieghi di fronte al peso del male e neppure si ingegni senza la progettualità alta che appartiene allo spirito umano ed è dono dello Spirito Santo.

 

 

  1. Santa Maria, Icona della Chiesa in cammino nel tempo

La riflessione medievale sulla Madre di Dio ha colto tre dimensioni, fortemente imitabili dal popolo cristiano anche del nostro tempo: Maria è la donna dell’ascolto, la discepola del Signore, Madre e Maestra della Chiesa.

A partire da Spinello Aretino, l’Annunciazione dell’Arcangelo a Maria viene descritta come un’esperienza profonda, avvenuta nel contesto della meditazione della Parola di Dio. La Madonna con la Bibbia in mano percepisce il messaggio che Dio le rivolge e, abituata allo Shemà, si accerta che venga dall’Altissimo quanto le viene proposto e risponde “Ecce Ancilla Domini”, cioè si rende disponibile a collaborare con Dio. È la condizione di tutta la Chiesa e di ogni cristiano, penso particolarmente ai genitori che hanno un bambino piccolo – con la fede si generano i figli alla fede e si fanno diventare membri della Chiesa, con un impegno pedagogico giornaliero, fino a che i piccoli, come le giovani aquile, non saranno in grado di spiccare il volo da soli.

Sant’Agostino dice che Maria generò il Figlio di Dio “prima nel suo cuore che nel grembo[1]. Maria è discepola di Gesù, perché lo segue dal suo concepimento fino al Calvario. Questo è il senso della pietà cristiana.

La “devozione” vera è farsi quotidianamente ascoltatori della Parola di Dio, leggendo con l’intento di capire ciò che il Vangelo dice; fermarsi per capire cosa dice a te. La risposta che gli darai nel capire la Parola è la preghiera, che è capace di farti superare i limiti che ciascuno di noi ha, laddove “virtù” è parola latina che vuol dire “fortezza”.

Pietro, gli Apostoli, le pie donne e i discepoli, come si direbbe oggi, “vanno in crisi” dopo la morte del Signore. Ragionano alla maniera umana: “Se al Santo è capitata la Croce, cosa faranno di noi?”.

Nel Cenacolo dove gli Apostoli si rinchiudono – che tentazione il ghettoismo –, Maria fa da riferimento, da Maestra della Chiesa che insegna a fidarsi di Gesù anche nel momento del pericolo.

 

  1. La vita del cristiano come pellegrinaggio verso la Santa Gerusalemme del Cielo

            Il Santo Padre Agostino insegna che ogni buon cristiano è un “homo viator”: “Sei un viandante, questa vita è soltanto una locanda. Serviti del denaro come il viandante si serve, alla locanda, della tavola, del bicchiere, del piatto, del letto, con animo distaccato da tutto[2]. Devi trascorrere gli anni della tua vita terrena come un viaggiatore, un turista che apprezza la pulizia della locanda, la squisitezza del cibo, la compagnia degli amici, l’amore che dà sapore all’esistenza.

Ma l’homo viator, immagine del cristiano, fa il suo cammino, giorno per giorno, godendo del buono, del giusto e del bello, lasciando traccia di sé con il bene che svolge al mondo, trasformandolo con il lavoro, rispondendo alla propria vocazione, sia esplicita che indiretta.

Il Vescovo d’Ippona insegna che sarebbe stolto il turista che si dimenticasse che a casa ci sono amori da non dimenticare, impegni da realizzare e, soprattutto, guadagni da incassare: la Gerusalemme del Cielo è la casa di ciascuno di noi, dove ci sono persone amate che ci attendono e, soprattutto, il frutto delle opere buone che abbiamo compiuto lungo il percorso della vita.

Questa esperienza della Madonna di Loreto in mezzo a noi è fonte di ulteriori Grazie per tutta la nostra Chiesa.

[1] Sant’Agostino, Sermone 215, 4.

[2] Sant’Agostino, Commento al Vangelo di San Giovanni, 40, 10

 

 

Epifania del Signore 2021

XXV Anniversario di Ordinazione Episcopale del nostro Arcivescovo!

Omelia dell’Arcivescovo in Cattedrale, nel XXV della sua Ordinazione Episcopale

 

Venerati fratelli nell’Episcopato che generosamente siete a pregare quest’oggi con noi,

Cari sacerdoti del nostro presbiterio, Diaconi e Ministri qua convenuti:

il popolo di Dio ha voluto farsi presente nella Chiesa Cattedrale.

