25 dicembre 2019

Giorno di Natale

Omelia dell'Arcivescovo nella Chiesa Cattedrale

Figli e figlie,

il Signore ci dia pace

in questa notte santa!

 

  1. San Francesco va a Greccio

         Il valore parenetico (edificante) dell’esperienza di San Francesco è universale. In questi giorni il Papa stesso ci ha raccomandato di decifrare il contenuto del presepe, che a noi è giunto attraverso il linguaggio volutamente semplice di San Francesco: “Mentre contempliamo la scena del Natale, siamo invitati a metterci spiritualmente in cammino, attratti dall’umiltà di Colui che si è fatto uomo per incontrare ogni uomo[1].

         Nella narrazione della Vita Prima il Celano dice tre verbi fondamentali per cogliere il senso del Natale di Gesù: muoversi, accogliere e farsi carico degli altri[2]. Come noto nel 1223 Francesco se ne partì da Assisi, diretto a Greccio, facendosi precedere da Giovanni, signore di quel piccolo villaggio. A lui, meravigliato dell’invito a tornare a casa, il Poverello raccomandò di accogliere quanti arrivassero: tornare ad essere accoglienti è il senso del cammino verso il praesepe, la mangiatoia dove, a Betlemme, fu deposto, appena nato, il piccolo Gesù.

Come i pastori di Beit Sahur nella notte della Natività, occorre recuperare la delicatezza interiore che ci fa capaci d’ascolto degli altri, anche della voce degli Angeli. Muoversi dal consueto è dare per possibile il cambiamento di stile di vita, che i giovani in vario modo ci chiedono a migliaia in questi giorni, sia nella difesa del Creato che nella politica. È recuperare la forza umanizzante del rischio dell’ignoto, verso un progetto di vita migliore. Camminare con una meta è la via per recuperare un pensiero articolato. Andare al presepio è una scelta simbolica. È mettersi in moto alla ricerca del Signore: non per noi stessi soltanto, ma per la comunità in cui si vive. L’esperienza di San Francesco di camminare insieme attraverso l’Umbria, raccogliendo chi volesse unirsi a Lui in cerca del Signore, portò quella gente antica a lasciar da parte i campanilismi, le diverse visioni del mondo per recuperare l’accoglienza vicendevole.

La società frantumata del nostro tempo ha bisogno di recuperare la vicendevole vicinanza. Occorre uscire dalla contrapposizione, dal senso d’odio che avvelena i rapporti. Si cerca Gesù per imparare ancora a farci carico degli altri con rispetto, ad accogliere le persone, a favorire il dialogo e la fraternità. Se accetti di andare a questo presepio ideale metti nel tuo tascapane le capacità che hai e offrile con spirito di servizio per il bene comune.

Farsi carico della città vuol dire tornare a programmare e valorizzare le persone, che è l’opposto dell’interesse di parte. Stiamo sciupando Arezzo per correre dietro all’effimero, al denaro, al materialismo. Il Natale è di Gesù. Non perdiamoci di coraggio. La fides arretina è ancora forte. Il recupero è possibile con l’aiuto di Dio e l’impegno di tutti.

Le apparenze talvolta ingannano, come quella volta in cui San Francesco venne al Pionta e vide la città piena di conflitti, infestata dai demoni. Scacciati gli spiriti maligni ad opera del povero Frate Silvestro a porta San Lorentino, egli stesso riuscì a vedere la gioia degli aretini, “che rispettarono i vicendevoli diritti civili con grande tranquillità[3]. Non ci lasciamo spaventare: si può cambiare registro.

         La Chiesa di San Donato non può sottrarsi al compito di pregare e operare perché quel “famoso calice rotto[4] del Santo Patrono, che è la nostra società, trovi uno stile nuovo dove tutti collaborino. È il nuovo umanesimo che il Papa ci ha raccomandato a Firenze[5] e che abbiamo risentito da grandi pensatori cristiani del nostro tempo. Abbiamo avuto profondi cambiamenti negli anni. Abbiamo fatto un Sinodo per riscoprire la nostra identità comune, chiamando tutti a coinvolgersi. In Arezzo c’è più fede in Dio di quello che appare o che si racconta.

         Il Natale del Signore è una proposta di rinascita per ciascuno di noi perché le istituzioni facciano rivivere la loro dimensione di servizio e la profezia del rinnovamento trovi spazio adeguato. Riproviamoci insieme. Andare al presepe di Betlemme per incontrare il Signore vuol dire accettare il nuovo e misurarsi razionalmente con la realtà senza le paure che ci frenano. Dobbiamo misurarci con gli errori, le povertà, i limiti e il male, senza paura. Se ci rimettiamo in cammino insieme, la priorità del lavoro per tutti, l’impegno all’integrazione dei nuovi arrivati e alla riscoperta dello spirito di collaborazione ci faranno vincenti sui malevoli, pronti sempre a dividere, come all’epoca di San Francesco.

La nostra preghiera quest’oggi è che si promuova un processo di responsabilizzazione. Ognuno faccia la sua parte. A noi tutti tocca interrogarci interiormente, per capire se abbiamo veramente voglia di incontrare il Signore e di ritornare con gioia alle occupazioni quotidiane. È possibile decidere ancora, nel silenzio dell’anima, se siamo disposti a condividere il rischio di Dio che si è fatto bambino: la via dell’umiltà. Ritorniamo alla semplicità, ad accettarci vicendevolmente per costruire il futuro, facendo nostra l’esperienza dei pastori di Betlemme che si mossero nella notte, alla voce degli Angeli e alla luce della stella. Occorre alzare gli occhi e guardare lontano. Dio non ci abbandona.

 [1] Papa Francesco, L.A. Admirabile signum n°1

[2] Fra Tommaso da Celano, Vita Prima di San Francesco D’Assisi, cap.XXX, in FF [466] e ss.

[3] Idem, Vita seconda, cap.LXXIV in FF [695]

[4] San Gregorio Magno, Dialoghi I, 7,3.

[5] Cfr. Papa Francesco, dal discorso a Santa Maria del Fiore, 10 novembre 2015

 

(Servizio TSD)