Santa Messa del Patrono

Prima Celebrazione Eucaristica con il popolo dopo l’emergenza Coronavirus

Omelia dell’Arcivescovo nella Chiesa Cattedrale +++ 18 maggio 2020

Venerati Fratelli miei nell’Episcopato,

Carissimi Vicari Foranei,

Sorelle e Fratelli nel Signore: Dio ci dia pace in questa occasione gioiosa!

Vi ho chiamato presso l’Arca di San Donato in questo primo giorno in cui è consentito adunare il popolo di Dio, per celebrare insieme la Messa dopo quasi tre mesi. Abbiamo dato esempio di obbedienza, nella ricerca del bene comune e nella prevenzione della pericolosa epidemia.

Si avvia, in qualche modo, una nuova pagina della storia anche di questa Chiesa aretina. Non basta riaprire le chiese, riattivare il culto con la Santa Assemblea, riprendere i ritmi consueti in ogni parrocchia della Diocesi.

 

  1. Il popolo di Dio è in cammino

Siamo consapevoli del tanto bene che è stato seminato prima di noi e siamo pieni di gratitudine per chi ci ha preceduto. Ora occorre avviare il nuovo.

Mi piace cogliere tre immagini della Scrittura con cui illuminare questo momento complesso e delicato. Tocca esplorare una realtà poco conosciuta. È stato violentemente interrotto lo stile pastorale, che da decenni avevamo praticato. Ci siamo resi conto che la Parola di Dio meditata è divenuta per molti recupero di uno spazio interiore e di preghiera. Dio non abbandona il suo popolo.

Era tempo che non si riproponeva la famiglia come piccola chiesa. Mi commuove pensare ai giovani sposi accanto al loro bambino che, nel riserbo che si addice alle cose delicate, hanno pregato Dio di proteggere la creatura e di farli capaci di un’educazione necessariamente rinnovata. Mi piace pensare alle famiglie cristiane, dove, senza pompa, figli adolescenti con i loro genitori non avranno passato Pasqua senza pregare almeno un momento insieme. La Chiesa vera è più consistente di quella che appare.

I media hanno riproposto teatro e musica con la scritta “registrato prima della chiusura…”. Hanno fatto riscoprire che, pur cambiando la scena, si può valorizzare ancor di più l’opera d’arte. Sono state sospese le manifestazioni religiose esteriori. Siamo stati aiutati a comprendere che la fede è capolavoro di Dio e dell’uomo. È nostro compito di pastori cercare di capire, di valutare insieme la risorsa che ci hanno portato i Social e i collegamenti streaming. Ci siamo anche resi conto che siamo poco preparati ad esprimerci con linguaggi del nostro tempo. Ci siamo accorti che c’è un popolo nuovo. Siamo forse nella condizione degli esploratori che Mosè mandò avanti prima di entrare nella valle del Giordano. Anche noi abbiamo la speranza di aver di fronte non solo la terra “permessa” – non si torna indietro –, ma anche la terra “promessa” ad Abramo, in cui occorrerà faticare, ma dove nessuno ci impedisce di pensare che vi “scorra latte e miele[1]. La sfida è che ciascuno in questa Chiesa recuperi la prospettiva dei Patriarchi: “Mosè li mandò a esplorare il paese di Canaan, e disse loro: «Andate su di qua per il mezzogiorno; poi salirete sui monti e vedrete che paese è, che popolo lo abita»[2].

Papa Francesco, in Evangelii Gaudium, ci ha invitato alla missione: “tutti siamo chiamati a questa nuova “uscita” missionaria. […] uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo[3]. Abbiamo sperimentato che si può essere Chiesa anche nel nuovo, dentro il quale occorre entrare. Il compito che ora ci è affidato è incontrare una realtà diversa da quella che avevamo attorno prima di questa grande pandemia.

C’è una tentazione che con la forza di Dio vorremmo evitare. Il rimpianto non solo è peccato, ma fa svanire la nostra identità di cristiani nel tempo presente. Occorre ricordare la vicenda della moglie di Lot, che, a suon di voltarsi indietro per rimpiangere la città perduta, diventò di sale[4], cioè una figura che perde le proprie sembianze, perché si dissolve dentro le tempeste del mondo reale.

Dobbiamo invece fare come Gesù con i discepoli di Emmaus e avvalerci dei 5 verbi della pericope di Luca 24: avvicinare, ascoltare, spiegare, condividere e spezzare il pane dell’Eucarestia e della carità[5]. È l’identità della nostra Chiesa, che anche in questa vicenda ha saputo tenere forte la fede, praticare l’amore per il prossimo, pur rinnovandosi nel linguaggio e nelle prospettive. È una bella sfida essere significativi per la generazione futura.