 

  1. Epifania, manifestazione del Cristo e della Chiesa

I Re del lontano Oriente, scrutando le stelle, trovarono Gesù. Anche il nostro tempo conosce un numero di persone in cerca del senso della vita, orientate potenzialmente a incontrare il Signore.

I Magi, giunti a Betlemme, furono le primizie del pellegrinaggio della fede che, di generazione in generazione, avvicina gli uomini a Cristo luce del mondo.

La Chiesa ha la missione di incontrare tutti. Vi sono quelli che hanno la grazia, fin dall’infanzia, di avere esperienza di Dio. Più complesso è non escludere nessuno, anche se certuni sono convinti di trovare ovunque nemici. La Scrittura ci insegna che uno solo è il nemico, tutti gli altri sono fratelli, ai quali proporre il Vangelo del Signore.

I cristiani d’oggi devono intercettare nelle incertezze della cultura liquida, i linguaggi giusti e le occasioni opportune per dialogare con gli uomini e le donne alla ricerca di Dio.

Credo che lo stile giusto sia quello di San Paolo sull’Areopago[1]. La nostra qualità di Apostoli, pellegrini insieme ai tanti abitanti della Terra, non ha strategie pastorali, non si avvale di opportunismi mediatici e neppure della ricerca di consenso. Ha rispetto verso tutti, non vuole prevaricare alcuno. Trae coraggio dal “dare ragione della propria speranza[2].

Quando il mio antico preside Carlo Maria Martini entrò, per la prima volta da Arcivescovo, nel Duomo di Milano, aveva in mano solo il Vangelo di Gesù, nella certezza che lo Spirito Santo sostiene la ricerca dei molti, servendosi del nostro ministero.

Oro, incenso e mirra, nella interpretazione dei Padri della Chiesa, significano la regalità di Cristo, cioè che Dio ha un progetto d’amore capace di rimettere insieme tutta l’umanità.

Sono tanti, anche tra i non cattolici, coloro che riconoscono la divinità di Gesù Signore, anche per vie non consuete, affascinati dalla persona di Lui, dalla bellezza del Vangelo, dalla coerenza della passione. Se riuscissimo a raccontare il Signore senza il peso delle strutture della storia, troveremo facilmente attenzione anche in quella parte non indifferente dell’Islam contemporaneo, che è venuto a vivere da noi.

La mirra delle sepolture esprime che, senza sacrificare qualcosa, anche nelle rinunce di questo tempo di pandemia, non si esce dalla cultura pagana, non si propone un nuovo umanesimo cristiano, “Evangelium sine glossa” predicato da San Francesco e dai Santi riformatori della Chiesa medievale.

I Santi Magi sono l’icona dell’incontro sempre possibile con il mondo che “viene da lontano”, ma è interessato come noi alla ricerca del buono, del giusto e del bello. La Chiesa è chiamata ad accogliere tutti, a mostrare Gesù come Maria, la Madre di Dio, e come Giuseppe, custode del Signore e del suo progetto.

 

  1. Il Rapporto Chiesa mondo, la Chiesa aggregata per comunità e ministeri

La Dottrina agostiniana dell’Ecclesiologia di Comunione, con il Concilio Vaticano II, tornò ad essere un irrinunziabile punto di riferimento. Nella Chiesa non ci sono spettatori, ciascuno di noi ha un ruolo, una vocazione.

Già i Padri Apostolici, nell’analogia tra Chiesa ed Eucarestia, affermavano che non si dà il pane se non dopo aver raccolto il grano, che va macinato e reso compatto con l’acqua. Il pane per essere pronto a sfamare, deve passare attraverso il fuoco.

Sant’Agostino, illustrando l’Eucarestia e spiegando la Chiesa, insegna “voi stessi siete quel che ricevete[3].

Venticinque anni fa, in questo stesso giorno, Papa Giovanni Paolo, prima di ordinarci Vescovi, ci esortava a ricordare: “con l’Episcopato, carissimi fratelli, Voi diventate in pienezza custodi del Grande Mistero, Amministratori di quella Rivelazione di cui parla Paolo nella Lettera agli Efesini… Ogni Vescovo è Ministro dei Misteri di Dio… nel quale Dio rivela se stesso, si avvicina agli uomini, li cerca, conduce ciascuno nella Comunità della Chiesa sul cammino della fede[4].

