IV Domenica di Avvento

22 dicembre 2019

Omelia dell’Arcivescovo nella Casa Circondariale di Arezzo

Carissimi,

il Signore ci dia pace

in questo giorno santo!

 

  1. Preparare il Natale del Signore

Venti secoli fa, a Betlemme i poveri pastori, ultimi nella scala sociale di Israele Antico, ricevettero il segno che Dio non abbandona l’uomo alla sua sorte. Avvertiti dagli angeli, si misero in moto nella notte, da Beit Sahour fino a Betlemme e, in una povera misera grotta, trovarono il figlio di Dio, deposto in una mangiatoia con accanto la sua giovanissima madre e San Giuseppe.

Forse erano già consapevoli delle promesse di Dio e, da figli di Abramo, sapevano che la Benedizione dal popolo d’Israele si sarebbe allargata fino agli estremi confini della Terra. I segni portentosi di quella notta ravvivarono la loro fede e si resero conto di essere i primi straordinari testimoni di un evento che porta salvezza.

Anche noi ci troviamo in una condizione analoga. Forse, rispetto a quegli uomini e antichi ci manca una condizione di vita, fatta di poche cose essenziali. Forse, abbiamo perduto la capacità di ascoltare la voce degli angeli e la voglia di avventurarci nella notte del tempo presente alla ricerca del segno di Dio.

Alla quarta tappa del cammino d’Avvento, la Chiesa ci chiede di rammentare che i fatti di Betlemme furono l’avvio della salvezza, dell’umanità nuova, del dono di Dio, che ogni giorno è disponibile per tutti.

 

  1. Dio rispetta la nostra libertà

         Il Dio che creò il mondo con potenza, lo salva con pazienza. Onnipotente e Creatore, sceglie la via dell’umiltà per offrire a tutti noi la via d’uscita dalla cronaca quotidiana, infarcita di violenze, bassezze, delusioni. Dio è tanto forte che, per farci riscoprire la fraternità tra di noi, l’uguaglianza di tutte le persone umane, la libertà, non disdegna di farsi bambino infante, cioè incapace di parlare, pur essendo egli stesso la Parola di Dio, che comunque comunica.

Alla protervia di tutti noi, alla superbia contrappone l’umiltà e perfino la povertà volontariamente scelta.

Ci prepariamo al Natale, contemplando le gesta esemplari di Maria di Nazareth che, con la Bibbia in mano, riesce a percepire la presenza dell’angelo portatore della Bella Notizia: l’Emanuele. “Rallegrati Maria, perché hai trovato Grazia presso Dio” (Lc 1, 28-30). A lei chiede di professare la fede d’Israele, accettando il rischio. Anche per noi la Festa di Natale è una professione di fede, anche a noi Dio chiede il rischio di fidarci di Lui. Il commento di Maria è “Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente” (Lc 1, 49). Il ricordo della nascita di Gesù può essere una proposta di rinascita per ciascuno di noi. Se ti fidi di Dio, non avere paura. Siamo chiamati a uscire dalla desolazione del male prevalente, delle storie diffuse dal sistema mediatico, che tolgono la voglia di futuro, che il Papa torna a chiederci. Saremo capaci di costruire il futuro se accetteremo la Grazia di considerare il male del mondo come la foresta incantata delle favole, che ha, inevitabilmente, un esito felice come dice l’Angelo dell’Annunciazione: “Nulla è impossibile a Dio” (Lc 1, 37), purché, di fronte al Natale del Signore, siamo pronti a dire ancora la nostra disponibilità a collaborare con la Divina Sapienza che regge il mondo. Sì, io ci sto! Così Maria, Ancilla Domini (cfr. Lc 1, 38), così Giuseppe, uomo giusto, come l’emblematica successione di Santi che la tradizione popolare ha voluto che ci accompagnasse, come Virgilio antico entro l’inferno, perché ne superassimo la tentazione nel Purgatorio della fatica quotidiana per rinsaldare le nostre “ginocchia fiacche” (Is 5, 3); andiamo incontro al Signore della Gloria, che ci attende nel giorno della responsabilità, alla fine del tempo, per chiederci di scegliere liberamente se vogliamo essere membri della sua famiglia (cfr. 1 Cor 12,27) o se preferiamo la violenza dell’assurdo.

 

  1. Un’esperienza simbolica

Præsepe è parola latina per dire “mangiatoia”. Correva l’anno 1223, quando San Francesco, ormai prossimo a lasciare questo mondo, volle fare un’esperienza per provare la fatica della fede nel percorso della vita.

Francesco dice al suo amico Giovanni, signore di Greccio, di tornare a casa. A fare che? Ad essere accogliente, poi, con l’autorevolezza di una vita povera ed evangelica, si avvia per le strade dell’Umbria, invitando quanti lo volessero – anche te, per esempio – a camminare insieme per incontrare il Signore, il bambino di Betlemme.          Quella gente antica e povera si fida di Francesco e si accoda con lui per quindici giorni di cammino a piedi, per monti e per valli, tra rigide foreste e ruscelli gelati, per giungere infine nella valle di Greccio. Una modesta folla è responsabilizzata da Francesco, come ci dice il Celano (cfr. Celano, Vita Prima, Parte Prima, cap. XXX): ognuno faccia la parte propria. Ai frati chiese di far la parte degli angeli, lui stesso fece il ministero di diacono e cantò il Vangelo della nascita del Signore e quanti lo avevano seguito, ebbero la convinzione di avere visto il Signore. Fu un’esperienza di popolo, fu un’esperienza di Chiesa. È un racconto simbolico dove la povertà di Betlemme si sposa incantata con la bellezza del Creato. C’è posto per tutti: uomini e donne, ricchi e poveri.

È il Natale di Gesù e ti è chiesto di ripercorrere il cammino simbolico del presepe, di ritrovare lo spazio interiore, perché ciascuno di noi faccia la sua parte, in vista di un mondo migliore, riconoscendo, come Maria, il rischio del controcorrente.