  1. Ci è chiesto di farci modelli del gregge

L’intera Assemblea adunata nella Cattedrale ha qualche Ministero da esercitare in Terra d’Arezzo. Mi piace ricordare con gratitudine che il Signore ci ha ispirato a celebrare il Sinodo diocesano prima dello scoppio della disastrosa epidemia. Siamo bersagliati dalla continua narrazione degli effetti malefici di questo piccolo essere a forma di “corona”, che ha messo in ginocchio gli imperi della Terra.

Perfino gli Stati economicamente più avanzati del pianeta si sono dovuti rendere conto della fragilità, che, in 80 anni di non belligeranza, ci aveva illuso che la cosa più importante nella vita fosse il benessere economico e finanziario.

Dopo il virus, la crisi economica. Cos’è che fa superare le prove? L’uomo regge, se ha uno spessore interiore, se mette i rapporti affettivi tra i tesori preziosi da preservare ad ogni costo, se pretende dai politici di non dimenticare il bene comune, l’eguaglianza e la pari dignità di tutti i membri del genere umano, il valore inequivocabile della libertà. Questa è la civiltà cristiana.

I mesi di forzata riflessione hanno quantomeno fatto dubitare del valore apodittico dei luoghi comuni del pensiero diffuso. Di fronte alla caduta dell’impero romano, Sant’Agostino diceva ai suoi cristiani: “Qualsiasi evento storico, per quanto nefasto possa essere, è sempre posto su di una via che porta al positivo, ha sempre un significato costruttivo”.

Come Chiesa diocesana occorre interrogarci se siamo ancora disponibili a esercitare il Ministero dell’educazione: illuminare le coscienze, far riscoprire la paternità di Dio che non abbandona.

Sarebbe prematuro provare a disegnare quali siano i modi e le forme del Ministero pastorale che ci aspetta. Questa Chiesa nel suo bagaglio secolare porta con sé un numero di gioiosi risvegli dopo le crisi che la storia le ha fatto incontrare.

La cieca Siranna, illuminata da San Donato perché con la fede recuperasse la capacità di vedere i bisogni degli altri, è misura di questa Chiesa. Senza retorica, dobbiamo ricordare che alla fine dell’ultimo conflitto mondiale, partì proprio da Camaldoli un’esperienza educativa nuova: la formazione di giovani animati dalla fede e ricchi di competenza da offrire agli altri per ricostruire la società. Riuscirono a identificare ante litteram gli ideali della Costituzione Repubblicana.

Questa Assemblea liturgica è ricca di diversità. Bene esprime la Chiesa che ha prodotto il Sinodo. Non esistono più i “pretoriani” addetti ai lavori e il “popolo minuto”, spettatore di eventi. Il Concilio, settanta anni fa, ci aveva insegnato che esistono una pluralità di vocazioni: ciascuno, vivendo la propria, edifica la casa comune[6].

L’Apostolo Pietro ci ha appena ricordato qual è il modo con cui deve comportarsi chi ha maturato esperienza di Cristo. È chiesto a chi ha responsabilità nella Chiesa di non farlo “per vergognoso interesse, ma con animo generoso[7].

  1. Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla[8]

La mia preghiera di quest’oggi è che Dio ci liberi dalla paura del nuovo, dal timore di non riuscire a svolgere il nostro compito, dalla preoccupazione di non essere all’altezza. Occorre liberarci dal volontarismo, dall’eccessiva considerazione di noi stessi rispetto alla missione. Giova ricordare sempre che la Chiesa è di Dio: è lui il pastore; noi, al più, non siamo altro che servi pastori. Con un atto collettivo di fede ci siamo riuniti per fissare ancora insieme gli occhi su di lui: Gesù, il Signore.

I cristiani di Roma all’inizio del II secolo amarono raffigurare il buon pastore attaccato dai lupi, per difendere le pecore e comunque vittorioso[9].

Imitare Gesù, per i cristiani del nostro tempo, significa anzitutto non essere pavidi. Certamente troveremo difficoltà, forse anche qualche sofferenza, ma niente potrà fermare l’opera di Dio. Sta scritto: non prevalebunt[10].

Negli Atti degli Apostoli, anche nei momenti di apparente sconfitta, Luca annota che un numero crescente di persone si aggregano agli amici di Gesù. Mi piace ricordare che nella Chiesa di San Donato, se vuoi essere santo come il Patrono, giova tenere a mente che abbiamo tutti fatto dono di noi stessi a Dio e al prossimo, al prossimo per amore di Dio.

Coraggio dunque! Tutto forse ci potrà mancare, fuorché l’aiuto del Signore.

[1] Es 33, 3

[2] Nm 13, 17-18.

[3] Papa Francesco, Evangelii Gaudium, 20

[4] Cfr. Gn 19, 26

[5] Cfr. Lc 24, 13-35

[6] Cfr. Perfectae caritatis, 8; Lumen Gentium, 32

[7] I Pt 5,2

[8] Sal 23

[9] Cfr. Cimitero di Pretestato, Arcosolio di Celerina, Catacombe di Domitilla, cubicolo del Buon Pastore

[10] Mt 16, 17-19