Anche oggi, custodire il Mistero non significa nasconderlo, ma trasmetterlo in risposta alla vocazione alla fede di tutti i popoli della Terra. La complessità del Ministero del Vescovo è trovare, assieme al Presbiterio e alla Chiesa che gli è affidata, i modi, i tempi, il linguaggio giusto per avvicinare gli uomini del nostro tempo e far scoprire loro che Dio è vicino.

Già Isaia Profeta ci avverte che lo Spirito Santo muove i cuori di ogni generazione e ci invita a guardare con coraggio la realtà, perché Dio si fa presente alle interiorità delle persone e, ancor prima che arriviamo noi, infrange i muri del pregiudizio e costruisce i ponti. La Chiesa è un sistema infinito di relazioni, di dialogo, perché è frutto della Parola.

A noi che annunziamo il Vangelo, ci è solo chiesto di accogliere: “I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio[5].

Il Santo Vescovo di Roma che mi ha ordinato, mettendo in pratica i principi di Gaudium et Spes ci ha mostrato nei fatti che il rapporto tra la Chiesa e la comunità umana non devono essere necessariamente conflittuali, anzi, nella ricerca della verità che appartiene a tutti gli uomini e le donne dabbene, dobbiamo ritrovare la via dell’unità. Come insegna l’Aquinate, “Sacerdos propter populum[6]. Non una Chiesa autoreferenziale che giudica e sentenzia, ma popolo di Dio che aggrega con l’esempio, convince con l’Annunzio della parola bella, l’Evangelo che indica, come possibile, un mondo migliore.

Con i Vescovi ordinati insieme a me siamo cresciuti con questa missione da realizzare, che significa necessariamente cambiamento. Lo è già nei discorsi programmatici dei Papi, ma lo deve essere nel rinnovamento di ogni Chiesa particolare. Occorre apprezzare tutto: i Padri hanno fatto giungere fino a noi la fede, ma la Chiesa ci chiede di far fiorire i doni dello Spirito nel servizio quotidiano. “Non recuso laborem”, come disse Martino di Tours, pur stanco delle fatiche, ma desideroso di completare l’opera che Dio gli aveva affidato.

Papa Giovanni Paolo, che ebbi l’onore di servire per anni, a tutti noi Vescovi appena ordinati chiese di non cercare l’applauso, il successo personale, ma, piuttosto, di guidare il popolo sulla faticosa via del rinnovamento. Scriveva Gregorio Magno: “Spesso pastori non impegnati e in preda a paura di perdere il favore popolare non osano proclamare liberamente la verità e, come avverte la Verità stessa, non provvedono alla custodia del gregge con lo zelo dei pastori ma a guisa di mercenari, perché al sopraggiungere del lupo si danno alla fuga, nascondendosi nel loro silenzio[7].

Papa Giovanni Paolo, dopo avermi consegnato il pastorale con la formula di rito “Regere et gubernare Ecclesiam Dei[8], conoscendomi personalmente, mi dette un prezioso mandato: “fallo, che lo sai fare!”. Tutte le volte che è stato necessario andare controcorrente, mi sono tornate alla mente le parole del Santo, padre del mio episcopato.

 

  1. San Giovanni Paolo II e il servizio nella Chiesa

In questi giorni, mi sono tornate alla mente alcune immagini evangeliche che hanno segnato il mio cammino, nella quotidiana ricerca di equilibrio tra l’essere e l’agire: è la presenza all’aratro nel Santo campicello del Signore, accanto alla gente: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio»[9].

Uscendo da Pisa, mia Chiesa madre, raccolsi, come icona del servizio episcopale, la formella che Bonanno Pisano aveva illustrato con la lavanda dei piedi. Non sono riuscito a essergli fedele, ma l’intenzione era quella di offrire prossimità alla gente, ai piccoli, ai poveri, ai malati e ai senza lavoro. [Il pastore] non solo coltivi nell’anima retti pensieri, ma… inviti chi lo osserva a raggiungere i più alti traguardi. Non abbia desiderio dei successi di questa vita né timore della avversità, si opponga alle lusinghe del mondo tenendo conto di ciò che nell’intimo dà terrore e ne disprezzi le paure seguendo l’attrattiva delle interiori dolcezze[10].

Avrei certamente potuto fare di più e fare meglio. Molti ricordi mi tornano alla mente: sono storie di grandi sofferenze, una specie di scuola che ho frequentato e che mi ha arricchito. Ho il dovere di ricordarne almeno alcune, per dire grazie ai tanti che mi hanno aiutato a crescere un po’ con la loro amicizia e credendo che la collaborazione è un dono della Divina Provvidenza. Negli altri ho potuto vedere la forza della fede e la bellezza della Chiesa: è un grande onore poterla servire.

Il 26 settembre 1997, nel cuore della notte, il popolo mi ha fatto capire che era doveroso e bello essere in mezzo ai terremotati di Verchiano. Poi il laicato della mia Chiesa mi chiamò a mettere mano alla mensa e al dormitorio di Spoleto e alla fattoria della Misericordia di Eggi per provare a dar da mangiare a chi non aveva nulla; ma soprattutto per trasformare i più miseri, abituati a essere di peso agli altri, a diventar capaci, con dignità, di regalare la verdura e la frutta a tutte le case della Caritas in Umbria. Che bella la comunione tra le 8 Chiese sorelle della terra dei Santi Benedetto e Francesco! Poi la presenza in Macedonia e in Kosovo, durante la guerra, in fraternità con il Vescovo Marco che reggeva quella Chiesa. Di nuovo in Thailandia per conto di Caritas Italiana in aiuto delle vittime dello tsunami: tornare dove ero stato diplomatico a portare il segno della carità delle Chiese italiane ai pastori dei pescatori senza terra, rifugiati di cui pochi sanno. La CEI per molti anni mi ha inviato in Palestina con la Holy Land Coordination, rappresentando i Vescovi italiani, in quei luoghi dove la pace non riesce a durate.

Arrivato ad Arezzo, al Sindaco che mi accoglieva in Piazza, chiesi la cittadinanza. Non fu un gesto formale, ma la scelta di mettermi dalla parte degli immigrati, assieme all’impegno di spendere per attivare servizi, perché fosse chiaro che la Chiesa punta su dare lavoro, non a fare soldi.

La Caritas, in questi anni, è stata la nostra pupilla dell’occhio. Con l’aiuto di Papa Francesco, le Case Amoris Lætitia sono diventate realtà, assieme agli oratori e alle Unità Pastorali.

Ringrazio Dio per avermi voluto partecipe del sacerdozio di Cristo e successore degli Apostoli. La centralità della Parola di Dio e la piena sintonia con il Vescovo di Roma sono le mie gioie, accanto alla consapevolezza di quanto purtroppo sono inadeguato come Ministro della Misericordia, ma ho con me un Presbiterio favoloso e multiforme, che assicura la vicinanza alla gente, la vita sacramentale e anche la ripresa di una cultura significativa nelle scienze teologiche dei nostri coraggiosi giovani preti, ma disposti a condividere la vita dei nostri poveri.

La luce di Cristo illumina il cammino di questa Chiesa che è bellissima, anche se costretta a misurarsi con sfide dure e comuni con le Chiese sorelle. Viva Iddio siamo cattolici!

La scelta, raccomandata dal Papa di puntare sul laicato, ha generato il nostro Sinodo i cui frutti sempre più risplendono, con l’impegno di molti e la condivisione di una Chiesa fondata sulla comunione.

Talvolta tocca camminare in mezzo alla notte di cui Isaia 62 ci ha parlato, ma risuona comunque il grido dei pastori, dei Magi e di tutti i credenti in ogni epoca: “Christus apparuit nobis, venite adoremus![11].

[1] Cfr. At 17, 22

[2] 1Pt 3, 15

[3] Sant’Agostino, Discorso 229/a, 1-2

[4] San Giovanni Paolo II, omelia all’Ordinazione Episcopale nella Solennità dell’Epifania, 6 gennaio 1996

[5] Is 60, 4

[6] S.Th.Aquin. S.Th. III, q.82, a.3  «sacerdos constituitur medius inter Deum et populum. Unde, sicut ad eum pertinet dona populi Deo offerre, ita ad eum pertinet dona sanctificata divinitus populo tradere».

[7] Gregorio Magno, Regola Pastorale, Parte Seconda, Capitolo IV, Città Nuova Editrice, p.45

[8] Pontificale Romano, Ordinazione del Vescovo, n.59

[9] Lc 9,62

[10] Gregorio Magno, Regola Pastorale, Parte Seconda, Capitolo III, Città Nuova Editrice, p.41

[11] Ufficio delle Letture dell’Epifania, Invitatorio

Messa del Giorno di Natale

  1. Coraggio, occorre costruire il nuovo

Correva l’anno 410 dell’era cristiana, quando Alarico, re dei Vandali, occupò il Campidoglio di Roma, ponendo fine a una storia, una volta anche gloriosa, durata almeno otto secoli.

Come i commentatori delle varie edizioni dei programmi televisivi di queste sere, gli intellettuali di turno esprimevano, quasi fosse Vangelo, la loro visione del mondo, senza riuscire a cogliere che il tempo è un terribile segmento: ha un inizio e un’inevitabile fine.

Luogo comune è il rimpianto, pieno di retorica animata dai verbi al condizionale “si potrebbe”, “si sarebbe dovuto”, “perché non fare così o il suo rovescio?”. Il mondo che si riteneva pensante non riuscì a trovare un rimedio per il male di un’esperienza perduta, gloriosa, potente.

Aurelio Agostino, con poca retorica e molta scienza storica, rilegge il passato con un’attitudine del tutto nuova in quel periodo, la volontà di individuare possibili vie d’uscita dall’oggettivo crollo di un sistema che non avrebbe poi più ripreso il ritmo secolare, perché, da ultimo, minato da una caduta di ideali aperti al futuro.

È la condizione in cui, visitatori delle nostre chiese, troviamo quest’oggi, rubando a Sant’Agostino l’intuizione: De Civitate Dei e se provassimo a ricostruire d’accapo, con il Vangelo in mano, una civiltà inclusiva di tutti, non asserragliata sul privilegio delle borse, sul dominio dell’economia?

Un bambino è nato per noi a porci i quesiti “che cos’è l’uomo” e “come vogliamo vivere insieme?” Dalla periferia dell’Impero, dal dominio di un piccolo Erode pieno di paure, incapace di futuro, potremo anche noi fidarci dei Magi, che furono capaci di alzare lo sguardo. Nella notte in cui ci troviamo occorre scrutare le stelle, cioè guardare oltre le apparenze e pensare.

Come potrebbe essere un mondo diverso da quello che conosciamo? Ci deve pur essere un mondo per quei figli e quei nipoti sopravvissuti alla strage degli innocenti, dove Dio non smette di aver fiducia in noi e ci chiede di costruire il nuovo. Natale è l’occasione propizia per addentrarci nel mondo del possibile e di aggregarci con la fede su quegli ideali di un pensiero critico, che non si perde di coraggio di fronte alle sconfitte del presente.

La scienza non è onnipotente, ma va rispettata di fronte alle difficoltà che avanzano. Qualche antidoto si va trovando in questo giorno bellissimo: pur nelle restrizioni di movimento, non ci è vietato di fermarci, di pensare. Con la fede in Gesù, non c’è vietato di articolare il presente attraverso l’evoluzione del pensiero, che torna ad essere una risorsa non costosa, ma efficacissima.

Chissà se saremo capaci di riprendere un discorso interrotto da qualche secolo attorno al Dio bambino, in qualche modo presente nei nostri presepi? Eppure, è sempre capace di generare speranza e, soprattutto, il gusto di andare avanti, riconoscendo il tempo come umile contenitore di una storia di cui, infondo, noi siamo responsabili protagonisti.

 

  1. Un simbolico cammino verso Betlemme per ritrovare chi siamo

I costosi regali di un tempo non servono a nulla in questo Natale, dove frettolose folle, affascinate dalla tradizione, vanno cercando generi inutili per mostrare affetti e considerazione che si fanno apprezzabili solo nell’ordine delle intenzioni.

            Quis, quid, ubi, quibus auxiliis, cur, quomodo, quando?[1] L’antico esametro ciceroniano, riciclato nella lingua del Regno Unito, è ancora percepito da tutti come tema sul quale vale la pena pensare: Chi sei? Cosa vuoi? Dove vai? Come lo fai?

Il vero regalo di questo giorno di Natale, finalmente non sovraccarico di cose inutili, è tornare all’essenziale. Puer natus est nobis è l’introito della Messa di Natale, ma è anche la chiave e per entrare nel nuovo.

Da queste considerazioni deriva, nel giorno dei propositi, non già una bontà generica che non serve a nessuno, ma l’impegno all’introspezione per ritrovare quelle qualità di cui Dio ti ha fornito. Potrebbe essere il modo per entrare nella giostra medievale delle nostre città toscane, che è la società umana, dove il soggetto principale è il popolo, il popolo di Dio. Se puoi, perché non fai? Se sai, perché non lo comunichi?

La parola magica che appartiene al mondo cristiano è coraggio. Senza paura, occorre far rivivere i legami, a cominciare da quelli familiari. Occorre ritrovare il valore delle storie d’amore, ridare importanza al giro piccolo o grande delle tue amicizie. Fai tesoro dello sguardo incantato dei tuoi bambini che di fronte al dolce, al nuovo, al buono per te, ci sono misura e risorsa. Un mondo senza bambini sarebbe destinato a morire.

Accanto al bambino di Betlemme, cerchiamo di tornare ad apprezzare ogni nascita a ritenere vile ogni paura che impedisce all’amore di generare la vita. In fondo, ogni storia d’amore è consegnarsi all’altro, affidarsi laddove l’amore precede sul ragionamento, sulla ricerca di convenienze. Abbiamo bisogno del futuro.

Questo è anche il giorno giusto per riflettere cosa sia la fede. Maria di Nazareth ce lo insegna. La Madre di Dio si formò con la Bibbia in mano, come capirono Spinello e, dopo di lui, i nostri pittori dell’Annunciazione nel Medioevo aretino. La Santa Vergine accoglie il messaggio dell’Angelo. Si fida più di Dio che delle Leggi degli uomini: si rende disponibile a generare il Figlio di Dio. Giuseppe, giusto di fronte alla sua responsabilità, si mette in cammino come il padre Abramo e si fa maestro di tutti i custodi dei bambini neonati, puntando più sul futuro di Dio, che sulla propria convenienza.

Educare è un verbo magico, in cui una generazione narra all’altra la meraviglia del bene e la capacità di non abbandonarci alla tentazione del rimpianto. Se torneremo a educarci vicendevolmente, la Bibbia insegna che il mondo può cambiare.

 

  1. Guardare al presepio per recuperare il coraggio del nuovo

Il Natale di Gesù è una proposta che ci chiede di avviare una storia nuova; di avere il coraggio di non piegarci su noi stessi, di fidarci ancora dell’amore. Nel Natale di Gesù, Dio ci insegna la misura della carità e ci chiede di praticarla per essere uomini veri.

Il presepio di San Francesco, forse presente in ogni casa, ci chiede di trovare un posto per noi dentro la storia, che può ancora una volta essere storia di salvezza.

Al di là del profumo delle vivande, al di sopra della convivialità pur gradita, ci è chiesto di aiutarci vicendevolmente a costruire il nuovo. Dio ha già fatto la sua parte: ecco il segno del presepio che ancora affascina. Ci è chiesto di aiutare a risolvere i grandi problemi del nostro tempo, con la consapevolezza di chi si fida di Dio, che non abbandona.

Rinasca la voglia di non perderci di coraggio e di essere Figli di Dio, cioè capaci di generare il nuovo.

[1] Cicerone, Rhetoricorum, seu De inventione rhetorica

Omelia della Vigilia di Natale

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    1. Quasi una primula che annunzia la primavera della rinascita

     

    Puer natus est nobis[1] – un bambino è nato per noi, già lo aveva annunciato Isaia otto secoli prima della nascita di Gesù. “Puer natus est nobis”, così scelsero di cantare anche in Arezzo i cristiani, sotto le volte di questa Cattedrale appena costruita, un canto che esprime l’intuizione profonda della Chiesa medievale, che Gesù è appunto nato per noi, per farci trovare il fascino dell’alternativa ai mali del mondo e alla logica della rassegnazione.

    Per noi il bambino, Figlio di Dio, è nato nella notte di un giorno qualunque, in mezzo a difficoltà di ogni genere, infrangendo una cultura divenuta autoreferenziale. L’evento si collocò non nel centro del mondo, ma nel piccolo borgo di Davide, nella “casa del pane” [2], chiamata Betlemme, periferia dell’allora grande Impero Romano.

    Dio sceglie di entrare nella storia, facendosi infante, cioè una persona umana che ha bisogno di tutti: non possiede nulla, pur essendo il Figlio di Dio, come tutti i bambini appena nati, fragili e indifesi, eppure capaci, ancora oggi, di destare il sorriso, di esprimere un cambiamento nella storia di ogni famiglia.

    Gesù ha voluto essere figlio di una famiglia povera, in una comunità umana misera al punto di non accogliere neppure una parente vicina al parto, una comunità chiusa in se stessa. Chiusura di tutti, eccetto le grotte usate, di solito, per accogliere il gregge nelle notti di gelo, con i poveri che capiscono più dei grandi della Terra la stella cometa in rappresentanza degli astri e un bue e un asinello, espressione del mondo animale, che hanno più pietà di quello razionale.

    La piccola Betlemme di duemila anni fa è l’immagine di un mondo che pensa solo a se stesso, ma ci sono sempre altri, allora come ora nei paesi lontani, capaci di far meglio. Poco più in là, nella campagna di Beit Sahour non ci sono i ricchi proprietari di migliaia di pecore, ma i servi pastori, custodi di greggi di proprietà d’altri da difendere dalla rapina, nella notte. Sono abituati a qualcosa di meno dell’essenziale, non hanno però perso la secolare capacità dei migliori Figli d’Israele d’essere in grado di ascoltare la voce degli Angeli.

    Gloria in excelsis Deo et in terra pax. Dio si svela, ancora, stanotte nell’umiltà indifesa del bambino, Figlio di Dio, nato per noi, per quanti ne siamo in questa Cattedrale antica e il gran numero di quelli che, attraverso i sistemi mediatici, non potendo venire, sono uniti alla nostra preghiera. È la possibilità dell’alternativa, che forse riesce ancora ad affascinarci.

    Come i personaggi del presepe di San Francesco, disposti a un lungo cammino a piedi pur di incontrare il Signore, ci sono anche molti nostri contemporanei che riescono a capire il segno del neonato, quasi una primula che annunzia la primavera della rinascita. Come fa la grande scienza, che per farsi capire ricorre al linguaggio umile di una primula, capace di evocare la poesia di Dio che non ci abbandona. Dio mette ancora le mani nella storia e ne fa luogo di salvezza.

    La notte si può infrangere, bastano piccole lucerne in mano ai poveri della Terra, che chiedono di recuperare almeno la poesia del dubbio, attraverso la consapevolezza che ci può essere un’alternativa alla terribile litania del panico, che ha segnato questi mesi. Dio è con noi, ancora una volta, non nelle operazioni che ostentano potenza, ma nella semplicità che riprende le relazioni e mostra che, pur di parlare a tutti gli uomini e le donne della Terra, ricorre alla fragilità di un neonato perché nessuno perda la speranza di una vita nuova e alternativa da costruire insieme. Lo aveva già intuito Sant’Agostino, che predicava ai suoi che “il Verbo eterno si fece bambino infante – cioè ancora incapace di parlare –, schiuderà la mia lingua d’infante incapace di dire, e mi farà esprimere con la bocca quello che mi ha fatto intuire nel cuore[3].

     

    1. Ricostruire insieme

     

    La pandemia, e poi? Da cristiani non possiamo accontentarci di ricostruire quello che c’era e che è andato perduto. Ci era caro, perché conosciuto, come le pantofole dei vecchi alle quali si è abituati a dare apprezzamento, anche se sono vecchie e consumate. Dio, in questo Natale ci chiede di essere capaci di costruire il meglio.

    Ogni giovane coppia, fissando gli occhi sulla creatura che ha generato, riesce facilmente a sognare una storia bella per il figlio. Ritrova, anche nelle difficoltà economiche e sociali, la consapevolezza che, solo educando, renderanno il piccolo capace di cose grandi. così tocca fare tutti insieme. I nonni hanno la funzione non solo di ricordare ciò che il morbo ha distrutto, ma anche quella di far capire che questa che stiamo vivendo è la linea di partenza di una corsa che ci aspetta. Non possiamo sprecare il tempo in polemiche senza senso e tantomeno avvalerci delle complessità del presente, in cerca di vantaggi personali.

    Per le donne e gli uomini di fede, Natale non è una data del calendario. Sono caduti i riti del consueto, le abitudini festaiole, la tristezza di una liturgia civile fatta di gesti superficiali, gusti e profumi scontati, che appartengono inesorabilmente al passato. Cercare di essere buoni perché è Natale è una maschera posticcia più di quella che portiamo sul volto. Occorre riproporre, a partire dai cristiani che ci stanno intorno e non da una posa dettata dalle tradizioni, una manifestazione di umanità vera che vogliamo offrire ai piccoli che sono con noi.

    Abbiamo ricevuto doni straordinari. La globalizzazione ci ha finalmente fatto scoprire che, a suo modo, il mondo è come un villaggio dove abbiamo, chi più e chi meno, gli stessi problemi. Il Papa ha gridato che non si escludano dai vaccini i poveri della Terra. I cambiamenti politici fanno tornare alla ribalta la questione di una società più equa e sostenibile. L’autodifesa dei gruppi che tendono a chiudersi in se stessi fa scoprire le nostre fragilità. Non sprechiamo l’indignazione diffusa di rifiuto della violenza e l’apprezzamento per la solidarietà. Se molti sono i bisogni, la nostra Caritas diocesana mi attesta che la gente si è fatta in questi mesi più generosa, anche se le necessità si sono moltiplicate all’inverosimile. È un cambiamento culturale da non sottovalutare. La Chiesa ha il dovere di questa profezia.

    Il nuovo tocca a noi costruirlo. È tempo propizio per dare spazio al Vangelo, che privilegia l’umiltà alla potenza, la semplicità dei rapporti, la considerazione per chi non ha niente, se non il tesoro prezioso di essere persona umana. Fanno perfino notizia i pochi soldi lasciati al bottegaio consueto per regalare qualcosa da mangiare a chi non ha i soldi per acquistarla. La fame e la miseria di due terzi del mondo si sono affacciati nelle nostre case pur piccole, ma riscaldate, magari povere, ma capaci di far festa, perché, in qualche modo, Dio si è fatto più vicino sia a chi ha capacità religiose di esprimersi, come a chi magari è scontroso per difendersi laicamente dagli accaparramenti e dal tentativo di altri di trovare nuovi adepti.

    Ora serve l’inventiva della carità, che non è dare agli altri quello che non ti serve più, ma magari mettere in gioco gli altisonanti titoli accademici dei tuoi figli e tuoi nipoti per immaginare un mondo diverso, dove il gender non si interessa tanto all’orientamento dei singoli, ma difende l’identità umana che, come già Aristotele diceva, è un animale sociale (politikòn zôon[4]), cioè, per sua natura solidale.

    Il Papa sudamericano viene a ridirci ancora che non puoi essere indifferente di fronte alla sofferenza degli altri. È stata singolare, in questi mesi, la commozione di tutti di fronte ai vecchi intubati con quell’ossigeno che non riesce a muovere più i polmoni del prossimo. Ci eravamo confinati in una casta di privilegiati non aperta ad altri uomini come noi, donne e bambini appena partoriti che, attraversando il mare nostrum, provavano a sopravvivere.

     

    1. I buoni propositi

     

    Riuscirà questa Chiesa italiana a trovare una voce forte e coesa per rendere un servizio necessario alla gente del nostro tempo, per ridare davvero il coraggio di costruire o ricostruire una civiltà cristiana di cui qualche lume i nostri nonni ci hanno dato l’esempio?

    Non è una questione di partito. Ditemi voi: la solidarietà non era forse ideale condiviso da tutti coloro che sottoscrissero il patto costituzionale? Bianchi, azzurri, rossi, neri. Lo firmarono tutti e, a loro modo, ci regalarono una bicicletta, insegnandoci che se vuoi andare avanti, bisogna pedalare. Cercarono di dare, nei giorni, nei mesi e negli anni, il loro specifico contributo, la loro visione della realtà, che, se varia, è più ricca e più bella come un prisma che, se ha molte facce, è capace di scandire la luce, di moltiplicare i colori a condizione di non infrangere l’unità e il rispetto vicendevole.

    Questo Natale potrebbe essere occasione propizia, se tu vuoi, se accetti di fronte al puer natus est nobis di rimettere in discussione i luoghi comuni. Ogni passo avanti, non importa fatto da chi, è una conquista per tutti.

    Dillo ai giovani di casa tua, che da loro ci aspettiamo profezia, impegno per gli ideali, speranza di riuscire a sconfiggere i mali della nostra civiltà occidentale, nella certezza che la fede in Gesù, espressa nei più vari modi che il mondo può conoscere, resta ancora la luce disponibile che Dio stanotte, per bontà sua, ci dona ancora.

    Siamo pellegrini nel tempo per imparare ad uscire dal segmento poco affascinante che fin qui ci ha portato.

    A Maria, la Donna del rischio per la salvezza di tutti, a Giuseppe, l’uomo affidabile e giusto, chiediamo di farci spazio in quella piccola grotta dove Gesù è nato nel freddo, sostenuto dalla Creazione, dal bue e dall’asinello, simboli della vita in funzione dell’uomo, di un ideale presepio che

    ha ancora la capacità di farci diventare uomini veri.

    [1] Is 9, 5

    [2] in ebraico: בֵּיִת לֶחֶם‎, Beit Leḥem, “casa del pane”

    [3] Sant’Agostino, Discorso 380, Nel Natale di Giovanni il Battista, n.5

    [4] Aristotele, Politica I, 2, 1253a